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sabato 10 gennaio 2015

media e web sono le nuove armi del terrorismo

Il mondo intero ha visto le immagini agghiaccianti degli attentatori pariginicondurre una strage in pieno centro, immagini riprese dalle telecamere dei telefonini dei passanti e dei giornalisti che si sono rifugiati sui tetti. Scene che assomigliano ad un thriller da dvd come Bourne Supremacy, filmati da grande schermo insomma. Ma di finzione qui non c’è proprio nulla.

L’abilità dello Stato Islamico di manipolare i social media nella sua guerra di conquista in Medio Oriente ci viene riproposta nell’attentato di Parigi contro larivista satirica Charlie Hebdo. E’ infatti chiaro che gli attentatori puntavano a questo tipo di pubblicità altrimenti avrebbero agito diversamente, più nell’ombra insomma.

Tutto in questo attentato sembra essere stato calcolato per ottenere il massimo di visibilità e nello stesso tempo per ridicolizzare lo stato occidentale, l’anti-terrorismo e punire le “penne satiriche” parigine.

Forte è il simbolismo dell’azione. Da una parte abbiamo le vignette che dipingono l’erede di Maometto, il nuovo Califfo, al Baghdadi, come qualsiasi altro politico, ridicolizzandolo insomma. Dall’altra parte il commando parigino appare super professionale. Il fanatismo religioso, così spesso oggetto di fumetti e battute, sembra fuori luogo di fronte alla freddezza con la quale un membro del commando spara il colpo di grazia ad una delle sue vittime distesa sul marciapiedi.

E’ vero, le grida “Allah è Grande” le abbiamo sentite tutti, come tutti hanno ascoltato la professata connessione con lo Yemen, ma riesce difficile oggi intravedere qualsiasi aspetto di fanatismo religioso ridicolo nella cellula che ha condotto questa strage. L’impressione che si ha è di essere di fronte ad un’azione razionale, premeditata, simile a quelle condotte dai professionisti del crimine organizzato.

Forse per questo sui social media serpeggia un senso di confusione. Da una parte emerge la paura e la rabbia contro un’organizzazione armata, come lo Stato Islamico, che si è fatta stato usando tattiche e strategie moderne, incluso l’uso professionale dei social media e delle armi più sofisticate, e che incita apertamente il mondo musulmano a far scorrere il sangue degli infedeli dovunque essi siano. Dall’altra perdura quel senso di assurdità riguardo ad una religione che impone usi e costumi che appartengono al settimo secolo, qualche secolo dopo il crollo dell’Impero Romano e ben prima dell’anno Mille.

Non dobbiamo sorprenderci se Charlie Hebdo ha costruito una fitta satira intorno al jihadismo contemporaneo: non succede tutti i giorni infatti di imbattersi in un connubio tra modernità e arcaismo così ben sviluppato e funzionante. Al Qaeda, Boko Haram, sono tutte organizzazioni proiettate nel passato, alle quali manca quella polvere di modernità che le rende diverse ed allo stesso tempo meno accessibili ai giovani vicini alla radicalizzazione.

Che significa? Che mentre le immagini di Osama Bin Laden, con i suoi turbanti ed abiti bianchi, riprese nelle grotte afghane, appartenevano ad un mondo lontano, quelle degli attentatori parigini, vestiti con un’uniforme simile a quella della polizia parigina, che saltano in macchina e scompaiono nei vicoli della capitale francese, fanno parte del nostro mondo.

L’impatto della strage di Parigi lo sentiremo per molto tempo, sarà un importante catalizzatore per i futuri membri del jihadismo. Questa è per loro una grande vittoria, l’idea di far parte un giorno di un commando simile sicuramente stuzzica la fantasia di molti giovani mussulmani. Oggi chi sembra ridicolo non è al Baghdadi vestito come i Califfi del settimo secolo, ma lo stato occidentale preso in contropiede nel cuore di una delle più importanti capitali occidentali.Un bilancio drammatico che si aggiunge ai morti parigini, sul quale bisogna ragionare per costruire una strategia di risposta vincente.

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