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venerdì 13 febbraio 2015

Merkel come Thatcher, quarant’anni dopo

L’alba della lunghissima era Thatcher iniziò l’11 febbraio di 40 anni fa, quando l’austero partito dei conservatori britannici designò per la prima volta nella sua storia una donna come leader; quattro anni dopo sarebbe divenuta anche la prima donna a vestire i panni del primo ministro britannico. E mentre una stella nasceva, a tramontare erano i “trenta gloriosi”: gli anni che andarono dal 1945 al 1975, segnati da sviluppo economico, disuguaglianze in calo e aspettative alle stelle.


Merito anche del clima costruttivo messo in piedi dalle potenze mondiali che uscirono vittoriose dalla II Guerra Mondiale, e che garantirono alla Germania – memori del disastroso trattato di Versailles del 1919 – un’uscita morbida dai drammi e dalle responsabilità del nazismo. Le stesse responsabilità che oggi si ripresentano, economicamente parlando, sul tavolo di trattativa che contrappone la Grecia all’Unione europea a guida tedesca; il paese ellenico chiede infatti ai tedeschi qualcosa come 160 miliardi di euro per i danni di guerra, una provocazione destinata con tutta probabilità a rimanere tale in eterno, ma che ha un peso specifico nel muro contro muro in corso tra quelli che dovrebbero essere partner europei.

Alle richieste greche i tedeschi continuano a rispondere con stizza. Il tavolo dell’Eurogruppo straordinario che ieri si è riunito per discutere la crisi greca si è chiuso con un nulla di fatto: tutto rimandato a lunedì prossimo. Angela Merkel, impegnata nella estenuante trattativa ucraina, non era presente a Bruxelles – e sembra che non incontrerà il primo ministro Greco Alexis Tsipras neanche oggi –, ma il peso della sua figura, e quello della Germania che rappresenta, è rimasto dominante. Anche perché riassume non solo l’influenza dei leader politici teutonici (che rispecchiano comunque il loro elettorato), ma anche una buona fetta dei cittadini tedeschi. Secondo l’ultimo sondaggio condotto in merito, il 48% dei cittadini della Germania è favorevole all’opzione Grexit – l’uscita della Grecia dall’euro – il 23% è indeciso e solo il 29% si dichiara a favore della permanenza di Atene nella moneta unica.

L’opinione pubblica tedesca, proprio come i suoi leader politici, sembra così volersi liberare delle responsabilità che il ruolo egemonico della propria nazione nel terreno economico europeo dovrebbe invece comportare. Da un punto di vista prettamente interno alla Germania, d’altronde, può apparire non così evidente l’esistenza di un comune destino economico europeo: in questi anni di crisi i tedeschi hanno giocato al meglio le loro carte, e se il potenziale di crescita della Germania si è ridotto in senso assoluto si è invece ampliato rispetto a quello dei partner-competitor europei (tra cui l’Italia, ovviamente).

In Germania, che pure ha i suoi problemi – vedi il boom dei mini-job da 400€ al mese – i conflitti sociali sono ridotti al minimo. In un mondo globalizzato, le tensioni prendono la via delle merci, e la Germania è specializzata anche in questo particolarissimo tipo di export.

Non che in quello tradizionale se la cavi male. Secondo quanto recentemente stilato da Destatis, “l’Istat tedesco”, nel 2014 la Germania ha esportato beni per 1.134 miliardi di euro (a fronte di 917 miliardi di euro di import, con una bilancia commerciale in attivo per 217 miliardi di euro), un record storico. Traguardo che, incidentalmente, la pone al di fuori delle regole europee che lei stessa ha contribuito ad approvare, e che prevedrebbero di limitare il surplus commerciale al 6% del Pil. La Germania veleggia invece attorno a un roboante 7,4%, schiacciando le industrie dei paesi concorrenti, ossia del resto d’Europa: è proprio nel Vecchio continente che la Germania ha esportato per ben 657 miliardi di euro nel 2014, con una crescita del 5,4% rispetto all’anno precedente.

La Commissione Ue, così solerte nei confronti degli squilibri economici greci (idem per quelli italiani), non si rivale con altrettanta forza nei confronti della Germania. E la posizione di predominio tedesco non fa che ampliarsi, malamente gestita dagli stessi tedeschi. Che insieme ai loro beni esportano austerità, povertà e guerre tra poveri nel resto del continente – ammorbidite dal termine tecnico deflazione dei salari –, Grecia in testa. Una strategia che procede di pari passo con la gestione dei debiti europei: «La crisi greca – evidenzia con ottimi argomenti Carlo Clericetti su la Repubblica – è stata gestita in modo da trasferire i crediti delle grandi banche soprattutto tedesche e francesi dai loro bilanci a quelli degli Stati, tutti gli altri Stati dell’Eurozona».

E se Margaret Thatcher imponeva la propria linea neoliberista all’Uk gestendo i conseguenti e asprissimi conflitti sociali (memorabili quelli con gli orgogliosi minatori britannici) all’interno dei patri confini, nella Germania di Frau Merkel le code dei poveri in fila per un pacco di viveri o qualche medicina sono prevalentemente in tv, trasmesse dalla lontana Grecia che conta ormai 1,5 milioni di disoccupati, 2,5 milioni di poveri e 300mila giovani che sono emigrati cercando fortuna altrove. Resta il fatto che l’Europa sfigurata ed egoista di oggi è figlia anche della deregulation tatcheriana, e che anche la mutazione genetica della socialdemocrazia è avvenuta sotto la spinta di quella potente ideologia senza ideali che ha preso il nome di neoliberismo, praticata oggi dalla Merkel in Grecia e  con diverso rigore in casa propria. L’unica via per uscirne rimane quella della solidarietà europea, ma sembra che il fondo del barile debba essere grattato ancora un po’ prima che si possa sperare di riscoprirla.

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