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mercoledì 21 gennaio 2015

Il brodo di coltura di tutti i fascismi

Qualche anno fa fui presentata ad una platea di sindacalisti molto di sinistra in un paese nordico europeo molto democratico con queste parole “Giacomina è italiana e sta in un sindacato cattolico, ma è una brava persona perché ce l’ha detto il nostro compagno XY che la conosce bene”. Tralascio il brusio che ci fu all'aggettivo “italiana” e anche i risolini di spregio all'aggettivo “cattolico”. Ignorai il doppio pregiudizio nazionalistico e religioso e parlai di cose molto diverse da quelle che avevo preparato. A poche centinaia di chilometri da lì, in un paese altrettanto democratico, nel 2011 ci fu l’orrenda strage dell’isola di Utøya in cui morirono 100 giovani per mano di un criminale altrettanto giovane. Ancora oggi, i norvegesi si interrogano per capire come mai il loro paese abbia potuto partorire il mostro … Mostro nazi-fascista, certo, il che può indurre a pensare che basti non essere né fascista né nazista per garantire il proprio carattere democratico e vivere felici.


Non è così semplice. Se mettiamo in fila le componenti principali di una cultura fascista (in tutte le sue sfumature, fino al nazismo) troviamo sì il razzismo, il nazionalismo, il patriottismo esasperato, la violenza contro i diversi, l’esaltazione di valori o pseudo-valori che tengono unito il branco. Ma questo produrrebbe solo un’aggregazione di pochi che finirebbe per costituire una sorta di cancro sociale più o meno tollerabile e arginabile per una democrazia cosciente di sé e dei limiti che deve porre per difendersi e restare tale. Invece, l’aspetto più subdolo della cultura fascista è il suo rivolgersi ai molti, solleticando sentimenti e pulsioni da cui nessuno di noi è del tutto immune. E’ in questo marasma di confusione e pregiudizi, di ignoranza e arroganza che prosperano tutte le proposte assimilabili col fascismo che hanno un unico tratto comune: la negazione di diritti umani fondamentali che finisce per essere accettata quasi inconsciamente.

Innanzitutto la paura. Paura dell’oggi e del domani (particolarmente acuta nei momenti di crisi economica), paura dello straniero, paura del diverso. Creare un “nemico” esterno e interno è stato, infatti, uno dei principali strumenti della propaganda nazi-fascista. Lo spiegava bene Marcuse quando analizzava in "Davanti al nazismo” l’evoluzione delle strategie di Hitler per costruire il “nemico interno” caricando sugli ebrei ogni immaginaria colpa storica e antropologica, a giustificazione preventiva della “soluzione finale”. Ma, per agire sulle paure, non c’è nemmeno bisogno di inventare colpe e di addossarle ad un popolo intero o ad una religione, come fu con gli ebrei o come potrebbe essere adesso con i musulmani. A volte basta un’esaltazione becera della propria “civiltà” come qualcuno ama fare oggi, da noi.

Poi c’è la presunzione di esser moralmente migliori degli altri, perfino di quelli che non conosciamo e di cui non abbiamo nemmeno sentito parlare oppure abbiamo sentito parlare male da altri a cui, incautamente, abbiamo creduto. Paradossalmente, ma non poi così tanto, una “contessa rossa” della DDR raccontava, qualche anno fa in un convegno sull'emigrazione, che lo shock più duro che ebbero i cittadini di Berlino est  alla caduta del muro fu scoprire che i cittadini della Repubblica Federale Tedesca, tanto criticati e denigrati dai dirigenti del partito comunista come borghesi egoisti, innamorati solo dei soldi, succubi delle multinazionali e perfino violenti erano soltanto persone normali che lavoravano per mantenere la famiglia ed erano perfino gentili e premurosi nell'accoglienza dei “fratelli separati”. Il problema non è, quindi, essere migliori o peggiori di altri, ma essere più coscienti della nostra condizione e di quella che vivono gli altri. Magari anche parlando, con questi “altri”.

Una terza caratteristica dei soggetti suscettibili di tracimare oltre gli argini della democrazia e di sconfinare nel nazi-fascismo è credere di essere destinati ad un futuro radioso e glorioso, in nome del quale si sentono legittimati a liberarsi con ogni mezzo possibile e immaginabile di tutto quanto ingombra la strada della loro marcia trionfale. E tanto peggio se tra quanto si oppone al loro marciare decisi e compatti ci sono uomini, donne e bambini coi loro bisogni e le loro miserie. Mussolini riuscì a giocare su questa illusione di “grande futuro” e, fino alla promulgazione delle leggi razziali nel 1938, continuò ad avere buoni rapporti con famiglie ebree i cui membri avevano combattuto valorosamente nella prima guerra mondiale e, per questo motivo si sentivano patrioti e si illudevano di poter esser partecipi della costruzione di un’Italia gloriosa. Non si accorsero nemmeno dei  ballons d’essay che il Duce fece lanciare, tra il 1936 e il 1937 da alcuni opinionisti a lui vicini, contro gli ebrei, su varie riviste, proprio per creare un clima popolare di sostegno alle discriminazioni e, successivamente, alla consegna degli ebrei italiani ai nazisti.  

Non basta, quindi, individuare atteggiamenti autoritari o impositivi per gridare al fascismo: il fascismo è tale solo quando ha un seguito di massa che tutti noi, con la nostra indifferenza e i nostri attendismi rischiamo di contribuire a creare. L’aveva detto chiaramente nel 1988 il Presidente del Bundestag, Philipp Jenninger, ai tedeschi. Ma i tedeschi non l’hanno voluto capire e l’hanno interpretato il suo discorso come se Jenninger (un democristiano forse troppo onesto intellettualmente) volesse accusare di nazismo l’intero popolo tedesco. Non solo storicamente, quindi, ma anche concettualmente fascismo e nazismo sono l’incontro tra una teoria che si offre come salvifica e un’adesione popolare che crede in questa speranza di salvezza e di gloria. Fare i puri e denunciare non basta, credersi di sinistra non basta, bisogna agire per dare alternative a una moltitudine di persone confuse e frustrate, aggregandole su altri valori che non sono necessariamente l’esser seduti a destra o a sinistra in Parlamento (sedere, notoriamente, non è né un valore, né una virtù …).

Ma anche questo non basta. Se invece di limitarci a fare dell’ironia sui partiti che negano i più elementari diritti umani, che fomentano la paura dello straniero e del diverso, che si siedono tranquillamente sulle Costituzioni inventando parlamentini scissionisti, incominciassimo a non invitare più i loro esponenti a tutti i talk show che offrono una platea aggiuntiva per i loro sproloqui, se cominciassimo a denunciarli, sì, a denunciarli ai tribunali, a chiedere che i loro giornali siano chiusi per propaganda razzista e che i loro discorsi siano interrotti (per lo stesso motivo), aiuteremmo la nostra democrazia a difendersi e, soprattutto, migliaia e forse milioni di persone capirebbero che stanno per cadere in una trappola di illegalità diffusa e tollerata che può portare molto, molto lontano. Perché, parafrasando al negativo una stupida frase attribuita a Voltaire e citata spesso a vanvera, “per certe tue libertà di espressione che violano e invitano a violare i diritti fondamentali io non sono assolutamente d’accordo né di battermi, né tanto meno di morire.”   

E poi c’è ancora una cosina che possiamo fare da subito: i diritti umani. Finché rimangono un elenco su una Carta dell’ONU servono sì e no a creare o disfare alleanze nel quadro della diplomazia internazionale. Se, invece, li consideriamo la base irrinunciabile del nostro vivere quotidiano – e, sinceramente, credo che ci sia poco di più nelle nostre Costituzioni, ognuna delle quali è, ovviamente, “la più bella del mondo” – è nel nostro agire quotidiano che devono essere fatti vivere e affermati. Se riusciamo a risparmiare qualche energia di quelle che spendiamo a piene mani nella denuncia del malaffare, dei potenti, dei governi, dei politici, delle multinazionali, delle banche e di tutti i poteri occulti che, di volta in volta, il web ci propone, avremo qualche risorsa di tempo e di attenzione in più per guardarci intorno e cominciare a dialogare con gli oppressi e gli sfiduciati, non per colpevolizzarli di seguire l’uno o l’altro imbonitore fascistoide, ma per dar loro un po’ di speranza, almeno nella spicciola, marginale, ma essenziale solidarietà tra umani. 
(giacomina cassina)  


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