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mercoledì 7 gennaio 2015

Piersanti Mattarella, 35 anni dal delitto

Piersanti Mattarella: simbolo della politica che non si piega ai patti con Cosa NostraMoriva, trantacinque anni fa, ammazzato da Cosa Nostra, Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Siciliana eletto tra le schiere della Dc. 

Ritenuto simbolo di una "politica che non scende a patti con la mafia", Mattarella firmò di fatto la sua condanna a morte nel febbraio del 1979: durante la Conferenza Regionale dell'Agricoltura, infatti, il deputato comunista Pio La Torre attaccò con furia l'Assessorato all'agricoltura, sostenendo che fosse nient'altro che un "centro di corruzione regionale". Non solo: La Torre, ammazzato successivamente nell'82, additò come responsabile l'assessore Giuseppe Aleppo.
In tal occasione, Mattarella, anziché difendere il proprio assessore, sorprese tutti, appoggiando, invece, La Torre e riconoscendo la necessità di intraprendere una politica trasparente e legale nella gestione dei contributi agricoli regionali.
Si trattò di un gesto eclatante, che pure ebbe poco risalto sui giornali del periodo, schiacciati dalle imposizioni di potere. Ciononostante, apparve chiaro che Mattarella stava sfidando la mafia, esponendosi alla vendetta delle cosche. Al tempo stesso, il suo atteggiamento lo portò a feroci contrasti con l'ex sindaco mafioso di Palermo,Vito Ciancimino.
Tanto più che, un anno dopo, il 6 gennaio del 1980, un sicario lo freddò mentre si trovava in auto con la moglie, i figli e la suocera. Un agguato che, sulle prime, apparve un attentato terroristico – giunsero infatti rivendicazioni da parte di una sedicente organizzazione neo-fascista- ma la cui natura mafiosa venne confermata dal pentito per eccellenza, Tommaso Buscetta. Fu lui, parlando con Giovanni Falcone, a spiegare che "Stefano Bontate e i suoi alleati (esponenti della vecchia mafia che dominava la commissione prima dell'avvento dei corleonesi di Totò Riina, Bernardo Provenzano e Gaetano Badalamenti) non erano favorevoli all'uccisione di Mattarella ma non potevano dire a Riina ed alla maggioranza che ormai guidava che non si doveva ammazzare. In ogni caso", aggiunse, "fu certamente un omicidio voluto dalla Commissione". Versione simile a quella del collaboratore di giustiziaFranco Di Carlo, secondo cui Mattarella "aveva cominciato a lamentarsi al Ministero e in Procura riguardo gli  enti locali di Ciancimino”. Così, l’ex primo cittadino di Palermo “spinse tanto che, alla fine, si prese in Commissione la decisione di uccidere il democristiano, che inoltre si opponeva alla mafia”.
Francesco Marino Mannoia, invece, intervenuto al processo d’appello che vedeva imputato Giulio Andreotti, dichiarò “Giulio Andreotti era consapevole dell’insofferenza di Cosa Nostra nei confronti di Mattarella, ma non avvertì né l’interessato né la magistratura. Aveva partecipato a due riunioni con esponenti mafiosi aventi come oggetto proprio la politica di Mattarella”. E ancora: il Presidente, "entrando in violento contrasto, ad esempio con il deputato Rosario Nicoletti, voleva rompere con la mafia, dare "uno schiaffo" a tutte le amicizie mafiose… Rosario Nicoletti riferì a Bontate. Attraverso Lima del nuovo atteggiamento di Mattarella fu informato anche Giulio Andreotti, che scese a Palermo e si incontrò con Bontate Stefano, i cugini Salvo, Lima, Nicoletti, Fiore Gaetano e altri. Ho appreso di questo incontro dallo stesso Bontate Stefano, il quale me ne parlò poco tempo dopo, in periodo tra la primavera e l'estate 1979… Egli mi disse solo che tutti quanti si erano lamentati con Andreotti del comportamento di Mattarella, e aggiunse poi: "Staremo a vedere". Alcuni mesi dopo fu deciso l'omicidio Mattarella."
Per l'assassinio, vennero condannati all'ergastolo, nel '95, mandanti dell'omicidio Mattarella: i boss mafiosi di Cosa nostra Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Nella sentenza si legge come ”l'istruttoria e il dibattimento abbiano dimostrato che l'azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi” e si aggiunge che da anni aveva “caratterizzato in modo non equivoco la sua azione per una Sicilia con le carte in regola”.

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