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domenica 18 gennaio 2015

Neoliberismo postmoderno e fine della storia

Nel corso degli ultimi tre decenni sono state introdotte “riforme” impostate secondo il paradigma neoliberista nel sistema socio-economico. Accanto all’erosione lenta ma continua delle norme e dei diritti conquistati a tutela del lavoro e dei lavoratori, è emersa una cultura parallela, nuova e giustificativa del processo in corso, che ha investito i campi del sapere: dalla filosofia all’economia, dalle scienze sociali e politiche alla storiografia.
Questa cultura oggi è ideologia di massa, senso comune, che travolge anche il buonsenso. Esso, inteso come pensiero critico, non è scomparso del tutto ma se ne sta nascosto per paura del senso comune il quale domina l’immaginario collettivo odierno con una triangolazione di “idee”: neoliberismo, postmoderno, fine della storia.

Anche chi non crede alle combinazioni astrali, non può fare a meno di notare una sinergia triangolare che si manifesta sul finire degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso. Un vero e proprio “triangolo delle Bermude” dove scompaiono misteriosamente le “vecchie” concezioni del mondo e della storia, inghiottite dalle onde del neoliberismo, del postmoderno e della finalmente finita storia della lotta tra le classi. Questo novello “triangolo delle Bermude” è così costituito: la scuola neoliberista, la cui roccaforte era stata l’Università di Chicago, raccolta attorno ai suoi guru, Friederich von Heyek e Milton Friedman, entrambi insigniti del premio Nobel per l’economia rispettivamente nel 1974 e nel 1976; la pubblicazione nel 1979 de “La condizione postmoderna” di Jean-Francois Lyotard e, come conclusione dei due postulati il testo di Francis Fukuyama “La fine della storia e l’ultimo uomo” del 1992. Apparentemente slegati l’uno dall’altro in quanto opere di economia, filosofia e storia, in realtà esse contengono assiomi condivisi e contribuiscono a costruire quella che Gramsci chiamava l’«egemonia corazzata di coercizione», in una forma ideologica-culturale coesa e divulgativa.

Nell’operare questo confronto si procede con una metodologia opposta a quella suggerita dalle attuali linee interpretative postmoderne che amano il molteplice, il frammentato, la disaggregazione scompositiva delle “grandi narrazioni”. Infatti si vuole mettere in relazione aspetti del molteplice, trovare le relazioni intercorrenti tra pensiero economico neoliberista, postmodernità e fine della storia.

Le idee propugnate dal triangolo ideologico capitalistico sono penetrate a fondo, sono diventate ideologie dominanti e una miriade di “intellettuali” quotidianamente nel loro ambito specifico di lavoro pensano e ragionano con loro: sono appunto diventate “senso comune”. Come tutte le idee, neanche queste sono sorte spontaneamente nel cervello dei singoli individui. Esse, scriveva Gramsci a suo tempo, «hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione, un gruppo di uomini o anche singole individualità che le ha elaborate e presentate nella forma politica di attualità». Si tratta di un processo che ha a che fare con la formazione delle volontà collettive permanenti le quali non sono mai illuminazioni improvvise, bensì sono il risultato di un lavorio di distribuzione di massa di un modo di pensare mediante giornali, libri, dibattiti, pubblicità che si ripetono infinite volte. E’ il punto d’incontro, per dirla con Mario Tronti, «tra intellettualità diffusa e chiacchiera da bar».

La storia sarebbe finita, ci dicono. Non andiamo da nessuna parte, viviamo nell’unico mondo possibile, quello neoliberista che avrebbe conciliato l’uomo storicamente determinato con la sua intrinseca natura, liberandoci da tutte le deviazioni utopistiche che nel passato ci hanno illuso circa possibili alternative, finalità e obiettivi. Siamo bloccati in un tempo circolare che rimanda a un eterno presente, un muoversi convulso di azioni e di individui per i quali ben si adatta il famoso assunto di Eduard Bernstein: «il movimento è tutto e ciò che comunemente è stato chiamato obiettivo finale è nulla», perché l’obiettivo finale è già stato trovato e, in buona parte, conseguito: è la società postmoderna e neoliberista.

Essa e la nuova narrazione sociale che ne consegue si fonda su due assiomi: la proclamazione della fine del soggetto collettivo e il trionfo della soggettività. Nella nuova narrazione del mondo il conflitto di classe lascia il posto a una conflittualità diffusa e multiforme, di tante entità sociali, prive però di quell’agire per il divenire e per il futuro che era stato tipico dei soggetti mossi dall’antagonismo di classe. L’emancipazione è ridotta a un piacere solitario, individuale, Ne risulta una moltitudine indistinta e postmoderna di individui dalla quale emergono nuovi stili di vita, soggettività, nuovi movimenti di liberazione e di emancipazione realizzata con la forza romantica del carattere e della personalità. L’azione congiunta dall’attacco portato dalla trinità (neoliberismo, postmodernità, fine della storia) ha ridotto l’evidenza del soggetto collettivo di classe, ha tolto valore alla prospettiva e all’alternativa, ha rinchiuso l’azione politica dal regno delle possibilità a quello della necessità obbligata: ce lo impone il mercato, dobbiamo rispettare il fiscal compact, dobbiamo ridurre il debito tagliando la spesa pubblica.

Poco quindi è lo spazio che la postmodernità lascia alla politica come strategia del cambiamento. Qui sta l’origine della crisi politica e organizzativa delle forze anticapitaliste, non nella forma partito oggi bersaglio polemico particolarmente caro ai movimentisti vecchi e nuovi i quali confondono l’effetto con la causa. La crisi si manifesta infatti nell’indebolimento della rappresentanza e della partecipazione, disimpegno dovuto a fragilità di contenuto e di progettualità politica prima ancora che della forma partito. La crisi economica è una crisi di strategia politica che fa apparire le organizzazioni e l’idea stesso di organizzazione strutture obsolete, incapaci di rappresentare una spinta progressiva e progettuale.

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