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venerdì 20 febbraio 2015

Il terrore NON viene dal mare

Sta facendo breccia nel pensare collettivo, l'idea che nei gommoni che a fatica partono dalle coste libiche, carichi di esseri umani alla ricerca di scampo, possano nascondersi i feroci terroristi che metteranno a repentaglio la pace. Scarsa informazione, utilizzo strumentale e allarmistico dei dati, poca volontà di garantire una conoscenza maggiore delle ragioni di fuga e infine, coscienza sporca e ignoranza contribuiscono ad alimentare questa immagine fosca, avvalorata da una superficiale conoscenza in merito a quanto si sta determinando sullo scacchiere internazionale.

Lungi dal volere e poter dare lezioni, proviamo a sciogliere uno per uno i nodi che permettono questo black out mentale e proviamo a dipanare la matassa. Si parta intanto dall’idea che chi sale su imbarcazioni di fortuna, in questo periodo, ha serie probabilità di non giungere vivo a terra. La sospensione di operazioni del tipo Mare Nostrum lascia privo di vigilanza e quindi di soccorso un tratto enorme del Canale di Sicilia, le oltre 300 vittime degli ultimi giorni, alcuni per assideramento, la scarsità dei mezzi impegnati in operazioni di salvataggio in mare, criminale scelta politica operata dall’U.E. attraverso l’agenzia Frontex e la missione Triton, non offrono scampo, solo alcune motovedette della marina militare italiana si sono ultimamente azzardate a giungere presso le coste libiche per raggiungere chi chiedeva aiuto.

Questo non ha fatto diminuire (dati Unhcr) le partenze. C’è stato un incremento nel gennaio 2015 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, dovuto essenzialmente al fatto che le aree di conflitto crescono, che le intensità dei combattimenti aumentano e che sempre più uomini, donne, minori, rischiano la vita pur di mettersi in salvo. E appaiono grotteschi i tentativi che si vanno facendo in queste ore di istituire campi profughi nei paesi limitrofi come Mali e Niger, paesi in cui le tensioni non sono affatto risolte.

E se esiste un “rischio terrorismo” in Italia, come nel resto d’Europa, lo si deve a politiche nazionali dissennate che hanno facilitato percorsi di esclusione e di costruzioni di identità nemiche allo Stato ospitante, che vedono come protagonisti / vittime, giovani che hanno spesso già la cittadinanza europea, che potrebbero essere parte attiva di questo continente e che invece, per mille ragioni, spesso anche individuali, non si riconoscono nello spazio di cittadinanza formale loro fornito.

Aumentare gli elementi di rifiuto, anche non prestando soccorso, non garantendo accoglienza, non contribuendo a ricostruire percorsi individuali e collettivi di vita, spesso rasi al suolo dalle bombe, significa di fatto rafforzare o far crescere ex novo la convinzione che l’ “Occidente” sia un unico nemico combattere e non uno spazio di dialogo. Ma un altro nodo su cui spesso si formano convinzioni che lasciano spazio a reazioni xenofobe, è la “paura dell’invasione”. Il numero dei profughi in Europa è inequivocabilmente aumentato e destinato ancora a crescere se non si attueranno politiche di pace, il numero di migranti per ragioni economiche è invece drasticamente calato perché gran parte d’Europa, soprattutto paesi in stagnazione come l’Italia, non sono più percepiti come mete in cui trovare lavoro.

I profughi aumentano, si è detto ma solo in percentuale minima finiscono in Europa. In gran parte, sia per assenza di risorse proprie, sia perché intenzionati a restare il più possibile vicini al paese da cui si è fuggiti nella speranza di poter far ritorno presto a casa, sono confinati in alcuni stati. L’esempio più lampante è quello legato alla maggiore catastrofe umanitaria di questo inizio secolo, la guerra in Siria.

Dei 3 milioni di profughi (1/8 dell’intera popolazione), quasi il 90% sono in Giordania, Libano, Egitto e Turchia, Paesi limitrofi alla Siria, pochi sono quelli che stanno cercando di restare in Europa. Di questi, molti vorrebbero potersi sistemare laddove hanno già una rete parentale, amicale o un sistema di accoglienza degno di questo nome. Non è certo il caso dell’Italia, in cui si resta bloccati sia per la sua posizione frontaliera che per gli assurdi vincoli imposti dal Regolamento Dublino che obbliga a fermarsi nel primo paese europeo in cui si mette piede.

La conoscenza della reale situazione internazionale, evitando di farsi prendere da fallimentari manie militariste, potrebbe venire incontro per trovare soluzioni. Uno dei punti critici, si diceva all’inizio, è la Libia. A differenza di quanto si tenta di far passare come dato incontestabile, questo grande Stato non è prossimo a dover cadere in mano degli ormai popolarissimi sventolatori delle bandiere nere.

In Libia c’è una situazione estremamente complessa dove a fronteggiarsi sono milizie divise fra loro da mille ragioni, familiari, territoriali, religiose, politiche, in cui esistono due “governi ufficiali” che rivendicano un primato di rapporto con l’occidente e numerose forze che fanno capo ad una complessa galassia che solo per comodità interpretativa potremmo definire “fondamentalista”.

Una situazione caotica insomma non risolvibile con interventi militari che anzi diventerebbero il migliore strumento di propaganda di alcune organizzazioni, ma con un lavoro di lenta e tenace ritessitura diplomatica che oggi parrebbe impossibile. Devono tornare ad agire le diplomazie e, in attesa di risultati, non si può neanche pensare come affermato da raffinati studiosi, di bloccare i porti libici per impedire la partenza dei profughi.

Non solo sarebbe ingiusto verso chi subisce la guerra ma sarebbe anche irrealizzabile tecnicamente per chi conosce l’ampiezza delle coste libiche e il numero dei luoghi da cui si potrebbe partire. Avrebbe più senso un piano condiviso in sede Onu e U.E. di corridoio umanitario attraverso cui andare a prendere chi fugge per poi mettere in pratica una politica di resettleament (reinsediamento) in cui ogni Paese si assuma l’onere di prendere in carico una parte dei fuggitivi. Non si tratterebbe di una operazione tacciabile di carattere esclusivamente umanitario.

Eviterebbe non solo lutti in mare e in guerra ma faciliterebbe un abbassamento delle tensioni, porterebbe forse gli organismi internazionali a dover ridefinire una strategia complessiva verso le zone di crisi. Creerebbe meno problemi anche nei singoli paesi. Da ultimo, in Italia si dovrebbe umilmente fare i conti con un grande fallimento. Dall’inizio degli anni Novanta, dall’emergenza dei profughi albanesi è trascorso un quarto di secolo. 25 anni in cui di volta in volta si è affrontato il risultato di guerre di cui spesso si è stati anche i responsabili, senza volerne pagare le responsabilità e le conseguenze.

Un sistema efficiente di accoglienza, non funzionale ai profitti di privati o di vere e proprie organizzazioni criminali (cfr Mafia Capitale), ma strutturato per non essere emergenziale, con spazi adeguati, mediatori culturali e linguistici, operatori capaci e non sfruttati; un sistema sottoposto ad un rigido monitoraggio da parte delle istituzioni, risulterebbe meno oneroso, non porterebbe le insidie dell’opacità attuale, non alimenterebbe tensioni e sarebbe anche utile a far sì che chi arriva in cerca di salvezza sia messo in un tempo decente in condizione di cavarsela da solo, di rendersi autonomo. Un sistema che diventerebbe insieme investimento e risorsa ma toglierebbe argomenti tanto al becero e provinciale razzistume sia agli affaristi della solidarietà.

Per questo si è ben lungi dal promuoverlo e si continua, da apprendisti stregoni, ad alimentare invece, anche attraverso un uso sapiente della crisi, il conflitto fra ultimi e penultimi. Questo è il vero pericolo che ci dovrebbe spaventare, ben più delle minacce amplificate che giungono da qualche improvvisato e astorico califfato contro cui la maggioranza dei popoli di religione musulmana combatte a viso aperto e vincerà.

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