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lunedì 9 febbraio 2015

Dalla geopolitica alla geofinanza : verso una nuova guerra fredda?

La geopolitica è quella complicata cosa di cui FREE ITALIA ha spiegato, pochi giorni fa, l’origine, legandola a ciò che sta succedendo nel Donbas. Qui la consideriamo solo il reticolato globale, delle strategie di politica internazionale di stati e/o gruppi di stati, per conseguire i rispettivi obiettivi.
E’ importante capire come si muovono i diversi attori. Per decenni, l’assetto del mondo è stato il bipolarismo USA/URSS, esaltato e alimentato dalla paura di una guerra atomica. Poi questo “equilibrio del terrore” si è rotto perché uno dei due contendenti è letteralmente imploso, disgregandosi. La favola che ci raccontarono allora i vincenti – che, in effetti erano semplicemente rimasti senza avversario – era che “aveva vinto la libertà”. La libertà dell’economia finanziaria senza dubbio, quella commerciale in parte, quella dei popoli … beh, i popoli devono arrangiarsi a conquistarsela e a farla vivere in democrazie sempre più moderne, efficaci, ricche. In questa favola mancavano del tutto i concetti di equità e di redistribuzione delle opportunità (prima ancora che del reddito). Di più: pochi si sono interrogati su quale sarebbe stato il nuovo assetto geopolitico del terzo millennio. Tutti ci affannavamo a rincorrere le incredibili e velocissime evoluzioni tecnologiche. Oggi, le premesse di una nuova guerra fredda stanno delineandosi, ma le intravvediamo solo, nella nebbia di una comunicazione frenetica che avvolge ogni attività umana. 

Per affermare gli interessi degli stati e/o dei gruppi di stati non è detto che gli strumenti debbano essere la guerra, il colonialismo, le sanzioni, le ritorsioni. Il problema vero sta nella risposta ad un quesito che Mao Tze-tung faceva risolvere ai quadri del partito durante la “lunga marcia”, quando arrivavano in un villaggio: “Chi comanda qui?” La strategia di Mao era semplice, perché nei paesini sperduti battuti dai marciatori del Partito Comunista Cinese (PCC) era facile trovare l’autorità morale o economica o familiare a cui gli abitanti facevano riferimento e conquistarne la fiducia e la fedeltà, usandola poi come veicolo della rivoluzione. Chi non ci stava veniva semplicemente eliminato dopo uno di quei terribili processi politici dove prima si viene annullati nella vergogna e poi uccisi anche fisicamente…
Allora, chi comanda nel mondo globale? Siamo abituati a pensare che siano i governi o i gruppi di governi che agiscono (o dicono di agire) insieme. Oppure “i politici” presi come un tutt'uno che emana cattivo odore di privilegi e ricchezze personali e ci fa arrabbiare. Oppure ancora – per i più raffinati – che sia “la Politica”, entità astratta e nobile perché la nostra storia e le nostre Costituzioni ci dicono che in democrazia la Politica è lo strumento che noi controlliamo e che ci aiuta a crescere economicamente, culturalmente, socialmente. Lasciamo da parte i complottisti che, incapaci di rispondere al quesito di Mao, inventano trame globali, sostanzialmente riconducibili ad un potere maligno che non solo vuole arricchirsi, ma anche sterminare, fare guerre, seminare morte, mentre accarezza un gatto bianco come il capo della SP.E.C.T.R.E. In fondo, ai complottisti basterebbe un James Bond per risolvere i loro problemi di rapporto con la realtà.



Vediamo se possiamo trovarci d’accordo su un punto: diciamo che oggi, nel mondo globale, comanda l’economa finanziaria. Ma attenzione a non illuderci attribuendo alle transazioni internazionali una precisa strategia volta a causare tutti i mali del mondo. Se pensiamo al volume, alla complessità e alla velocità delle transazioni finanziarie, questo “potere” che muove 4.000 miliardi di dollari al giorno non ha caratteri chiari, se non quello di aver costruito una rete interconnessa da cui la realtà umana e sociale è estromessa. Un “potere” in cui si è trasferita la feroce competizione dell’economia d mercato ma che, a differenza di quella nell'economia reale, è potere insindacabile, in grado di aggirare qualsiasi condizionamento legislativo. La sua forza di ricatto, anzi, si esercita proprio nei confronti dell’economia reale ed è pressoché totale. A volte, può perfino sembrare che la macchina delle transazioni sia così priva di condizionamenti che gli stessi rapporti tra i vari centri finanziari finiscono per esser dettati più da una legge a loro stessi sconosciuta che non dai meccanismi da loro usati, figli della loro libertà di manovra e dell’enorme potenziale operativo offerto dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Questo “potere” non ha una sede ma domina il nostro tempo e la nostra vita attraverso postazioni computer, tablet, smartphone. 


Il secondo problema, implicito nella logica della “lunga marcia” è “chi ha relazioni privilegiate con chi comanda”? Cioè, chi sta alla corte del potere finanziario? Non lo storico avversario dei lavoratori e dei disperati del mondo, ossia le multinazionali che sono, comunque, una parte dell’economia reale. Non la “Politica” nobile ed eterea che non esiste più e nemmeno i politici che si accontentano di star seduti sui loro privilegi, ma si guardano bene, pur con lodevoli ma limitate eccezioni, di mostrarsi decisi a contrastare il meccanismo infernale scatenato dalla finanza globale. Alla corte di “chi comanda” c’è il mondo dei media, un po’ guerrieri, un po’ giullari, pronti a lanciare il messaggio più destabilizzante pur di ingraziarsi il re: avete mai pensato alla forza dei messaggi allarmistici quando l’ultima delle agenzie di rating (perfettamente integrate nella giungla finanziaria) dice che un paese perde qualche A o qualche B o qualche segno + in rapporto al trimestre precedente? Ormai ogni lettore, ogni ascoltatore TV sa, con buona approssimazione, che cosa significa declassare paese come luogo di investimento finanziario e che implicazioni ha la salita dello spread o che cosa succede se una moneta viene svalutata o rivalutata, se un tasso di cambio sale o scende, che cosa gli capiterà col suo lavoro, coi suoi risparmi, con il suo mutuo: pagherà un debito che non ha contratto. Su questo, i media tacciono o, se parlano, danno sempre lo scenario peggiore contribuendo al “terrorismo finanziario” (Papa Francesco), col “terrorismo mediatico”. Pochi media si sottraggono e anche il web dà man forte.


In questo scenario, i politici sembrano dei pesci in un grande acquario. Ci dovrebbero rendere qualche servizio per l’acqua e il cibo che gli assicuriamo, invece strisciano davanti alla finanza globale e ai media. Per muoversi in un mondo che si corre, ci vuole una strategia che vada oltre i 5 anni di mandato, bisogna avere una credibilità e una coscienza delle proprie responsabilità, ma questa è una ricetta dimenticata, come quelle della nonna. La forza intimidatoria del messaggio a sostegno dell’economia finanziaria l’abbiamo vista in occasione della formazione degli ultimi tre governi (Monti, Letta e Renzi) e nel secondo mandato a Napolitano, tutti passaggi avvenuti sotto pressione a causa della nostra cattiva condotta macroeconomica sbandierata su tutti i giornali. Direte che si è trattato di “obbedire all’UE”. Ma l’UE, nella sua logica del Fiscal compact a chi obbedisce, se non a una dottrina economica che non considera nemmeno più – come invece facevano gli economisti classici – il lavoro almeno come fattore produttivo?

Tutto questo non è nuovo, ne ha parlato più volte FREE ITALIA. Riassumere quanto già scritto serve per porre un ulteriore problema: siamo sicuri che il riposizionamento delle “grandi potenze” che è in atto possa essere dettato da ragioni “politiche” o da interessi concreti o perfino ideologici se non ideali? E poi: quali sono le grandi potenze oggi? Sono ancora quelle di prima del 1990, cioè Russia e Stati Uniti (con Europa al seguito?) E’ vero che la guerra in Ucraina inviterebbe a rispondere di sì, ma una lettura del genere ignora che la Russia è in profonda crisi economica e finanziaria: l’apprezzamento del rublo sta mettendo in ginocchio molte produzioni, il ribasso del prezzo del petrolio sta facendo il resto, ma nel 2013 Mosca ha investito 60 miliardi di dollari all’estero nel settore energetico e nella finanza speculativa. Che qualche ricercatore ipotizzi una ritorsione verso Europa e USA non a carattere militare, bensì attraverso un attacco di vasta portata di hacker ad alcuni server vitali per i servizi essenziali (trasporti, luce, acqua) sembra un po' fantascientifico, ma è elemento da tener presente.
Altri studiosi (De Bonis in Limes 1/2015 e Stefano Grazioli) richiamano la possibilità di una guerra fredda sottolineando che le relazioni tra Cina e Russia stanno migliorando in modo significativo. Fin dal 2010, peraltro, la Cina è il primo partner commerciale della Russia. Tra il 2000 e il 2012, il volume degli scambi è passato da 8 miliardi di dollari a ben 87,5 miliardi. La rottura tra Mosca, da una parte, ed Europa e USA dall’altra, sulla guerra in Ucraina ha spinto la Russia a guardare ancora di più a Pechino.







La Cina è dunque il convitato di pietra che i nostri media quasi ignorano nello scenario della prossima possibile guerra fredda. Basta un dato per capire la portata possibile della Cina come attore in questa ipotesi: dei 17.000 miliardi di dollari di debito pubblico americano (il 105% del PIL), 1.317 miliardi (il 7,5% del totale) sono detenuti dalla Cina che ha anche riserve valutarie estere che ammontano a 3.820 miliardi di dollari. Che cosa succederebbe se le autorità monetarie cinesi decidessero di mettere sul mercato i titoli USA che detengono? Una mossa del genere potrebbe scatenare un effetto domino (altri detentori di titoli venderebbero) con svalutazione del dollaro e alle autorità monetarie USA non resterebbe che aumentare i tassi di interesse col rischio di ricadere in una fase di depressione e recessione peggiore di quella già vissuta.

Un altro giocatore sullo scacchiere mondiale è l’India che sta stringendo rapporti sempre migliori con la Cina e una gran parte degli scambi tra i due paesi sta già avvenendo in renminbi (RMB o yuan, la moneta cinese) e non più in dollari.


Inoltre, il riavvicinamento tra Russia e Iran sta consolidandosi dopo secoli di tensioni anche territoriali (Limes 1/2015) e questo ci porta vicino ad un’altra zona calda di conflitto armato, il Medio Oriente dove, anche lì, Russia e Cina si sono trovate più vicine di quanto si potesse immaginare.


Ma allora la domanda è: se si consolida un ampio schieramento a Est (Russia, Cina, India e qualche satellite) e a Ovest restano USA e UE, quali armi stanno mettendo in campo i contendenti per tenere il mondo sotto scacco? Una volta c’erano i missili a Cuba e poi è arrivato il telefono rosso tra la Casa Bianca e il Cremlino a cavare le castagne dal fuoco. Una volta c’erano i Pershing, i Cruize, da una parte, e gli SS20, dall’altra, ma non sono stati usati perché erano inutilizzabili, a meno di non volersi distruggere reciprocamente. E oggi? Oggi c’è questo boa semi-nascosto e silenzioso che è l’uso possibile dell’economia finanziaria come arma a tutti gli effetti … il mondo intero potrebbe essere stritolato in una sola notte.





Può succedere tutto questo? Il potenziale distruttivo di una guerra finanziaria a livello mondiale esiste, ma è difficile che questo avvenga o, almeno che avvenga per decisione politica, perché i politici in gioco non hanno, in nessun paese, una vera capacità di gestione dei fenomeni che potrebbero sprigionarsi da decisioni in questo senso. Resta un pericolo ben maggiore ed è che l’arsenale finanziario esploda per conto suo. E allora non sarà certamente il “caos creativo” che alcuni invocano, ma un ritorno indietro di secoli che forse nessuno, nemmeno chi gioca già ora sulla nostra pelle con gli swap e i futures, ha davvero voglia di augurare a sé e ai suoi figli.


Purtroppo, in questo scenario forse nemmeno troppo ipotetico, anche se la bomba atomica finanziaria non scoppierà, le guerre come in Siria, in Ucraina, in Iraq, sono solo destinate a durare e ad aumentare di numero. Bisognerà lavorare tutti, meglio e molto più capillarmente per disinnescarle prima che esplodano. E’ possibile, ma ne parleremo in un altro post.



(giacomina cassina)

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