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sabato 14 febbraio 2015

Il capitalismo e le guerre contro i popoli

Sebbene risulti evidente che viviamo in un periodo turbolento, e quindi opaco e confuso, i diversi punti di osservazione e di analisi necessari alla sua comprensione non dovrebbero ignorare i principi etici senza i quali l’attività per cambiare il mondo perde significato. Le mode intellettuali, così come le illusioni di un’evoluzione graduale del sistema, ci forniscono ben poco aiuto per guidare la turbolenza.

Una di queste mode è la geopolitica. Non sono pochi coloro che cercano scorciatoie al fine di evitare gli inevitabili dolori di questa fase. I paesi del BRICS [1] fanno parte della nuova realtà multipolare e caotica, chiamati come sono a rimpiazzare le potenze del Nord (Stati Uniti, Unione Europea e Giappone) come centri che escludono del sistema-mondo. I paesi cosiddetti emergenti esprimono forme e modi di gestione del capitalismo diversi da quelli del modello anglosassone, ma sono altrettanto capitalisti.
Se accogliamo con favore la transizione in corso verso un mondo multipolare, è solo nella convinzione che il caos sistemico e la molteplicità dei poteri siano un brodo di cultura per la lotta anti-sistemica. Né più né meno.

Le prospettive gradualiste non prendono sul serio il fatto che stiamo vivendo sotto numerose guerre. I 70 anni trascorsi dalla fine della Seconda guerra mondiale sembrano aver convinto molti analisti che le guerre si sono estinte, mentre invece [sono diventate] la forma abituale usata dal capitalismo nella sua fase estrattiva e di accumulazione per esproprio/furto.

L’analisi zapatista sulla “quarta guerra mondiale” del capitale contro i popoli, aiuta a capire le aggressioni subite in tutto il mondo da coloro che stanno in basso: dalle guerre dichiarate e finalizzate all’annientamento come succede in Medioriente, fino alle guerre silenziose che il modello estrattivo conduce contro i popoli con lo scopo di installare miniere a cielo aperto, monocolture e sistemi di dighe idroelettriche, tanto per citare solo i casi più frequenti.

Ci sono guerre economiche e monetarie per il controllo delle fonti d’acqua; guerre contro le donne e contro i bambini e le bambine; fino ai più vari tipi di aggressioni sistemiche e sistematiche contro i più diversi popoli e settori sociali.

José Luis Fiori, professore di politica economica all’Università Federale di Rio de Janeiro e coordinatore del gruppo di ricerca Global Power e geopolitica del capitalismo, accenna ad una visione diversa sull’economia attuale “Dobbiamo iniziare dall’analisi e dalla comprensione di come funzionano i mercati internazionali, che danno più l’idea di una guerra di movimento tra forze impari piuttosto che di uno scambio tra unità uguali e ben informate” (página13.org.br, 01/30/15 ).

Ispirato dallo storico Fernand Braudel, Fiori ritiene che stati e capitali agiscono in questa guerra asimmetrica come “grandi predatori” nella lotta finalizzata al “controllo monopolistico di posizioni di mercato, innovazioni tecnologiche e profitti straordinari”.

Queste considerazioni (mercati come guerre di posizione diverse, stati/capitali come predatori) risultano più convincenti piuttosto che considerarli strumenti quasi neutrali e utilizzabili da classi, “razze”, generi ed etnie a proprio vantaggio. Posizioni di questo tipo tendono a smobilitare quelli che stanno in basso, in un periodo, come quello attuale, nel quale non possono né devono confidare in null’altro che nelle proprie forze e capacità.

Vorrei aggiungere tre idee che Fiori abbozza nei suoi articoli giornalistici e che elabora nel suo ultimo libro História, estratégias e desenvolvimento: para uma geopolítica do capitalismo (Boitempo, São Paulo, 2014).

La prima riguarda la Cina, però può essere applicata a tutti i paesi del BRICS. “Il potere ha sempre carattere di espansione (…). È stato così in ogni tempo e luogo, durante tutta la storia dell’umanità, a prescindere dall’esistenza di economie di mercato, e molto prima del capitalismo” (Outraspalavras, 25 /4/13). Ci avverte sul fatto che la Russia e la Cina possono essere e possono fare qualcosa di molto diverso da quanto noi già conosciamo. Non sono forze anticapitalistiche.

La seconda riguarda l’economia; Fiori sostiene che questa si subordina agli obiettivi a lungo termine degli Stati. “Le politiche economiche dei paesi cambiano nello spazio e nel tempo, il loro successo o il loro fallimento dipende da fattori esterni alla stessa politica economica e non dalla validità o falsità delle loro premesse teoriche”. (Carta Maior, 27/11/14).

Fiori afferma che è inutile cercare politiche economiche di sinistra. Si tratta di prendere in considerazione gli obiettivi in funzione dei quali gli Stati adottano le loro scelte economiche. Ha il pregio di allontanarci dall’economicismo dominante nelle sinistre, nei progressismi e in molti movimenti sociali. In ogni caso, questa premessa non dovrebbe essere presa alla lettera dai movimenti anti-sistemici, poiché è l’etica quella che guida la loro azione.

Infine, Fiori possiede una visione molto chiara della politica degli Stati Uniti.Ricorda che è stato Nicholas Spykman, il teorico della geopolitica, ad influire maggiormente sulla politica estera statunitense del XX secolo. Egli ha suddiviso il subcontinente latinoamericano in due parti. La parte settentrionale che include il Centroamerica, i Caraibi, il Venezuela e la Colombia, che devono rimanere nella “dipendenza assoluta” dagli Stati Uniti.

Brasile, Argentina e Cile sono gli altri tre stati del resto del Sudamerica che, agendo assieme, potrebbero creare una minaccia per l’egemonia imperiale statunitense:una minaccia a cui deve “essere risposto attraverso la guerra”. Fiori ritiene che il problema non è l’impero [statunitense], bensì in questo caso la regione, nello specifico il suo paese: il Brasile. “Questi sono i termini dell’equazione e la posizione degli Stati Uniti è sempre stata molto chiara. Lo stesso invece non si può dire della politica estera brasiliana”. (Sin Permiso, 30/03/14).

Non guadagniamo nulla se diamo la colpa delle nostre debolezze all’impero. È impossibile cambiare il nemico. La palla è nel nostro campo e dobbiamo solo guardare in faccia la realtà.

[1] Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica



fonte: la Jornada

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