BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA

giovedì 15 gennaio 2015

Il Fascismo di oggi e il pericolo islam-fobia

L’attentato fascista contro la redazione del settimanale Charlie Hebdo a Parigi, che ha stroncato la vita di 12 persone, tra le quali i quattro disegnatori Charb, Cabù, Wolinsky e Tignous, provoca un duplice o triplice sentimento di orrore, perché è aggravato da una specie di amara e sorda eco e da un’ombra di minaccia imminente e generale. C’è in primo luogo l’orrore per la strage in se stessa, compiuta da assassini che, indipendentemente dal movente religioso, si sono collocati ai margini di ogni etica comune e, proprio per questo, fuori da ogni riferimento religioso nel suo più stretto e preciso significato.


Ma c’è anche l’orrore del fatto che le loro vittime si occupavano di scrivere e di disegnare. Non che non si possa far del male anche scrivendo e disegnando (ne parleremo più avanti); è che scrivere e disegnare sono attività che una lunga e condivisa tradizione storica situa all’estremità opposta della violenza; se si tratta, per di più, di satira e di umorismo, nessuno ci sembra più invulnerabile di colui che ci fa ridere. Dal punto di vista umano è sempre più grave uccidere un buffone che uccidere un re, perché il buffone dice tutto quello che vogliamo sentire –anche se incoerente o iperbolico- mentre i re parlano solo di se stessi e del loro potere. Chi uccide un buffone, colui al quale abbiamo affidato la parola libera e universale, uccide l’umanità stessa. Anche per questo gli assassini di Parigi sono fascisti. Solo i fascisti ammazzano i buffoni. Solo i fascisti credono che esistano soggetti non comici o non ridicolizzabili. Solo i fascisti ammazzano per imporre la serietà.

C’è ancora un terzo elemento di orrore che riguarda le conseguenze dell’atto più che l’atto in sè. In questo momento, lo confesso, è quello che mi fa più paura. E’ urgente essere consapevoli di quello che ci stiamo giocando. Non è urgente impedire un crimine che non possiamo più impedire, nè condannare con sdegno gli assassini. Questo è normale ed è etico, ma non è urgente. E nemmeno lo è, ovviamente, sbrodolare sentenze contro l’Islam: al contrario. La vera urgenza è quella di mettere in allerta contro l’islamofobia, proprio per evitare che accada quello che gli assassini desiderano e stanno ottenendo: provocare l’identificazione ontologica tra Islam e fascismo criminale. La violenza estrema è altamente efficace perchè cancella il passato, che non può essere evocato senza giustificare in qualche modo il crimine; è altamente efficace perchè è attualità pura, e l’attualità pura è sempre impregnata del peggior futuro immaginabile. Gli assassini di Parigi sapevano molto bene in quale contesto stavano perpetrando la loro infamia e quali effetti avrebbero prodotto.

Il problema del fascismo e della sua attualizzante violenza è che si manifesta sempre con una reazione. Il fascismo reagisce sempre, si alimenta, in ogni sua forma, dell’autolegittimazione reattiva in un quadro sociale e ideologico in cui tutto è reazione e tutto, pertanto, è fascismo. Il contesto europeo attuale (pensiamo alla Germania anti-islamica di questi giorni) è quello di un fascismo rampante. In Francia, concretamente, questo fascismo bianco e laico si avvale di alcuni abili e prestigiosi intellettuali che, all’ombra del Fronte Nazionale di Le Pen, mantengono caldo l’ambiente da pulpiti privilegiati, partendo dal presupposto –enunciato con falso empirismo e autorità mediatica- che l’Islam in quanto tale sia un pericolo per la Francia. Pensiamo, ad esempio, all’ultimo romanzo del grande scrittore Houellebecq, “Sottomissione” (traduzione letterale del termine arabo “Islam”), nel quale un partito islamista batte il Fronte Nazionale nelle elezioni del 2021 e impone la “charia” nella patria dei Lumi. Oppure pensiamo al grande successo delle opere dell’ultra-destrorso Renaud Camus e del commentatore politico di Le Figaro, Eric Zemour. Il primo è l’autore de “Le grand remplacement”, dove si sostiene la tesi che sia in corso la sostituzione del popolo francese con un altro popolo, in questo caso –ovviamente- con un popolo composto da musulmani estranei alla storia della Francia. Il secondo, da parte sua, ha scritto “Il suicido francese”, grande successo di vendite che riabilita il generale Pétain e descrive la decadenza dello Stato-nazione, minacciato dal tradimento delle élites e dall’immigrazione. Qualche giorno fa su Le Monde lo scrittore Edwy Plenel faceva riferimento a queste due opere come depositarie di una “ideologia assassina” che “sta preparando la Francia e l’Europa ad una guerra”: una guerra civile, dice Plenel, “della Francia e dell’Europa contro se stesse, contro una parte dei loro popoli, contro quegli uomini, quelle donne, quei bambini che vivono e lavorano qui e che, grazie alle armi del pregiudizio e dell’ignoranza, sono stati preventivamente costruiti come stranieri a causa della loro origine, del loro aspetto o delle loro convinzioni”.

Questo è il fascismo che era già presente in Francia e che ora “reagisce” –puro presente- di fronte alla “reazione” –pura attualità assassina- degli islamisti fascisti di Parigi. Fa molta paura pensare che alle sette di sera, mentre scrivo queste righe, il pensiero dominante su Twitter, dopo il consolante ed emozionante “io sono Charlie”, sia il terrificante “uccidete tutti i musulmani”. L’islamofobia ha le stesse fondamenta empiriche dell’islamismo jihadista, nè più nè meno: sono due fascismi reattivi che si attivano a vicenda, incapaci di arrivare a quei distinguo che caratterizzano l’etica, la civiltà ed il diritto – tra bambini e adulti, tra civili e militari, tra buffoni e re, tra individui e comunità. “Uccidete tutti gli infedeli” viene ribattuto e preceduto da “uccidete tutti i musulmani”. Ma c’è una differenza. Mentre si esige dai musulmani di tutto il mondo che condannino l’atrocità di Parigi e mentre tutti i dirigenti politici e religiosi del mondo musulmano, senza alcuna eccezione, condannano l’accaduto, l’ “uccidete tutti i musulmani” è in qualche modo giustificato da intellettuali e politici che con la propria autorità istituzionale e mediatica legittimano la criminalizzazione di cinque milioni di francesi musulmani (e di altri milioni in tutta Europa). Questa, ci insegna la storia, è la differenza tra il totalitarsmo e il delirio marginale: il totalitarismo è delirio naturalizzato, istituzionalizzato, condiviso dalla società e dal potere. Se rammentiamo, inoltre, che la maggior parte delle vittime del fascismo jihadista nel mondo sono musulmane –e non occidentali- dovremmo forse definire con più attenzione il nostro senso di responsabilità e di solidarietà. Stritolati tra due fascismi reattivi, i perdenti sono quelli di sempre: i migranti, quelli di sinistra, i buffoni, i popoli del paesi colonizzati. Una delle vittime degli islamisti era un poliziotto, si chiamava Ahmed Mrabet ed era musulmano.


Dal jihadismo fascista non mi aspetto che fanatismo, violenza e morte. Mi ripugna, ma mi fa meno paura della reazione che precede –utilizziamo il paradosso einsteniano- i loro crimini. “Uccidete tutti i musulmani” è in qualche modo giustificato dagli intellettuali che “preparano la guerra civile europea” e dai politici che rispondono ai crimini con discorsi populisti, religioso-laici. Quando Hollande e Sarkozy parlano di “un attentato ai valori sacri della Francia” per riferirsi alla libertà di espressione, stanno ragionando allo stesso modo degli assassini dei redattori di Charlie Hebdo. Non accetto che un francese mi dica che difendere i valori della Francia implichi necessariamente difendere la libertà di espressione. Per quanto si proclami laica, questa logica è sempre religiosa. Non bisogna difendere la Francia: bisogna difendere la libertà di espressione. Perché difendere i valori della Francia significa forse difendere la Rivoluzione francese, ma anche il Termidoro; significa difendere la Comune, ma anche le fucilazioni di Thiers; significa difendere Zola, ma anche il tribunale che condannò Dreyfus; significa difendere Simone Weil e René Char, ma anche il collaborazionismo di Vichy; significa difendere Sartre, ma anche le torture dell’OAS e il genocidio coloniale; significa difendere il maggio del ’68, ma anche i bombardamenti su Algeri, Damasco, l’Indocina e più recentemente la Libia e il Mali. Significa ora, di fronte al fascismo islamista, difendere l’uguaglianza davanti alla legge, la democrazia, la libertà d’espressione, la tolleranza e l’etica, ma anche la distruzione di tutto questo in nome dei valori della Francia.

Fa molta paura sentir parlare di “valori della Francia”, “grandezza della Francia”, difesa della Francia”. O difendiamo la libertà di espressione, o difendiamo i valori della Francia. Difendere la libertà di espressione –la libertà, l’uguaglianza e la fraternità- è difendere l’umanità intera, ovunque viva e quale che sia il dio in cui crede. La frase sui “valori della Francia” pronunciata da Le Pen, Hollande, Sarkozy o Renaud Camus non si distingue in nulla da “i valori dell’Islam” proclamati da Abu Bakr Al-Baghdadi. Sono in realtà lo stesso discorso di trincea, legittimato dalla loro reazione assassina, che bombarda innocenti da una parte e mitraglia innocenti dall’altra. Perdono quelli di sempre, quelli che perdono quando due fascismi non lasciano nel mezzo neanche il più piccolo spiraglio per far posto al diritto, all’etica ed alla democrazia: quelli che stanno in basso, quelli che stanno al margine, i piccoli, quelli di buon senso. Tutto questo lo conosciamo molto bene in Europa, giacché i “grandi valori” europei hanno partorito il colonialismo, il nazismo, lo stalinismo, il sionismo ed i bombardamenti umanitari.

0 commenti:

Posta un commento