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giovedì 5 febbraio 2015

Quando la Germania chiedeva gli "aiutini"

Una notizia non proprio fresca (risale al 1953 ...) è quella ricordata da “il Sole 24 ore” on-line nello scorso mese di ottobre. Riguarda la ristrutturazione (più che favorevole, in pratica un condono) dei debiti di guerra, accordata alla Germania dai paesi che erano stati coinvolti nella prima e nella seconda guerra mondiale.
La data di pubblicazione dell’articolo è il 15 di ottobre dell’anno scorso, Syriza non aveva ancora vinto le elezioni e, nella grande comunicazione europea, ci si ricordava della Grecia a sprazzi, citando la probabile incapacità di rispettare il piano della Troika e facendo qualche cenno ovattato alla performance di crescita dei nostri poveri amici di Atene … certo, se parti da sottoterra, anche una crescita che sarebbe, per altri, “sostenuta” qui è solo un inizio, incerto, di ripresa.
Oggi, mentre Tsipras e Varoufakis fanno la spola tra le capitali europee proprio per trovare sostegno alla loro idea di rinegoziare il debito, è giusto sapere e dire che anche la Germania ha avuto – e più di una volta, nella sua storia – le "pezze al culo". E ha trovato sempre la comprensione dei paesi europei. Nel 1953, la Germania era in rosso per 23 miliardi di $ del tempo, tra debiti di guerra e debiti contratti per riprendersi dal disastro interno che Hitler aveva provocato. La cifra corrispondeva ad un anno di PIL tedesco dell’epoca. Il Cancelliere in carica, Konrad Adenauer e lo staff dei negoziatori furono tanto abili da ottenere uno sconto secco del 50% circa e una dilazione su trent’anni del pagamento del debito rimasto. Il pagamento della cifra concordata si fece, sì, ma non in trent’anni, bensì in 52 lunghi anni: fu estinto definitivamente, infatti, solo nel 2010. Le particolari condizioni geopolitiche ed economiche del dopo-guerra, la prospettiva di un’Europa unita di cui la Germania avrebbe fatto parte (solo 5 anni dopo fu fondato il Mercato Comune Europeo e la Germania fu tra i fondatori), fecero pendere la bilancia a favore dei tedeschi. A proposito di questa indulgenza, Joschka Fischer, già ministro degli Esteri e vice-Cancelliere del governo Schröder, afferma “E’ sorprendente” che la Merkel abbia dimenticato quella Conferenza di Londra dove si decise “la grazia” ai tedeschi perché “senza quel regalo non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati, la Germania non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miracolo economico”.

Ma la benevolenza degli stati europei verso la Germania non si manifestò solo nell'occasione ricordata da “il Sole 24 ore”. E' importante sapere che, nel 1991, quando si definì il Trattato di Maastricht e le regole per l'Unione Economica e Monetaria (UEM), la Germania, appena riunificata, impose una clausola di salvaguardia che le permise, per molti anni, di non rispettare tutto quanto gli altri stati erano obbligati a rispettare: all'articolo 98 (trasporti) e all'articolo 107, 2, C (aiuti di stato) del Trattato, si permette alla Germania di sostenere con facilitazioni fiscali e tariffarie i trasporti nazionali e di operare “interventi necessari” (cioè aiuti di stato) in “regioni che risentono” della passata divisione della Germania stessa. Se pensiamo che, nel linguaggio comunitario l’espressione “aiuti di stato” è una specie di bestemmia e che alcune nostre disposizioni di anni fa per favorire lo start-up di imprese di giovani nel Mezzogiorno furono trucemente proibite come "aiuti di stato", ci rendiamo conto che permettere alla Repubblica federale, comunque in ottima salute, di derogare alla libera concorrenza significa farle un enorme regalo che si traduce subito in vantaggio competitivo per la sua economia reale nei confronti di quella dei partner.






Infine, nonostante questi “aiutini”, la Germania e la Francia si presentarono al rendiconto annuale col deficit del 3% sforato tra il 2003 e 2005. Non ci fu minaccia di sanzioni, ci fu qualche debole richiesta di una procedura di infrazione e, nei corridoi di Bruxelles, i funzionari della Commissione si divisero tra favorevoli e contrari ad applicare il principio “name and shame” che possiamo tradurre “fare i nomi e svergognare”. Infatti pochi seppero che succedeva davvero nelle riunioni del Consiglio ECFIN (la riunione dei ministri delle finanze degli stati membri) e ancor meno ne dissero i giornali. Un’altra “grazia” che il Dio europeo fece alla formica che si era data ai bagordi insieme alla cicala.

Quando scoppiò la crisi, la formica era ormai rientrata nei suoi panni di grande maestra di vita e prese di mira tutti quei maialini (PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia e Grecia) e, oltre che forzare per l’irrigidimento delle regole di politica monetaria (che ottenne col Fiscal Compact e annessi), preparò, almeno sulla carta, con studi e ricerche che non riuscirono ad essere riservati come la Merkel avrebbe voluto, la SUA possibile uscita dall'euro. Si scatenò una fitta rete di interventi diplomatici riservati che tentarono di coinvolgere anche il vecchio Helmut Kohl, noto per le sue forti convinzioni europeiste e maestro della … maestrina Angela Merkel. Poi l’ipotesi fu abbandonata, probabilmente perché non troppo utile nemmeno alla stessa Repubblica Federale.



Benedetto Croce

La Germania, oggi, continua a pontificare, a richiamare all'ordine greci e italiani. Se la prende meno con la Francia forse perché anche lei catturata dall'illusione che, se la Germania è la locomotiva di testa dell’UE, può però aver bisogno di un altro grande stato dell’euro, la Francia, come vettore sussidiario.


Aveva già capito tutto Benedetto Croce quando, nel 1916, così descriveva lo stato tedesco: “Alla Germania par bello l’ufficio di maestri di scuola del genere umano … ufficio questo che non propriamente coincide con la visione dei popoli d’Europa, viventi come società di pari, collaboranti …”


(giacomina cassina)

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