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sabato 17 gennaio 2015

Il fallimento del liberismo e della globalizzazione

Da circa 30 anni ci viene raccontato che il mercato globale rappresenta una grandissima opportunità per i più poveri ed in generali per quanti sono rimasti indietro. Un’occasione da cogliere al volo, spesso unica ed irripetibile, ancor di più per i paesi del sud del mondo e per quelli che uscivano dall’influenza geopolitica dell’ex Unione Sovietica. La fine della politica del “contenimento” tra i due blocchi ha narrato un mondo che finalmente usciva dall’incubo di un nuovo conflitto atomico, annunciando la fine delle ideologie.



La costruzione di un unico mercato attraverso la globalizzazione economica e finanziaria, avrebbe dispensato felicità per tutti. Grazie alle virtù della globalizzazione dei mercati avremmo potuto curare i malanni del mondo, persino le ferite inflitte alla natura. Le condizioni necessarie per sviluppare un’economia globalizzata erano sostanzialmente tre. Vale la pena ricordarle:
1) liberalizzazione dei mercati per consentire un’espansione globale del capitale; le misure necessarie a raggiungere questo obiettivo sono state: privatizzazione dei settori pubblici dell’economia, deregolamentazioni, controllo dell’inflazione, abbassamento delle tasse alle imprese, eliminazione delle tariffe e di altre restrizioni al commercio, privatizzazione dei servizi basici, trasferimento agevolato dei capitali e degli investimenti stranieri diretti;
2) nuovi accordi multinazionali per garantire la sicurezza dei capitali trasferiti nel commercio e negli investimenti; le scelte del FMI, della BM, del WTO e dei nuovi trattati commerciali in questi ultimi rispondevano tutte alla necessità di arrivare ad un’integrazione più profonda dei mercati;
3) armonizzazione dei regolamenti degli Stati sui capitali grazie a nuove regole transazionali; per raggiungere questo obiettivo il ruolo e la funzione stessa degli Stati sono stati trasformati al fine di destrutturare le regole sul lavoro, sulla salute, sulla produzione di cibo e sull’ambiente, così da facilitare e garantire l’espansione dell’accumulazione di capitale. Nel 1994 l’allora direttore del WTO, Peter Sutherland, non a caso dichiarò come l’obiettivo della “governance” fosse quello di dar vita ad “una nuova struttura rivoluzionaria per l’economia e la cooperazione legale e politica”.

Rileggendo oggi quanto veniva all’epoca proposto ed atteso non possiamo che riconoscere come tutti e tre i presupposti necessari alla creazione di un mercato globale sotto l’egida di una nuova struttura rivoluzionaria per l’economia e la cooperazione legale e politica siano stati raggiunti. E' necessario però porci una domanda: il mercato globale così strutturato ha migliorato le condizioni di vita della popolazione? Evidentemente no. Nelle ultime due decadi ed in particolare nell’ultimo decennio le condizioni sociali ed ambientali della nostra casa comune non sono mai state così gravi. Su che cosa si basa dunque la convinzione che anima la nuova governance?

La tesi di fondo richiamata dalle strutture del mercato globale è che bisogna prima crescere in termini di Pil, accettando che nel breve periodo la distribuzione della ricchezza e della qualità dell’ambiente peggiorerà per poi migliorare nel lungo periodo. Parliamo dunque della famosa curva di Kuznets, l’economista che per primo mise in relazione più di mezzo secolo fa la crescita economica di una nazione e la distribuzione della ricchezza tra la sua popolazione misurata attraverso l’indice Gini.

Trenta anni dopo questa curva a forma di U rovesciata è stata riletta e forzatamente adattata alle necessità della nuova struttura rivoluzionaria. Kevin Gallagher nel 2001 sulla rivista “Foreign Policy in focus” la descrive in maniera chiarissima con la ormai celebre sintesi: “cresci adesso, preoccupati dopo dei poveri e dell’ambiente”. Questa convinzione non a caso è all’interno di un testo dal titolo emblematico: “Avere fede nel libero mercato: la più grande storia che sia mai stata venduta”. Fede, dogma e necessità di vendere una storia esprimono con estrema sintesi il pensiero economico della governance globale su ciò che riguarda la relazione tra mercato così strutturato, aumento delle diseguaglianze sociali e distruzione ambientale.

Volendo rimanere all’interno dello schema proposto dalla governance, possiamo porci alcune domande per verificare l’attendibilità delle certezze su cui si basa l’attuale costruzione del mercato globale. E cioè, quanti danni si dovrebbero realizzare sino al momento di svolta? Che succederebbe se venissero violate delle soglie limite e venissero causati danni irreversibili? Ci sono delle alternative che ci consentirebbero di evitare i danni che dovremmo invece essere disposti ad accettare nel breve e medio periodo? Ci sono livelli di inquinamento e di danno che potrebbero essere completamente intollerabili priva che si arrivi al cosiddetto punto di svolta della curva? Il danno sociale ed ambientale può essere nettamente maggiore dell’eventuale crescita? Anche se aumenta il reddito procapite perché la curva non spiega la relazione nel lungo periodo tra distruzione delle risorse naturali e impoverimento economico e sociale? Queste domande mostrano tutta la fragilità teorica e pratica della curva di Kuznets riveduta e corretta dalla nuova struttura rivoluzionaria che guida oggi il mercato globale.

Per questo oggi siamo in tanti a sostenere come non sia affatto corretto utilizzare la parola libero mercato per descrivere l’attuale globalizzazione economica. Sarebbe un errore, visto che di “libero” in questo mercato globale c’è ben poco. È più giusto parlare invece dell’imposizione operata da grandissimi oligopoli e cartelli di interesse che sfruttando ed agevolando l’assenza di limiti e contrappesi democratici hanno dato vita ad una struttura da loro stessi definita “rivoluzionaria” che ha riorganizzato il mercato globale a suo unico vantaggio, svuotando attraverso le misure sopra elencate il ruolo degli Stati sovrani. Un’integrazione dei mercati fatta con queste condizioni e con questi obiettivi ha prodotto conseguenze devastanti ma quella più evidente è stata il declino della democrazia con l’inevitabile crollo della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica.

L’intreccio delle crisi che mordono le vite di miliardi di esseri umani non è mai stato così asfissiante. L’aumento della povertà proprio nei continenti che più di tutti hanno avuto “fede” nel ruolo salvifico del libero mercato globalizzato testimoniano il fallimento delle attuali teorie economiche dominanti e l’incapacità evidente delle attuali forze politiche istituzionali nel promuovere e proporre un cambiamento.

È in questa logica che si iscrive l’accordo chiamato TTIP e, visti gli esiti di oltre due decadi di politiche economiche sciagurate, c’è da augurarsi per il bene di tutti e tutte che venga con forza rigettato. Allo stesso modo le politiche di austerità sono necessarie per garantire quelle tre condizioni fondamentali per il mercato globale strutturato dalla nuova governance rivoluzionaria. A che serve dunque il mercato globale così strutturato vista l’incapacità di raggiungere i risultati che esso stesso si pone? A regolare, amministrare e distribuire i rischi che derivano da un modello di sviluppo completamente iniquo in termini sociali ed ambientali. Qual è dunque il risultato? È stato quello di istituzionalizzare delle scelte completamente ingiuste e insostenibili sia socialmente che ecologicamente.

Ci aspetta un compito irrimandabile quanto necessario e appassionante: rifondare il mercato globale e la stessa idea di sviluppo con l’obiettivo di promuovere e garantire giustizia sociale, giustizia ambientale e sostenibilità ecologica. Stiamo parlando di una nuova etica da porre al centro delle nostre relazioni. Una sfida sulla quale sono impegnati da tempo i movimenti per la giustizia ambientale e sociale e che oggi deve essere abbracciata da tutti i cittadini e le cittadine che hanno a cuore la democrazia e la giustizia.

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