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mercoledì 18 febbraio 2015

Pace e guerra sono affare nostro. Due riflessioni e un quiz.


A rileggere il discorso di Barack Obama all'università del Cairo (4 giugno 2009), sembra di avere tra le mani un reperto di archeologia politica. Invece solo 5 anni e qualche mese ci separano da quando fu pronunciato da un presidente entrato in carica appena 6 mesi prima. Fu percepito, nel mondo, come l’annuncio di un cambiamento radicale nella politica estera statunitense e, anche, come la piattaforma di una governance globale all'insegna della cooperazione tra paesi e culture diversi ma con pari dignità, volta ad una vera stabilità mondiale e alla pace.


Ci credemmo tutti, a cominciare dall'Accademia svedese che attribuì a Barack Obama, nel giro di pochi mesi, il premio Nobel per la Pace. Nella motivazione leggiamo (passim): “… per il suo straordinario impegno per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli … la diplomazia multilaterale ha riguadagnato centralità, evidenziando il ruolo che le Nazioni Unite e altre istituzioni internazionali possono svolgere … il dialogo e i negoziati sono preferiti come strumenti per risolvere i conflitti, anche quelli più complessi… l’immagine di un mondo libero dalle armi nucleari ha fortemente stimolato il disarmo ed i negoziati sul controllo degli armamenti”.

Non vogliamo Obama sul banco degli imputati, oggi, per le ferite sempre più gravi che subisce la pace nel mondo. E’ però certo che, altri 6 mesi dopo le belle parole al Cairo, allo scoppio delle rivolte arabe, né Obama, né l’ONU, né l’UE, né i singoli grandi o piccoli paesi e nemmeno quella bella società civile di cui tanti si riempiono la bocca, hanno saputo raccogliere e sostenere lo slancio verso le libertà, la democrazia, la partecipazione che quei movimenti esprimevano nella loro prima fase. Li battezzammo “primavere arabe”, espressione forse carina, ma che porta jella se collegata alla “primavera di Praga” (1968) che fu soffocata dai carri armati del Patto di Varsavia … Chi, invece, raccolse la ricchezza delle rivolte arabe furono i partiti islamisti radicali che andarono al potere attraverso elezioni e solo il ritorno delle vecchie strutture militari e dei “cerchi magici” degli autocrati che avevano governato in precedenza hanno impedito, nel bene e nel male, di avere governi pronti a fare da substrato acquiescente all'avanzata dell’ISIS.

Ed è anche certo che Obama fece la voce grossa, quando scoppiò, in ritardo ma con caratteri di violenza nuova e una composizione sconvolgente, la rivolta in Siria, ma poi lasciò la patata bollente all’ONU e agli europei. Entrambi impotenti e incapaci. Stesso scenario di pressioni e minacce al momento della rivolta ucraina e poi il campo venne lasciato libero col compito, per un’UE debole politicamente e del tutto sprovvista di capacità negoziale (che implica sempre di saper “mettere sul tavolo” qualcosa di indispensabile per i contendenti) tentasse di calmare un conflitto che continua a ribollire e a non promettere nulla di buono. Infine, freddino e defilato, il nostro premio Nobel per la pace, anche sull'espansione del cosiddetto “Stato islamico”, meglio detto Da’ish, in Iraq, Siria e ora in Libia.

Ma non vogliamo Obama sul banco degli imputati perché la capacità di disinnescare i potenziali conflitti e di far rientrare quelli ormai esplosi non è nelle sole mani dei governi. C’è una mancanza generale di cultura della pace a livello mondiale, non solo da noi. Non una cultura che produce oceaniche manifestazioni o improvvise illuminazioni dei governanti in carica. Una cultura che non è figlia, ma deve essere invece madre delle strutture che ogni paese europeo e la stessa UE hanno messo in funzione per prevenire e spegnere i conflitti.

Ci sono politiche, infatti, accuratamente formulate a tavolino e magari anche dotate di risorse, ci sono corsi universitari dedicati al peace-keeping (mantenimento della pace) e al peace-building (costruzione della pace), ci sono centri studi e reti di ONG per la prevenzione dei conflitti che fanno ricerche e stilano statistiche e anche qualche progetto sul campo, ma tutto ciò non basta. Non è bastato e lo stiamo vedendo. Forse non basta nemmeno parlare di più e meglio di pace, se la pace non è, soprattutto, una condizione culturale degli individui, una capacità di cogliere che anche solo una reazione di stizza, uno schiaffo, una disattenzione implica un peggioramento dei rapporti umani e, quindi, un rischio per la convivenza nel mondo. E questa capacità può essere costruita solo con una profonda trasformazione delle coscienze.





Siamo terribilmente in ritardo e le cose stanno peggiorando ogni ora che passa. Ci si sono messi i genitori, distratti dal lavoro e dalla crisi e poco attenti (e impreparati) al dialogo coi figli. Ci si sono messe le scuole i cui attori, quando si parla di riforme, sono capaci solo di avanzare rivendicazioni di risorse e strutture e non accennano mai ai contenuti e alle flessibilità indispensabili dei programmi: ma non sarebbe forse meglio insegnare un metodo di studio e trasmettere il gusto per la lettura e l’approfondimento, invece di macinare pagine di sussidiari e farsi prendere dall'affanno di “completare il programma? Detto tra parentesi, non sarà certo l’assunzione dei 140 mila precari della scuola ad aiutare la necessaria riforma in profondità (forse più una rivoluzione) del nostro insegnamento. E poi ci si sono messi tutti quelli dai quali ci facciamo rubare energie e tempo (politici, governi, media, economia, finanza) perché ci affanniamo a criticarli invece di provare a proporre idee nuove e a fare cose nuove.

Stiamo tutti contribuendo ad una corsa verso il proliferare di guerre e conflitti. E se provassimo, invece, a rispondere a queste 7 domandine che, in fondo, sono implicite nel discorso di Obama citato (ecco perché non lo volevo mettere sul banco degli imputati o, almeno, non mettercelo da solo):


Conosco il nome del mio vicino di casa e lo saluto quando lo incontro?

Rispetto sempre il codice della strada e, soprattutto, le strisce pedonali e i limiti di velocità?

Penso di essere migliore di altri e parlo solo coi miei “pari” o sono capace di ascoltare una persona che “non mi dice niente” ma che ha bisogno di dirmi qualcosa?

Riesco a mantenere la calma quando qualcuno mi fa un torto?

Penso che fare qualcosa insieme sia meno produttivo che lavorare da soli?
Quando ascolto una persona che non conosco, cerco di capire che cosa dice o cerco invece di capire che cosa pensa politicamente o che religione pratica?

Conosco la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e tengo presente questi diritti nella mia vita privata e sul lavoro?

La pace la fanno i governi e forse la impongono i vincitori. Ma gli unici che possono farla vivere e durare sono solo i popoli. Cioè noi.


P.S. : date un'occhiata ai documenti linkati di questa pagina, leggere un po' fa bene. Grazie!




(giacomina cassina)

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