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giovedì 8 gennaio 2015

Sicilia: DELITTO ALFANO. Anche questo è terrorismo

Sono trascorsi 22 anni dal delitto del giornalista Beppe Alfano di Barcellona Pozzo di Gotto, La sua attività giornalistica è rivolta soprattutto verso uomini d'affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali e massoneria.



La sua operosità e il suo lavoro diedero fastidio a più di una persona. La notte dell'8 gennaio 1993 fu colpito da tre proiettili mentre era alla guida della sua auto in via Marconi a Barcellona Pozzo di Gotto. Alla morte seguì un lungo processo, tuttora non concluso, che condannò un boss locale, Giuseppe Gullotti, all'ergastolo per aver organizzato l'assassinio.                                                            
I verbali del pentito Carmelo D’Amico scagionano il killer Nino Merlino,e riaprono  le maglie attorno al revolver passato di mano in mano e i sparito nel nulla e mai  sottoposto a perizia balistica.   Una storia ancora per molti versi oscura, piena di depistaggi anche istituzionali. Un fascicolo ancora aperto sulla scrivania del sostituto della Dda Vito Di Giorgio e denominato “Alfano ter”, con la storia singolare di una pistola calibro 22, invischiata tra vari proprietari e passaggi di mano. 
La  Colt 22, che passa di mano in mano tra varie persone,  mai sottoposta a perizia balistica,  che potrebbe essere quella utilizzata per uccidere il giornalista Beppe Alfano. Poi ci sono   i verbali del pentito Carmelo D’Amico che darebbero una nuova svolta al contesto dell’omicidio: l’esecuzione  scattata l’8 gennaio del 1993 potrebbe essere legata  (quando parla un uomo della mafia è meglio usare sempre "il dubbio") alla latitanza del boss Nitto Santapaola. Sono gli elementi dai quali potrebbe ripartire l’inchiesta sui tre colpi di pistola che tapparono la bocca al  cronista molto scomodo per un territorio che è assolutamente in balia del potere mafioso.
D’Amico  confermerebbe che Alfano venne ucciso dalla mafia barcellonese e  che il delitto sarebbe stato commesso da un killer diverso da Nino Merlino, condannato a 21 anni di carcere insieme al boss Nino Gullotti, indicato come mandante e condannato a 30 anni.  Vito Di Giorgio, al quale si sarebbe affiancato il collega Angelo Cavallo, titolari dell’indagine su Rosario Pio Cattafi,  che tiene  il legame  tra mafia, massoneria e servizi segreti, condannato in primo grado a 12 anni per associazione mafiosa e attualmente imputato nel processo d’appello davanti ai giudici di Messina. 
Ma facciamo un piccolo riassunto per capire perchè ci sono stati depistaggi anche di carattere istituzionale, dal che si evince che i legami Stato/mafia non sono poi così "irreali"...ma troppo spesso i due si danno la mano. Il riassunto lo affido alle dichiarazioni dell'avv. della famiglia Alfano:
L'avvocato Repici ha spiegato la parte assunta nell'ambito della trattativa stato-mafia da Rosario Cattafi, boss mafioso “borghese” di Barcellona P.G., e di come uno stralcio importante delle indagini sull'omicidio Alfano ora faccia parte del processo sulla trattativa. “Nell'agenda del colonnello Mario Mori – ha spiegato Repici – era annotato, in data 27 febbraio 1993, un incontro con il Ros di Messina, Francesco Di Maggio e il pm Olindo Canali”. “Il dottor Di Maggio era in servizio all'agenzia antidroga dell'Onu – ha sottolineato – e non aveva quindi alcuna competenza per occuparsi dell'omicidio Alfano”. Lo stesso Canali - oggi condannato a due anni per falsa testimonianza – era stato depositario delle confidenze del giornalista sulla presenza di Nitto Santapaola a Barcellona. “Quel pm – ha amaramente constatato Repici –  resettò la sua memoria e dimenticò Santapaola”. Su quell’incontro a Roma con Mori c’è ancora da dipanare l’alone di mistero che lo circonda, di sicuro è un pezzo importante che si va ad incastrare nel puzzle della trattativa. Così come per quanto riguarda il mistero dell’arma - mai rinvenuta - utilizzata per l’omicidio di Beppe Alfano: una calibro 22. L’avv. Repici ha ricordato che in un verbale del 28 gennaio 1993 acquisito agli atti del processo per la morte del giornalista si leggeva che 20 giorni dopo l’assassinio il titolare dell’inchiesta, Olindo Canali, aveva scoperto che l’imprenditore Mario Imbesi possedeva una calibro 22 e se l’era fatta consegnare nella città di Tindari, dentro il Santuario della Madonna Nera.  L’iter della consegna era stato decisamente insolito. Il magistrato non aveva sequestrato l’arma, aveva atteso un’ora e mezza che l’imprenditore fosse andato a casa a prelevare la pistola per poi prenderla in consegna. Otto giorni dopo, il 5 febbraio, il revolver era stato restituito all’imprenditore. Agli atti del processo non risulta però alcuna perizia balistica in merito e il mistero si è ulteriormente infittito. 
Riccarda Balla 


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