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mercoledì 14 gennaio 2015

Siamo in Guerra, si, tra poveri

Scongiuriamo subito qualsiasi fraintendimento. La scelta del titolo, che richiama le eco della stampa internazionale mainstream, è volutamente una provocazione: lungi da noi – ma è scontato dirlo – usare talune categorie e divinare le conseguenze dell’attentato di Charlie Hebdo con la difesa della democrazia occidentale in mente.
Qualsiasi ripiegamento bellico, securitarismo contro un’etnia e cultura, ulteriore marginalizzazione sono delle opzioni da respingere e contrastare. Questo perché, come in molti hanno scritto, non vogliamo che i nostri corpi siano il soggetto/vittima utile a fondare una guerra santa.
Questo, però, non ci può far distogliere l’attento sguardo dell’analisi. Non possiamo negare di essere effettivamente in uno “stato di guerra”, già da tempo affermato e pronto ad esplodere in differenti maniere. Al di là del facile allarmismo a cui potrebbero portare queste espressioni, ciò che si intende per “stato di guerra” non è l’insieme di eventi catastrofici e tragici, macchiati dall’estrema violenza delle armi da fuoco. Il filosofo Thomas Hobbes direbbe che lo stato di guerra è una disposizione all’aperta ostilità, è un arco temporale in cui i singoli sbarrano le proprie case e finestre, sono reciprocamente diffidenti e competitivi. La diretta aggressione alla vita, dunque, non è che una delle manifestazioni più esplicite di questa temporalità.
Lo spostamento e schiacciamento orizzontale del conflitto, la tradizionale guerra tra poveri è una realtà che già è attuale, effettiva. Le tecnologie di soggettivazione del neoliberalismo contemporaneo, riassumibili nell’individualismo competitivo, si mischiano alle identificazioni del nemico interno etnicizzato. Non soltanto è complicato stabilire un legame sociale, per così dire solidaristico, nella composizione della moltitudine in sé, del lavoro metropolitano sfruttato: le stesse condizioni materiali di vita radicalizzano, muovono verso l’estremo gli individui; un estremo che è chiusura identitaria e accaparramento privato delle opportunità e rimasugli di ricchezza.
I fatti di Parigi del 7 gennaio 2015 hanno aperto una profonda frattura nel cuore dell'Europa. Comunque si legga la vicenda, con annessi prodromi e postumi, è questo il dato innegabile con cui abbiamo a che fare, sia nell'immediato sia nel futuro più o meno prossimo. Lo scenario di guerra che ha caratterizzato la capitale francese nei giorni scorsi è solamente l'effetto più visibile di questa frattura, ma anche quello più inquietante. L'assalto alla sede di Charlie Hebdo, i morti, la lunga caccia all'uomo, il blitz delle teste di cuoio, i posti di blocco in tutta la Francia hanno consegnato al mondo intero la materializzazione di un war movie crudo e concitato. Ma, appunto, non è un film.
Ed è qui che la “disposizione alla guerra” orizzontale si riflette nella categoria di guerra globale. La guerra contemporanea non ha mai avuto un carattere di estemporaneità, ma è stata anzi condizione permanente negli assetti globali dell'era post-guerra fredda. L'11 settembre 2001 segna la sua escalation, ma segna soprattutto il definitivo superamento del “secolo breve” spazzando via il suo attore principale: lo Stato-nazione. Da allora la guerra globale si è continuamente ridefinita, ha visto l'emergere di nuovi attori, è diventata elemento organico ai processi di finanziarizzazione dell'economia e della vita, si è intrecciata con l'ascesa e l'immediato declino del sogno obamaniano della governance multipolare. Ma allora dove risiede la soluzione di continuità rappresentata dall'attacco a Charlie Hebdo? La frattura si consuma nello spazio e nel tempo.
In primo luogo la dimensione spaziale. Perché Parigi? Perché la sede di un giornale satirico? Nel suo essere metropoli europea e multiculturale, la capitale francese esemplifica il dominio di un rapporto di forza post-coloniale con i recessi della vecchie conquiste e invasioni novecentesche e attuali. La composizione meticcia degli immigrati di seconda e terza generazione, nati e cresciuti in Francia spesso nei quartieri delle cités e delle banlieues, non ha mai potuto far propri gli stendardi repubblicani e moderni della Rivoluzione. Laddove si professa multiculturalismo e integrazione sulla carta, assistiamo da venti anni alla discriminazione, repressione e controllo delle vite di milioni di persone. Se poi pensiamo alla Francia come Europa ed Occidente, come forza militare che si impegna nello scontro per l’egemonia geopolitica in Africa e Medio-Oriente, ecco che emergono le faglie nella società francese. In generale, chi è cresciuto in Francia come figlio di migranti non può riconoscersi in una comunità garantita dalle istituzioni statuali e welfaristiche perché o ne è stato escluso o respinto, attaccato, sia “in patria” che nei suoi paesi di origine.
L’attentato ai danni della redazione di Charlie Hebdo, dunque, è sì una rappresaglia per le vignette contro l’islam, ma è anche un colpo violento al senso comune occidentale, in particolare francese, e alla subordinazione degli immigrati che implica.
In secondo luogo il tempo. Questo attacco avviene nel momento in cui l'avanzata dell'Isis, che fino a pochi mesi fa sembrava travolgente, ha incontrato sul suo cammino Kobane, che rappresenta qualcosa in più di una resistenza. Kobane e la Rojava stanno dimostrando al mondo che combattere il fondamentalismo come forma di vita significa combattere per un paradigma (bio)politico e organizzativo incompatibile con l’ideologia e la sopraffazione fisica. Il fascismo dell’IS e degli altri gruppi islamici necessita di un’affermazione continua non soltanto perché sotto il mirino delle democrazie occidentali, ma anche perché ha bisogno di cancellare qualsiasi traccia dell’esperienza aperta, confederale e sostenibile degli autogoverni locali della Carta del Rojava. La ricerca curda di un nuovo orizzonte politico incrina qualsiasi tipo di fondamentalismo, cercando nella composizione moltiplicatrice delle differenze una via d’uscita dalla crisi generata dalle guerre e dalle strategie geopolitiche sia autoctone che occidentali. Le forze fondamentaliste si sentono sotto scacco nei propri territori perché avvertono la minaccia, tra gli sforzi militari nostrani, di una pratica di vita che è nata a casa loro e che sta riuscendo a porvi un freno, estendendo il consenso attorno a dei concetti politici incompatibili con i loro.
Questo è un altro motivo per cui la metamorfosi odierna del fondamentalismo, espressasi nella capacità da parte dei nuovi jihadisti di ricomporre la galassia islamica combattente, eccede il rapporto tradizionale tra religione e politica diventando strumento di una nuova e terribile entità ed identità: lo Stato islamico. Ed è in questo elemento che risiede il punto di rottura rispetto ad altre forme di fondamentalismo religioso ed oscurantista, che siano esse di matrice islamica, cattolica, ebraica o altro. Fascismo islamico lo chiamano i curdi ed è l'espressione più appropriata in un contesto in cui si stanno determinando forme di dominio violente e totalitarie.
Ma c'è un'altra faccia del fondamentalismo che si sta affacciando in maniera preoccupante sulla scena europea. E' il fondamentalismo di quelle forze di estrema destra che hanno il proprio tratto distintivo nel recupero di vecchie e nuove forme di nazionalismo populista e costruiscono manifesti politici razzisti, xenofobi ed ultrasecuritari.
Entrambe queste forme di fondamentalismo si nutrono e strumentalizzano la povertà e la subalternità sociale come base di reclutamento, ma sono assolutamente organiche e funzionali agli interessi della nuova governance finanziaria e neoliberista nella misura in cui contrastano qualsiasi forma di ricomposizione di classe all'interno del nuovo rapporto tra capitale e vita. Tale governance, infatti, è stata definita un “estremismo di centro”, richiamando anche qui un aspetto del fondamentalismo. La sacralità del dogma ordoliberale in Europa mischia le modalità “dolci” non invasive, che vediamo appunto nella produzione del soggetto impoverito e indebitato, alla vieppiù manifesta faccia autoritaria. La sua interpretazione ideologica della realtà non ammette deviazioni dal tempo unico del capitale, dall’accumulazione originaria violenta e dalla continua valorizzazione fino al suo estremo del lavoro non retribuito. L'alternativa che movimenti o partiti politici atipici provano a mettere in campo si scontra con l’aggressione mediatica, giudiziaria e “di piazza” di un colosso che non ha affatto dei piedi d’argilla, anzi. I figli fondamentalisti religiosi condividono un’eredità genetica con la propria madre. Cosa pensiamo succederà dopo il corteo di domenica aperto dai vari Capi di Stato d’Europa, se non l’intensificarsi della morsa governamentale sulle vite di ciascun/a europeo/a?
In questo senso intendiamo che il fondamentalismo è e sta diventando uno stile di vita, una serie di pratiche e segni sempre più radicati nell’individuo isolato in cerca di una comunità dove si riconosce. Una comunità che, nella semplice antinomia amicus/hostis, si definisce proprio perché ha un altro da cui distinguersi e perché ha l’emergenza di sopravvivergli, di avervi una tensione aperta potenzialmente distruttiva sul piano esistenziale.
Vediamo le narrazioni sulla manifestazione di Parigi, fatte soprattutto dai media italiani, come la rappresentazione incarnata dell’unità politica dell’Europa e dell’area del Mediterraneo. Un passo in più per la governance continentale per portare avanti una tendenza, tra le molte divergenze, a costituire un federalismo e un accentramento del potere; un culto unico, appunto, riconoscibile ad ogni livello dell’Unione Europea che possa evitare ancor di più le tensioni interne in materia di politica economica e sociale derivanti dalle sovranità (svuotate) nazionali. Il mantra dell’ordoliberalismo stringe a sé tutti i Governi sotto lo stendardo dell’emergenza della sicurezza. La “cordata” dei Capi di Stato e la volontà di una cooperazione più intensa tra le polizie nazionali potrebbe preludere a un salto rispetto ad uno dei monopoli che continua a conservare lo Stato-nazione, ossia quello della forza poliziesca e militare. Eppure, a questa unità, a questa riscoperta delle radici di una costituzione reale comune europea fondata sulla Libertà e la Democrazia, non vengono nascoste tutte le contraddizioni che ha sempre avuto con sé l’Unione Europea. La rimessa in discussione di Schengen durante l’ultimo vertice sulla sicurezza ne è un esempio fragoroso. Ma ancor di più lo sono le sottili manovre, sotto il coro disincantato di un’Europa unitaria, per dissimulare la gerarchia e i rapporti di forza che esistono nelle decisioni, nella divisione internazionale del lavoro e nell’accumulazione della ricchezza tra i vari Stati membri, così come la distanza che sussiste tra gli establishment politici. E’ risaltata agli occhi della stampa la presenza di Abu Mazen e Netanyahu alla stessa marcia, simbolo seppur freddo di un nuovo accordo oltre le storiche lontananze. Non viene considerato, però, che la Francia e la Spagna abbiano riconosciuto ufficialmente la Palestina tra i vari gridi di indignazione delle autorità israeliane; una presa di posizione istituzionale che il Presidente di Israele non può certo ignorare e mettere da parte, nonostante il rapporto diretto e centrale per il suo dominio geopolitico con gli Stati europei. Più che un rinnovato patto di sangue, quindi, ci sembra anche questo un segnale delle incrinature reali interne ad un discorso pubblico che si vorrebbe diffondere attorno alla cooperazione e all’unità tra i vari Stati dell’occidente.
Per questa ragione non basta “essere Charlie”, non basta essere in piazza in questi giorni in solidarietà alle vittime ed in difesa della libertà d'espressione. E' condizione necessaria, ma non sufficiente. Sicuramente i due milioni di persone che hanno attraversato le strade di Parigi domenica scorsa sono un segnale incoraggiante ed in qualche modo storico, pur nelle sue contraddizioni, anche perché in quella piazza non hanno trovato spazio Marine Le Pen e i suoi rigurgiti nazionalisti. Due milione di persone, tante e diverse, non possono essere offuscate dall’immagine vergognosa e grottesca dei potenti del mondo incordonati all’apertura del corteo, per quanto sia evidente la strategia da parte loro sull’uso dell’evento di Charlie Hebdo e del corteo.
Non siamo affatto convinti della posizione, per dirla banalmente, “né con gli Stati, né con il fondamentalismo religioso”. Certo, è un punto di partenza, ma non è assolutamente esaustivo, soprattutto se si considera la complessità e la diffusione di un fondamentalismo che si afferma come forma di vita. Una moltitudine di persone scese in piazza contro la xenofobia e il terrorismo, seppur tra diverse contraddizioni, non può essere tacciata di inconsapevolezza totale o strumentalizzata da alcune immagini. E’ impensabile che le persone per le strade di Parigi siano sovrapponibili alla retorica della militarizzazione e dell’unità nazionale e siano completamente fidelizzate alle istituzioni pubbliche, dalla polizia agli organi della rappresentanza. Piuttosto, provando a mettere in atto un ragionamento inverso, è più credibile che la testa del corteo si sia schierata compatta per semplificare una potenziale complessità di quella moltitudine. Senza tralasciare la volontà di marginalizzare gli altri fondamentalismi, i Capi di Stato hanno voluto dare un’unica voce a un momento pubblico che di fatto è stato eterogeneo e avrebbe potuto esprimere un’incrinatura all’interno del discorso egemone. Crediamo davvero che i due milioni di persone siano tutte a favore delle misure di austerità, della restrizione della libertà di movimento e dell’abbassamento del costo del lavoro in nome di quella Libertà unanimista che domenica ha assunto le sembianze della Ragion di Stato?
Il quid, da parte di chi cerca da sempre di animare le contraddizioni sociali con la linfa del cambiamento radicale dell’esistente, sta nel comprendere dove è possibile aprire spazi costituenti, proprio a partire da questa composizione liberata dall’appropriazione neoliberale. E proprio perché non siamo abituati ad essere commentatori della realtà, ma ci immergiamo in essa con spirito critico e passione politica, abbiamo l’urgenza di disegnare un mondo biopolitico contro ogni fondamentalismo che sappia dare un orizzonte progettuale concreto, un senso discordante con le narrazioni totalizzanti. Abbiamo bisogno di trovare la nostra Kobane, oltre ogni forma che assume la guerra nella contemporaneità.

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