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giovedì 12 febbraio 2015

Rapporto politica-università, apriamo il dibattito

Vorrei ora trattare un argomento di interesse ridotto, sia sul piano -deserto- del dibattito culturale che di quello -sovraffollato- del tritacarne politico. Concentrerò la mia analisi sulle distanze generate dal /centralismo universitario, provando ad aggredire il sottostrato ideologico che ne anima la visione monolitica delle classi dirigenti.

Per arrivare a comprendere a pieno cosa si voglia intendere per centralismo universitario, bisognerebbe fornire al lettore una panoramica completa delle numerose iniziative e mobilitazioni indette negli ultimi venti anni dalle molte organizzazioni politiche under 35.

Una così ampia documentaristica richiederebbe uno spettro maggiore di quello a nostra disposizione; tuttavia, qualora il lettore decidesse di approfondire questo punto di osservazione, si troverebbe di fronte un elenco interminabile di riunioni, aperitivi, convegni, manifestazioni, scioperi, contestazioni, sit-in, flash-mob, interviste, dichiarazioni, status facebook, tweet, articoli di giornale con lo stesso ossessivo leitmotiv: la condizione universale degli studenti universitari.

Dibattiti in cui sovente viene ribadita con forza imperativa “la necessità di stare nelle università” come orizzonte politico tout-court. Ed è su questo terreno che si consumano le lotte per gli equilibri interni.

Di conseguenza, tutte le altre tematiche vengono declinate in funzione di questo assioma: il celeberrimo dramma del lavoro per i cervelli in fuga lascia intendere un mondo diviso tra chi sceglie di andare e chi di restare ma che dal dibattito su questa scelta siano esclusi quelli che non hanno un “cervello”. La stessa ossessione per l’imprenditoria giovanile, nel mito delle (pochissime fortunate esperienze) start up e del “genio italico” come panacea della crisi, evidenzia l’assenza di una analisi organica sulla condizione della nostra generazione.

Se questo non dovesse bastare a comprendere l’entità della questione, sarebbe sufficiente fare uno screening sociale dei gruppi dirigenti delle suddette organizzazioni per accorgersi che tutti i loro componenti, con le eccezioni che ne confermano la anomalia statistica, provengono quasi esclusivamente dal mondo universitario e quindi da quella parte della società che -più o meno- “non soffre la crisi”.

In questa esclusività “di destino” vanno individuate le necessarie differenze: si concentra nell’ambito del “centrosinistra” una predominanza di figli della piccola e media borghesia mentre nel “centrodestra” è più probabile incontrare i rampolli delle famiglie legate al mondo della rendita e della finanza; ma ciò che ci interessa registrare è l’assenza sistematica della classe lavoratrice, che viene così bandita da qualunque prospettiva di autodeterminazione politica, ma diventa all’occorrenza l’ingrediente necessario per la retorica giacobina delle lunghe e soporifere assemblee del PD.

La parabola discendente della mobilità sociale, che più di ogni altra cosa ha dato un volto a questa nostra epoca, sembra intersecare nel centralismo universitario l’apice della sua picchiata.

Tutto questo materiale, nel migliore dei casi, trova compimento nei rituali iniziatici di un gigantesco talent show elettorale, poiché è nelle università che i baby dirigenti di partito o di sindacato e i figli della borghesia metropolitana, chiamati a misurarsi con il proprio personale consenso, ricevono il “battesimo del voto”. Qui la genesi di una spietata retorica delle urne. Un grossolano darwinismo ne alimenta la massa critica: quello che sopravvive alle elezioni universitarie con un cospicuo pacchetto di voti trova credito con i migliori auspici presso i notabili cui fa riferimento, e può così cominciare la propria scalata.

Scompare la politica, restano i santini, le belle ragazze, i festini e tutte le altre mille inenarrabili meraviglie elettorali. Fino a che la normalità universitaria, fatta per lo più di frustrazioni e disagi, non riavvolga lentamente tutto nel rassicurante oblio quotidiano.

Va anche detto che questo schema si riproduce specularmente nelle elezioni amministrative e nelle primarie, affinché il panorama della nostra analisi sia più nitido quando andremo a sostenere che la rivoluzione dei mezzi sui fini compiuta in trent’anni di restaurazione liberale abbia contaminato e trasfigurato l’intenzione originale delle organizzazioni giovanili, da avanguardie di cambiamento a comitati elettorali di consiglieri comunali e rappresentanti.

È in questo stesso spirito che, negli ultimi anni, sono cresciute a dismisura associazioni universitarie legate direttamente ai gruppi di interessi o ai pasdaran della politica regionale e nazionale, occupando i ranghi di tutta la rappresentanza studentesca, inaugurando così il declino culturale delle organizzazioni storicamente legate ai partiti o ai movimenti. Declino che, tuttavia, affonda le proprie radici nell’elitarizzazione del mondo accademico: fasce sempre più ampie di figli delle famiglie a  reddito medio-basso sono state escluse dall’accesso agli studi, ghigliottinate dalla scure dell’austerità. Quello che ha permesso ai nostri padri -figli di contadini, piccoli artigiani e operai- di compiere gli studi e salire nella graduatoria sociale non esiste più: i tagli ai trasporti, al diritto allo studio, al social housing e il progressivo aumento delle imposte, dei prezzi dei beni di consumo e dei servizi hanno ridotto drasticamente il perimetro sociale degli studenti.

Le cifre di questo stillicidio sono impressionanti, e nel “si salvi chi può” non si salva nessuno: l’ultimo rapporto SVIMEZ parla di “Fondo di Finanziamento Ordinario alle università statali sceso da 7 miliardi e 250 milioni di euro del 2008 ai circa 6 miliardi e 500 milioni del 2014, con una riduzione del 14%” con le dovute diversificazioni geografiche“in base al Decreto del fare n.69/2013 è stata costituita una quota premiale sul totale del Fondo, da assegnare agli atenei più meritevoli in base a una serie di parametri di produttività scientifica ed efficienza didattica”. “La quota premiale,” -continua la sintesi del rapporto- “penalizza le Università meridionali. (…) In questo modo, dal 2011 al 2013 160 milioni di euro sono stati sottratti dalle Università meridionali a quelle del Nord.”.

L’equivoco del centralismo universitario si manifesta così nel Mezzogiorno in tutta la sua debolezza: i 195 mila iscritti negli Atenei campani rappresentano una piccola fetta del milione e 200 mila giovani tra i 19 e i 34 anni residenti in regione, minoranza dei 500 mila NEET (quelli che non hanno né cercano lavoro, SVIMEZ, 2014), dei 245 mila occupati e dei 255 mila disoccupati nella stessa fascia di età (Istat, 2014). Una minoranza autoreferenziale ha occupato i partiti e le associazioni politiche senza mai indicare la strada di una cessione progressiva di potere alla maggioranza “silenziosa” dei loro coetanei.

Nella mistura ideologica di questa minoranza “dittatrice” si trova la matrice di slogan buoni per tutte le stagioni come: dobbiamo “parlare ad un mondo che non ci conosce” ,“ascoltare il paese reale”, “mettere i territori al centro”, “stare tra la gente”, “guardare il mondo con gli occhi dei più deboli” e così via. Sono questi i maldestri tentativi retorici di cristallizzare l’alterità, il vuoto che esiste tra il centro e la periferia di una intera generazione, alla quale non si ha nessuna voglia di consegnare quanto duramente conquistato in anni di sacrificati scontri dentro le aristocrazie partitiche.

Senza più argini sociali e presidi di resistenza culturale, lo stesso meccanismo che ha generato la crisi della rappresentanza e dei corpi intermedi, quindi della democrazia di massa, si rinnova all’infinito, potendo contare su energie sempre fresche, facce pulite e obbedienti da offrire al Dio Potere. L’arrampicatore sociale è il candidato ideale a superare questo processo di selezione delle classi dirigenti, poiché è per sua natura facilmente ricattabile. Un piccolo spazio è riservato alle genuine idealità, ma solo con la funzione giustificatrice di identità che non vanno oltre l’amicizia e l’affinità personale.

Chi scrive sostiene l’irreversibilità del meccanismo descritto e la necessità di una mobilitazione alternativa ai partiti “borghesi”, la necessità di una nuova alleanza tra ceti popolari e intellettuali autonomi dai circuiti dei think-thanks neoliberisti per la fondazione di un vero partito dei lavoratori (e dei disoccupati) europei. Tuttavia, sarebbe ragione di grande gioia veder smentite nei fatti queste supposizioni.

Mentre l’Europa ritorna ad essere “una gigantesca polveriera sociale pronta ad esplodere” come nel nefasto 1917 di Hobsbawm, è compito di ciascuno che ne abbia a cuore le sorti provare a colmare i vuoti che si annidano nelle disuguaglianze più feroci. Tutto lascia presagire che, senza organizzazione e senza coscienza di identità, le centinaia di migliaia di under 35  saranno protagonisti di un esodo senza precedenti nei prossimi anni. Un conflitto sospeso di proporzioni epocali che per ora trova la sua valvola di sfogo nelle fila reazionarie del M5S e lega ma che presto potrebbe assumere forme più violente e non assimilabili.

Chi sono e cosa può tenere insieme i giovani che non vanno all’Università? Non manca la risposta a questa domanda, manca Questa domanda.

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