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mercoledì 4 febbraio 2015

Per ridurre la disoccupazione in Italia non basta la ripresa

Perché la disoccupazione diminuisca occorre una ripresa dell’economia. Ma l’aumento dei fatturati va accompagnato da misure che rendano più conveniente creare posti di lavoro in Italia, scoraggiando la delocalizzazione. L’analisi dei dati Istat su occupazione e Pil trimestrale.



LE TRE CAUSE DELLA DISOCCUPAZIONE

Semplificando all’osso, l’evoluzione nel tempo della disoccupazione dipende da tre variabili: andamento del Pil, regole del mercato del lavoro e processi strutturali come la possibilità delle imprese di delocalizzare una parte delle attività.
Il Pil è il riassunto di come va l’economia. Se cresce, è segno che l’economia va meglio e la disoccupazione diminuisce. Di quanto? Bisogna calcolarlo. Probabilmente, la disoccupazione diminuirà meno dell’aumento del Pil: se l’economia riparte dopo una recessione, gli imprenditori sono inizialmente incerti sulla qualità e la durata della ripresa e dunque non ricominciano subito ad assumere. Se poi ci sono occupati in cassa integrazione o se – a causa della crisi – quelli già occupati lavorano con orario ridotto rispetto al solito, può accadere che i fatturati ripartano senza che nulla succeda alla disoccupazione. Prima le aziende riassorbono i cassintegrati e riportano i già occupati al loro orario pieno; poi, assumono. Per questo la riduzione della disoccupazione è di solito percentualmente inferiore e anche ritardata di uno o due trimestri rispetto alla crescita del Pil.
A influire sulla disoccupazione non sono solo i fatturati: conta anche la facilità di assumere e licenziare. Contano cioè le regole del mercato del lavoro. Per questo negli ultimi mesi l’Italia si è divisa discutendo del Jobs Act, cioè di un insieme di provvedimenti legislativi comprensivi del contratto a tutele crescenti approvato poco prima di Natale. Nell’intento del Governo, il contratto a tutele crescenti dovrebbe indurre gli imprenditori che hanno di fronte una ripresa ancora timida e incerta ad assumere lavoratori con contratti a tempo indeterminato anziché con i contratti precari degli ultimi vent’anni. Così come il decreto Poletti di marzo, operativo a partire dal mese di giugno, era fatto per facilitare il rinnovo dei contratti a termine rispetto a quanto prescritto dalla legge Fornero.
Infine (anche se non meno importante) a influenzare la disoccupazione entrano variabili più difficili da misurare, come il coinvolgimento delle aziende in attività di delocalizzazione, cioè lo spostamento di segmenti di produzione all’estero (in Romania, in Slovacchia, in Cina, in America).

COSA DICONO I DATI

I dati dell’Istat su occupati e disoccupati e sul Pil trimestrale italiani consentono di quantificare in modo relativamente preciso la relazione tra disoccupazione e crescita. Usando i dati trimestrali dal primo trimestre 2004 al quarto trimestre 2014 (per un totale di 43 trimestri) l’analisi statistica indica che la (variazione della) disoccupazione è la somma di due elementi, uno misurabile con i dati trimestrali e un altro non misurabile, come indicato dalla formula riportata sotto:

 Variazione disoccupazione nel trimestre
=

(effetto delle variabili non misurabili) – 0,175 x (crescita del Pil nei due trimestri precedenti)



La formula dice che per ogni punto di crescita del Pil la disoccupazione diminuisce come logico, ma il calo è solo di circa 0,2 punti (0,175 per la precisione). Se anche la crescita trimestrale fosse dello 0,25 per cento per i prossimi quattro trimestri (per un aumento di Pil cumulato di +1 per cento, un risultato che non si vede dal 2010), la disoccupazione diminuirebbe solo dello 0,175 per cento (1 per -0,175). Quasi niente, insomma. I dati dicono anche che il coefficiente di -0,175 è rimasto uguale anche negli ultimi tre trimestri, cioè dopo l’approvazione del decreto Poletti.
Che cosa dunque tiene alta la disoccupazione e che cosa potrebbe farla scendere? I dati Istat non consentono di rispondere con precisione alla domanda, ma qualche indicazione la danno. Pur non potendo attribuire gli effetti alle singoli voci, l’analisi statistica indica che l’effetto complessivo delle variabili non misurabili era zero tra il 2004 e il 2008. Vuol dire che delocalizzazioni e altri processi in grado di influenzare la capacità di creare lavoro in Italia indipendentemente da come va il Pil non aggiungevano né toglievano al trend della disoccupazione italiana. I dati Istat dicono però anche che le cose sono cambiate dal 2009: da allora, infatti, l’effetto delle variabili non misurabili (l’espressione tra parentesi nella formula) vale un +0,2 punti percentuali in ogni trimestre. Con la crisi, cioè, una crescita zero del Pil si associa ad un aumento del tasso di disoccupazione trimestrale di 0,2 punti percentuali. E’ il drammatico riflesso della chiusura di molte aziende in passato attive nell’indotto delle grandi imprese e del fatto che anche quelle che hanno continuato a produrre in Italia hanno spesso creato posti di lavoro fuori dai confini nazionali.

MISURE PER CREARE VERI POSTI DI LAVORO

L’analisi dei dati trimestrali su disoccupazione e Pil porta a due conclusioni. La prima è che, in assenza di ripresa dei fatturati, la disoccupazione è destinata a rimanere elevata. La seconda – meno ovvia – è che se alla ripresa dei fatturati non si accompagneranno misure che riducano la disoccupazione e aumentino la crescita strutturale (ad esempio politiche del lavoro che rendano più conveniente creare posti di lavoro in Italia e altre riforme – come quella del fisco, della pubblica amministrazione e della giustizia civile – che scoraggino l’incentivo a delocalizzare), la società italiana sarà destinata a convivere con elevati tassi di disoccupazione per un lungo periodo di tempo.
La ripresa ci vuole, ma non basta se manca un ambiente che favorisca la creazione di veri posti di lavoro.

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