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domenica 1 febbraio 2015

Stare coi "numeretti" per cambiare il mondo (1)

Silvestro Montanaro è un giornalista, un vero giornalista che racconta quello che vede e ascolta. Ha un cuore e prende a cuore la sorte della gente con cui viene a contatto. Ha lavorato in RAI in diversi bei programmi di inchiesta, quei programmi per cui varrebbe la pena di pagare il canone, ma che vengono trasmessi attorno o dopo la mezzanotte e, quindi, solo pochi possono vederli. La RAI ha allontanato Silvestro. Troppo bravo e professionale per essere sopportato dal carrozzone di viale Mazzini … ma non è questo il tema, queste prime righe sono solo lo spunto per parlare dei “numeretti”.
 
In un post su FB, Montanaro cita una frase di Papa Francesco: “Nel mondo, ci sono troppe donne e troppi uomini che soffrono per grave malnutrizione, per la crescente disoccupazione, per l’alta percentuale di giovani senza lavoro e per l’aumento dell’esclusione sociale … Accettare questa situazione è terrorismo”. Queste persone, queste “troppe” persone Montanaro le chiama “numeretti” che nessuno prende in conto, che una volta all'anno i rapporti delle organizzazioni internazionali elencano come morti per fame, malnutrizione e conseguenti malattie. Sono, nel mondo globale, uomini e donne che non hanno capacità di spesa, sono, insomma “cattivi clienti”. Ma sono centinaia e centinaia di milioni.

Dove vivono o, meglio, sopravvivono i “numeretti”? In Asia e soprattutto in Africa. Basta dare uno sguardo al ranking dello sviluppo umano redatto dall’Agenzia dell’ONU preposta (UNDP) e notiamo che, su 187 paesi censiti, gli ultimi 10 sono il Burundi con di 544 $ di PIL pro capite annuo, la Guinea con 941 $, la Repubblica Centro Africana con 722 $, l’Eritrea con 531 $, il Mali con 853 $, il Burkina Faso con 1.202 $, il Chad con 1.258 $, il Mozambico con 906 $, la Repubblica Democratica del Congo con 319 $ e il Niger con 701 $. Questi dati, terribili già di per sé, danno solo un’idea della povertà reale degli abitanti perché sono dati statistici, quindi medie già parametrate al costo della vita (sono espresse in parità di potere d’acquisto – PPS) e, soprattutto, perché sono forniti dagli stessi governi che tendono a non dare, del loro paese, un’immagine troppo negativa. Sono tutti paesi della fascia del Sahel, il territorio al sud del Sahara che va, appunto dal Corno d’Africa (Eritrea) fino all’Africa occidentale dove è esplosa l’epidemia di Ebola (Guinea, Liberia, Sierra Leone e, in parte, Mali). E’ anche la fascia di territorio africano dove i tagliagole di al-Shabab e Boko Haram tentano di penetrare massacrando uomini, donne, bambini … tanto queste persone sono “numeretti” anche per i terroristi.


Ma che cosa si vede visitando, per esempio, una città del Burkina Faso? Mi vien voglia di dire che si vede un grande amore per la vita che cambia la tua, di vita. E una grande solidarietà familiare e di quartiere. Si vede una quantità di bambini che frullano in giro come api, dappertutto: soli o in gruppo a giocare per strada con niente oppure a dare una mano alle mamme, donne che fanno ogni tipo di lavoro (piccoli e piccolissimi commerci, cucina per strada per i clienti dei bar, piccoli servizi) sempre coi loro piccoli legati sulla schiena e quelli più grandi che gironzolano intorno. Poi qualche capra, qualche asino e molte galline che si spartiscono l’erba ai margini delle strade di terra battuta pronte a trasformarsi in fiumi di poltiglia rossa durante la stagione delle piogge tropicali, quando si scatenano gli acquazzoni. I vecchi, quelli che superano l’età che segna la speranza media di vita (56 anni, da noi è 82 …) stanno anche loro in strada, seduti su panche o seggiolini di plastica, sono una sorta di amorevole controllo sociale, un po’ angeli custodi, un po’ poliziotti, un po’ centraline di comunicazione tra le famiglie e i bambini che girano del tutto liberi. Donne, vecchi e bambini sono “numeretti” sorridenti, gentili, ti salutano venendoti incontro, ti danno la mano, poi magari ridono anche, tra loro, contenti e incuriositi perché hanno toccato una “toubabou”, una donna bianca. I bianchi sono una rarità … su 16 milioni circa di abitanti del Burkina Faso, gli occidentali sono poche migliaia. L’impressione è di essere percepiti come qualcosa che, in qualche modo, porta fortuna… Se pensiamo a come noi guardiamo e trattiamo i loro padri, i loro zii quando vengono qui in cerca di lavoro, se pensiamo ai danni che le nostre occupazioni coloniali hanno fatto a questa gente dovremmo solo arrossire e tacere perché anche chiedere perdono sarebbe un ulteriore insulto. Loro pensano al loro futuro che, spesso, si esaurisce nell'arco di pochi giorni o poche ore. Pensiamo insieme a loro.

Se vogliamo stare dalla loro parte, c’è una sola reazione umana accettabile: buttare all'aria le nostre stupide infelicità e inventare tante piccole iniziative perché quei bambini sorridenti e curiosi possano, ad esempio, andare a scuola e allargare così le loro scelte di vita. E poi – è quasi incredibile se pensiamo a certi nostri ragazzi svogliati e disamorati della scuola – i bambini burkinabé adorano imparare. E ci vuole così poco per aiutarli almeno a fare questo perché i costi di un anno scolastico (iscrizione e materiali scolastici) si aggirano attorno ai 100 euro, per noi 10 euro al mese, per i burkinabé il salario mensile medio, ma che può fare un padre che ha quattro i cinque figli in età scolare? Se, poi, col ragazzino o la ragazzina a cui hai dato una mano per andare a scuola riesci anche a comunicare, lo incoraggi di fronte alle difficoltà che trova e aumenti la sua autostima. Comunicare è possibile e anche facile: la lingua ufficiale è il francese, internet funziona (più o meno) e nelle scuole può darsi che ci sia un computer, così gli insegnanti possono trasmettere le mail dei “padrini pedagogici” ai ragazzi.

Possiamo, poi, anche sostenere piccole reti di micro-credito per aiutare le donne, quelle donne che si arrabattano a comprare e vendere qualcosa per integrare il bilancio familiare: un prestito per questo tipo di attività corrisponde a 30 euro si restituisce in rate di circa 2 euro la settimana.


Ci sono però due cose importanti da tener presente: la prima è che, piano piano, con l’attenzione, il rispetto e il dialogo, le donne del micro-credito devono essere sostenute perché superino la dimensione individuale delle loro iniziative e comincino a fare gruppo, a lavorare insieme, abbattendo i costi e imparando a “fare business”. Altrimenti è solo carità e lascia il tempo e la situazione che trova. La seconda cosa importante è che tutto quello che viene raccolto qui vada nella loro attività o nel sostegno ai bambini che vanno a scuola. Troppe organizzazioni internazionali e troppe ONG, sia pur con le migliori intenzioni, mettono in piedi progetti anche consistenti, ma poi finiscono per dedicare il 60% (o anche più) del loro bilancio per pagare la struttura (affitti di sedi, trasporti, macchinari) e gli stipendi dei loro cooperanti. Basterebbe tener presente che quello che un cooperante europeo arriva a guadagnare qui, in un giorno, là serve ad un’intera famiglia per vivere un mese.

La “redistribuzione" del reddito e delle opportunità, quel meccanismo che manca tragicamente nel nostro mondo globalizzato, è possibile anche fuori dai grandi numeri dell’aiuto statale o internazionale e forse è anche più rapida, meglio indirizzata e in grado di avviare dinamiche di sviluppo più efficaci, se la si attua instaurando anche rapporti di conoscenza e di dialogo diretto e di cooperazione tra le persone. In Africa è facile parlare con la gente ed è qualcosa che ti arricchisce in modo straordinario. D'altronde chi, come Silvestro Montanaro, sceglie di stare coi “numeretti”, sa bene che, contro le grandi cifre dello sfruttamento, della prevaricazione e della speculazione alla fine, saranno proprio i “numeretti” a cambiare il mondo. (1. continua)

P.S. grazie a Brigida e a Silvestro

(giacomina cassina)

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