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sabato 14 febbraio 2015

La vera Europa è IN piazza per la Grecia

Quale compromesso è accettabile? Da settimane assistiamo a questa partita a scacchi che tiene con il fiato sospeso l’intera Europa. Una prima scansione delle proposte per attuare quel programma di cambiamento promesso da Tsipras ha avuto luogo ieri pomeriggio sul tavolo dell’Eurogruppo, alla presenza dei ministri dell’economia.
Varoufakis ha provato a giocare la sua dettagliata carta per non cedere totalmente sulle riforme sociali: prolungare i tempi del pagamento del debito, rientrare nel tetto dell’1,5% per l’avanzo del bilancio pubblico (concessione della Commisione che ha incontrato soprattutto i favori dell’Italia), rifiuto di far continuare il faustiano patto dei prestiti con la Troika in scadenza a fine febbraio, interruzione del commissariamento e delle ispezione sui conti, pagamento del debito secondo la crescita; allo stesso tempo, la Grecia conta di domandare un cosiddetto “prestito-ponte” di 10 miliardi per apportare i punti umanitari della sua agenda politica. La differenza della seconda opzione di debito sta nella rinuncia delle altre clausole del primo accordo, che oltre ai tassi di interesse ha anche un’obbligazione politica di accettare il Memorandum, tra contrazione salariale, taglio al sociale, privatizzazioni e liberalizzazione del lavoro. Tuttavia, anche in questo secondo caso ci sarebbe una cessione di sovranità non indifferente, cioè l’accettazione del 70% della ricetta della troika. La condizione minima per sedersi al tavolo è stata la marcia indietro rispetto allo stop alla privatizzazione del porto del Pireo. La decisione sostanziale rispetto al negoziato, comunque, è rimandata a lunedì.

Non stupisce che mentre Varoufakis s'impegnava nell’Eurogruppo, il premier Tsipras stesse tastando i margini per un eventuale cambiamento dei creditori, in linea con la delegittimazione della troika come interlocutore. Oltre all’incontro con il responsabile OCSE per l’organizzazione delle riforme, è avvenuto un colloquio con il Ministro degli Esteri russo Lavrov, che si è detto possibilista sul comprare titoli di Stato ellenici.

 Del resto, l’ordoliberale Schaeuble è stato chiaro: o nel nostro ordine monetario e politico, oppure “è finita”. Un assaggio della prossima asfissia? Da ricordarsi che oltre all’incontro di lunedì il 18 febbraio c’è la riunione del board della BCE, nella quale si decide se far permanere la Grecia nei parametri di compatibilità dell’ELA (l’immissione di emergenza di liquidità) dopo la prima chiusura dei rubinetti della scorsa settimana. Come fare a pagare stipendi e pensioni se dovesse accadere il default? Come rifinanziare il welfare pubblico?

Intanto il tempo scorre e le prime scadenze dei debiti emessi si stanno avvicinando. Con un sistema di credito greco saturo, l’impossibilità di emettere altri bond, le maglie della governance finanziaria si fanno sempre più strette attorno alla rappresentanza classica. Non è un caso che in questi giorni il dibattito sia stato demandato alle sale dei palazzi delle istituzioni europee alla presenza dei tecnici e dei ministri dell’economia, quando Merkel e Hollande stanno inseguendo il raggiungimento di un negoziato di pace in Ucraina. Certo, questione delicatissima: ma sta a significare che la trattativa sulla Grecia è  tutta politica – nella sua essenza: o l’austerità o no - eppure non scomoda i primi ministri. Perché la scure tedesca è pronta a calare, a tagliare teste, o meglio risorse monetarie; è ciò che i potentati finanziari promettono di fare. La mediazione sostanziale sembra essere accantonata completamente, motivo per cui non è indispensabile la presenza di un primo ministro: qui si tratta solo di discutere del come, non dei “se” dei termini delle politiche economiche.
La Germania è pronta ad indurire la sua posizione per evitare il cosiddetto “contagio” dell’ondata di Syriza in Europa. Poco importa se una trasformazione radicale nei e tra i governati greci ha avuto luogo, visto che nessun politico europeo ha dichiarato pubblicamente di aver visto un’ondata sociale di sostegno per Syriza e di indignazione per le imposizioni dall’alto. Come se davanti all’Eurogruppo ci fosse soltanto Varoufakis o Tsipras, come se in Grecia non si fossero riempite le piazze in questi giorni. Un’altra motivazione, da parte loro, per rimanere a parlarne nei corridoi di Bruxelles e Francoforte.

Per questo le spinte affinché la Grecia possa attuare il suo risanamento sociale – altro che finanziario! – devono vedersi nelle strade. Bloccare le città, le articolazioni e le sedi delle istituzioni pubbliche e no che rappresentano e rendono effettiva l’austerità. Fare in modo che i governati da organi non eletti sfiducino la BCE, la Commissione e il FMI a cui non hanno mai prestato una delega. Diffondere piazza Syntagma in Europa (cooperativa, della democrazia radicale, dei diritti sociali) e l’Europa su piazza Syntagma: questo è il senso vero della solidarietà, del minimo comune denominatore che ci vede potenzialmente greci in quanto comandati dal debito, ma anche perché ci immaginiamo un altro tipo di Unione dove non c’è spazio per le gerarchie.

La ragione sta dalla parte della piazza davanti al Parlamento greco, così come sotto il consolato tedesco a Venezia, il corteo da piazza Indipendenza di Roma, sotto la Commissione Europea a Berlino; sta nella settimana di mobilitazione europea al fianco della Grecia. E si vedrà con fattezze concrete il 18 marzo a Francoforte, per bloccare l’inaugurazione di una torre mai stata così lontana dalla moltitudine dei governati che vorrebbe sovrastare.

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