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lunedì 26 gennaio 2015

Le conseguenze della crisi economica e finanziaria

La crisi economico-finanziaria post 2008 ha avuto un impatto grave sull’Europa, le cui conseguenze, non relegabili soltanto alla sfera economica, mettono in discussione i principi e le logiche su cui fin qui si è basato il processo d’integrazione europea.



È una crisi profonda che nel dibattito pubblico è stata ricondotta alla crisi più generale delle forme istituzionali e regolative assunte dal capitalismo e dalla democrazia nelle società europee contemporanee, che investe tanto gli stati nazionali che le istituzioni dell’Ue.


La crisi è coincisa con una fase del processo di allargamento dei confini dell’Ue che ha anche messo in evidenza le differenze e la molteplicità nei modi di affrontare le sue conseguenze da parte delle diverse società europee, in cui la varietà degli assetti economici   ̶ dei ‘capitalismi’, secondo Peter H. Hall and David Soskice   ̶ , dei conflitti distributivi, delle culture politiche corrispondono anche a contratti sociali tra forze sociali che esprimono interessi e valori diversificati.



Diversità è forse il termine che meglio definisce la sfida che oggi si pone all’integrazione europea: da alcuni è vista come impedimento a proseguire nella strada di una maggiore integrazione sovranazionale, per altri un’opportunità da esplorare e costruire.

I processi di differenziazione e di integrazione assumono forme molto diverse e certo inedite rispetto a quelli che hanno caratterizzato la nascita degli stati nazionali europei.

Trasformazioni di ordine strutturale da tempo impediscono di ‘far quadrare il cerchio’ tra crescita economica, benessere e stabilità politica attraverso processi di legittimazione democratica.


Con la crisi sono diventate evidenti nuove divisioni e nuovi conflitti, risultato di questioni irrisolte insite nelle scelte che hanno portato da una parte al mercato e alla moneta unica e, dall’altra, all’allargamento dell’Ue.

I problemi che emergono con immediata chiarezza riguardano le relazioni  tra gli stati membri dell’Ue, soprattutto nelle divisioni che esasperano la contrapposizione tra 'debitori' e 'creditori',  e chiamano in causa la mancanza di una qualche forma di solidarietà tra stati e cittadini europei di diversa nazionalità.



Allo stesso tempo, si profilano conflitti all’esterno dei confini dell’Ue ad est, che per la prima volta fanno vacillare il ruolo di ‘potenza civile’ che essa ha assunto durante il Secondo dopoguerra.



In genere, questi aspetti vengono letti come un problema separato e non connesso con l’altra conseguenza della crisi economica, più profonda e lacerante, che riguarda la coesione sociale. Si tratta, invece, di questioni che vanno affrontate nella loro interrelazione.



Le dinamiche strutturali di integrazione o di disintegrazione, come quelle avvenute in Europa con l’allargamento dell’Ue e con il crollo dell’Unione sovietica, hanno un’influenza diretta sulle relazioni sociali, comportando anche una riorganizzazione della vita sociale, e uno slittamento dei centri di potere che regolano i conflitti distributivi e presiedono al riconoscimento delle identità individuali e collettive. È qualcosa che tocca le “unità di sopravvivenza”, come direbbe Norbert Elias.



Le conseguenze di questi processi di integrazione e disintegrazione toccano direttamente i legami sociali e le forme di solidarietà. La questione del legame sociale è importante perché alcuni diritti e le politiche corrispondenti, per esempio quelle redistributive, richiedono reciprocità generalizzata tra i cittadini (si pensi al contratto generazionale per le pensioni) e di solidarietà diffusa (si pensi alle politiche assistenziali).



L’attuale crisi economica ha messo a nudo l’impatto negativo della concentrazione del potere economico finanziario e la mancanza di controllo politico sulle condizioni di vita e di benessere dei cittadini europei. Le politiche dell’Ue sono viste come un fattore che ha aggravato l’impatto della crisi sulla vita dei cittadini europei ed ha provocato più divisioni che condivisioni, più diseguaglianze economiche che diffusione del benessere.



Amartya Sen, nel 1996, già metteva in guardia l’Europa dal tollerare la disoccupazione elevata, uno dei fenomeni più devastanti per l’integrazione sociale, e, soprattutto, dai pericoli dell’“estremismo del deficit di bilancio”, che, comportando tagli drastici alla spesa pubblica, produce elevati costi sociali.



L’Ue, al contrario, ha accelerato il processo d’integrazione presa nel “vortice della globalizzazione”, come ha detto Gerard Delanty, e lo ha regolato attraverso i principi del mercato.



Wolfgang Streeck considera questa forma di regolazione del processo d’integrazione europea la precondizione per la creazione in Europa dello ‘stato consolidato’, che prende corpo attraverso il consolidamento fiscale, la liberalizzazione delle economie nazionali e il regime di governance a più livelli.



Egli ritiene che l’Ue abbia contribuito a de-democratizzazione l’economia, rendendo sempre più difficile per le democrazie nazionali intervenire nei conflitti distributivi interni attraverso politiche ispirate alla giustizia sociale, principio che è stato alla base degli stati sociali che hanno caratterizzato l’Europa della seconda metà del Novecento.



Queste politiche, a fronte della crisi economica – che è sempre più identificata con la crisi del capitalismo occidentale – hanno prodotto un aumento della disoccupazione, la privatizzazione dei servizi pubblici, la decurtazione dei salari dei lavoratori dipendenti, un incremento della povertà e la crescita delle diseguaglianze economiche.



L’indebolimento della capacità di redistribuzione da parte degli stati nazionali ha costi sociali elevati, con effetti di disgregazione del tessuto sociale.



Ciò significa che vengono meno le condizioni socio-strutturali e culturali della crescita economica. In altre parole, si inceppano quei meccanismi che producono i fattori immateriali che sono prerequisito del buon funzionamento dell’economia, come la fiducia, la reciprocità, la solidarietà, i legami sociali.



L’austerità imposta alle politiche nazionali ha gravemente afflitto la capacità degli Stati di trovare un equilibrio fra i diritti dei cittadini e le richieste del mercato. La crescente interdipendenza tra i paesi complica le prospettive di soluzione delle tensioni fra economia, stato e società: nessun governo sfugge alle costrizioni e agli obblighi internazionali, in particolare quelli posti dai mercati finanziari.



Il fenomeno più evidente, conseguenza della crisi, che mina le basi della coesione sociale è la crescita e la visibilità delle disuguaglianze tra individui e gruppi sociali.



Le diseguaglianze non riguardano soltanto il reddito, ma soprattutto sono disparità delle condizioni di vita e di benessere che caratterizzano le differenti realtà sociali nei territori, all’interno degli stati, ai vari livelli nazionali e regionali. La geografia di queste disuguaglianze delinea nuove linee di frattura Nord/Sud, Ovest/ Est che corrispondono ad un divario nelle chances di vita dei cittadini europei.



La questione del rapporto tra crisi, coesione sociale e integrazione europea, posta in questi termini, suggerisce che la ‘disintegrazione’ sociale vada analizzata e presa in seria considerazione, sia che si parta dalle ipotesi (estreme) di una ‘disintegrazione’ dell’Ue senza ritorno, sia da proposte di re-integrazione sulla base di principi nuovi, che segnino un cambiamento di rotta.



Quest’ultimo potrebbe verificarsi soltanto con un nuovo progetto d’integrazione sovranazionale prima di tutto orientata a consolidare la dimensione sociale e democratica, e ad alimentare la società civile nei diversi territori e ai differenti livelli, dentro e fuori dai confini.

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