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sabato 3 gennaio 2015

Non si può amare la natura ed essere arrabbiati

Se ami la natura non puoi essere arrabbiato, devi conoscerla e parlarle. Se sei arrabbiato non puoi forse nemmeno amare in generale ... va beh, la seconda affermazione è troppo impegnativa e la lasciamo per un altro giorno.
La natura, dunque. Quella realtà che il caso ci regala, alla nascita, ma che ci fa crescere, soffrire, gioire, riflettere, produrre e creare incredibili opere d’arte. Mi domando, a volte, se i grandi pittori che l’hanno dipinta in forme, tempi e stili diversi, abbiano mai pensato, di farle omaggio o, meglio ancora, di avviare un dialogo con la natura stessa, oppure se non si siano, invece, sempre fermati alla contemplazione estetica e al rapporto – quasi sempre tormentato - con le loro stesse opere.
La natura, non è più quell'oggetto di rispetto, consapevolezza ed esperienza che ho avuto la fortuna di vivere da piccola. E' diventata un totem, una divinità, a volte perfino un pretesto. Noi eravamo nati in una civiltà ancora fortemente contadina, conoscevamo bene le galline, i conigli e le vacche che esigevano rispetto perché fornivano uova, carne, latte. Poi c’erano anche le lucertole, le bisce, le vipere (variante di rettile di cui diffidare e da cui girare ben alla larga), gli insetti, le api diverse dalle vespe (le prime produttive, le seconde no, ma in qualche modo utili perché anche loro si sporcavano di polline e lo portavano in giro), le lumache con la chiocciola, mentre quelle rosse e nude arrivarono tardi, alla fine degli anni ’50, “importate da un cretino di esteta americano” (parola di papà) che le trovava decorative per il suo giardino, ma poi avevano finito per impestare tutti gli orti e si mangiavano ogni ben di Dio coltivato “per la famiglia” (quasi sempre molto “allargata”, un po’ all’africana). Non parliamo poi di cani e gatti (i primi, anche se botoli, più che da guardia, da “segnalazione di movimento” e i secondi feroci cacciatori di topi e, soprattutto, di talpe, altre figlie di madre natura, ma dannose per gli orti. Gli orti erano importantissimi, dovevano esser protetti dalla grandine con tettoiette speciali per i pomodori e pezze di tela cerata che sembravano residuati bellici del ‘15/18, ma resistevano bene; ma anche protetti dai bambini (guai a giocare a pallone in prossimità di insalate e fagiolini o, peggio ancora, rincorrersi saltando tra una coltivazione e l’altra). Tutte queste cose avevano un senso e tutti i bambini conoscevano quel senso. Se la pulsione per il gioco vinceva sulla consapevolezza, la punizione era assicurata (e accettata). E le mosche … tante, tantissime d’estate ... per forza, coi pollai nei cortili di casa e i letamai appena fuori del paese. Le scacciavamo o le prendevamo con mossa rapida appena si posavano e le annegavamo in acqua e sapone.   
Poi c’erano le stagioni (quelle vere, di una volta), accompagnate da un’infinità di proverbi, mese per mese … Nessuno si lamentava per il caldo, ma per la siccità sì: bruciava gli orti. Nessuno frignava per la pioggia (“fa bene alla terra”), ma quando faceva gonfiare i fiumi si organizzavano turni di notte per dare l’allerta in paese e si accatastavano mattoni e sacchi di sabbia lungo gli argini. Spontaneamente, perché si sapeva che lei sola, la natura, ogni tanto ha diritto di arrabbiarsi e non c’è governo o protezione civile che tenga, se nessuno di noi si cura dei fiumi, dei ponti, delle gole di montagna così strette che mi facevano morire di paura perché l’acqua ci fa un casino minaccioso che basta quello per capire che con i quattro elementi non si scherza. Nessun adulto si eccitava certo a veder nevicare, andava semplicemente a cercare la pala da neve nello sgabuzzino; i bambini invece sì che diventavano matti, sulla base al diritto inalienabile a fare a pallate tra compagni, ma un vetro rotto implicava una punizione certa (e accettata). Con la neve come con la pioggia, il rapporto era di grande attenzione alle dinamiche di questi fenomeni naturali: se le precipitazioni duravano, il rischio valanghe faceva davvero paura, soprattutto dopo “quella Valanga” che, nel 1951, spazzò via decine di case, per fortuna evacuate in tempo spontaneamente dagli abitanti, ben coscienti del pericolo. Tra parentesi, la gente che aveva perso la casa la ricostruì, spesso con le proprie mani. Ci fu qualche aiuto nazionale, niente di più. Ma non ricostruirono nel medesimo posto, studiarono i canaloni della montagna e fecero in modo che fosse più riparata e sicura.
Poi fu progettata l’autostrada e, chissà perché, cominciarono a manifestarsi i primi ecologisti. Eravamo negli anni ’70. Arringavano le “folle” nei bar e per radio, erano arrabbiati e rancorosi. Dicevano che sarebbe stato distrutto uno dei posti più idilliaci del mondo, invece quel "posto" è ancora lì e il serpentone stradale non ha distrutto quasi niente.  Ma né un contadino né un alpigiano parlò contro l’opera. “Serve – dicevano invece - a quelli che devono muoversi per lavoro”. Quando una cosa “serviva per lavoro” si faceva e basta. Perché il “lavoro”, qualsiasi lavoro, era anche servizio alla comunità e la (oggi) tanto invocata “dignità” del lavoro era, allora, proprio e solo questo spirito di servizio.
Ripensando a quel periodo in cui vissi tra contadini, artigiani, allevatori di mucche e capre e anche cacciatori, cari animalisti, resto convinta che fu un’esperienza di grande equilibrio tra uomo e natura, senza eccessi e con un’attenzione costante al bene di tutti, cari ideologi della decrescita. Si mangiava carne, cari vegani, ma un paio di volte al mese soltanto, semplicemente perché "non si poteva". Si viveva soprattutto, cari vegetariani, di verdura, uova e latte, polenta, patate, pasta (quanta pasta in bianco ho mangiato nei miei primi 20 anni! ...), perché quasi tutti producevano questi beni ed erano decisamente a km. zero.
Resto convinta che si possa vivere con semplicità e rispetto per la natura e per gli altri anche oggi, che il lavoro possa anche esser considerato servizio alla comunità e non solo salario e contratto, che governi, parlamenti, presidenti, giudici, amministratori locali, perfino giornalisti (!) possano essere scossi più dal nostro esempio che dalle nostre urla. Cominciando dal condominio che può essere una piccola comunità; dal quartiere che può diventare più accogliente e pulito se ci diamo da fare e parliamo (gentilmente) anche con chi butta i sacchi di spazzatura per terra; dalla città in cui viviamo se ci organizziamo per fare e non solo per gridare.  
La rabbia, l’indignazione, la denuncia, l'invettiva, la mobilitazione, la protesta le ho vissute tutte a lungo. Ho partecipato ma ... con Gaber, dico “la mia generazione ha perso” (che almeno serva a uno o due, la nostra esperienza). Quindi, se vogliamo cambiare il modo di porci di fronte alla realtà, perché non partiamo dall'amore e dalla conoscenza per la natura, invece di ergerci a suoi protettori?  

Qualcuno dirà che questa carrellata bucolica lascia il tempo che trova. E’ probabile. Ma a me piace pensare che si possa ancora vivere così, nonostante i grandissimi cambiamenti intervenuti, anzi, anche grazie a questi cambiamenti. Perché vivere è una funzione dello spirito oltre (e forse prima) che essere un complesso processo chimico-fisico. 
(giacomina cassina)

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