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domenica 25 gennaio 2015

Dal matrimonio della democrazia con il capitalismo alla sua delegittimazione

Lo Stato democratico vive di presupposti che non è più in grado di garantire? La natura della crisi che attualmente investe istituzioni e soggetti politici ci impone di prendere molto sul serio questa domanda. Nel secondo dopoguerra, in Europa l’integrazione democratica delle masse nello Stato – un processo faticoso e per nulla scontato, come la prima metà del Novecento ha mostrato chiaramente – è avvenuta sulla base di precisi presupposti:




1) l’esistenza di un nemico 'esterno' (l’Unione Sovietica), cui poteva corrispondere un nemico 'interno' (il movimento operaio organizzato, il mondo del lavoro salariato, in generale l’area del disagio sociale): questo mondo doveva essere convinto della preferibilità del modello euro-occidentale, attraverso la mitigazione del capitalismo grazie al Welfare, anche al fine di evitare che le spinte verso una maggiore giustizia sociale, se disattese dalle democrazie, facessero scivolare quelle masse (un bel pezzo di 'popolo sovrano' delle democrazie medesime) verso un’alternativa di sistema che, per quanto rivelatasi a un certo punto fallimentare, a lungo ha costituito un riferimento simbolico e una fonte di energia politica.



Venuta meno questa minaccia, il matrimonio di convenienza tra capitalismo e democrazia sulla base del compromesso socialdemocratico, consacrato nelle costituzioni del secondo dopoguerra, è entrato in crisi.



C’è anche un risvolto economico, in questa svolta: il fordismo aveva bisogno di lavoratori-cittadini democratici, perché il miglioramento delle loro condizioni di vita e l’accesso a certi livelli di consumo rappresentava tanto un vantaggio economico quanto un’opportunità di politica integrativa.



La logica del neocapitalismo, invece, mira a scindere il nesso cittadinanza-mondo del lavoro, al fine di ridurne il potere contrattuale e la rappresentatività (impresa nella quale ha trovato spesso alleati insperati nel sindacato e nella sinistra di governo, grazie a un mix di adattamento alla logica del male minore e corporativismo conservatore, che ha determinato una vera e propria incomunicabilità con il mondo del precariato e dei nuovi lavori).



Questo alla fine non poteva non riflettersi sulla rappresentanza politica, disarticolandone i soggetti.



Non trovando più ostacoli e presentandosi come vera forza rivoluzionaria, anche grazie alle notevoli opportunità offerte dalle nuove  tecnologie, il capitalismo neoliberale si è assolutizzato, tracimando e rompendo gli argini posti dalle politiche redistributive e dalle garanzie dei diritti sociali, stigmatizzate quali retaggi di un vecchio mondo. Peccato che il fine di quel “vecchio mondo” era precisamente quello di rendere possibili 'cittadini democratici' e assicurare un set minimo di precondizioni sostanziali della democrazia.



Come ha scritto efficacemente un grande costituzionalista tedesco, Ernst-Wolfgang Böckenförde, lo Stato sociale è una “logica conseguenza politica della democrazia stessa”, ovvero l’effetto della politicizzazione di tutte le questioni sociali implicita nell’uguaglianza politica di tutti i cittadini e della necessità di ovviare a disuguaglianze troppo rilevanti, che minerebbero la natura il più possibile inclusiva della democrazia stessa.



Una volta che l’immaginario individualista dell’homo oeconomicus – basato su un’ambigua nozione di libertà irrelata, senza vincoli sociali – ha colonizzato e svuotato dall’interno l’antropologia democratica, l’ethos della democrazia costituzionale, a lungo egemonico, è divenuto preda di un processo di delegittimazione che perdura, tanto nei singoli paesi europei (soprattutto in quelli più deboli, sottoposti al meccanismo della colpevolizzazione attraverso il debito) quanto nell’Unione nel suo complesso (si pensi al destino della Carta dei diritti fondamentali, in teoria  suo pilastro solidaristico, in realtà oggi sempre più marginalizzata nelle politiche europee).




2) Un altro presupposto era il nesso stringente tra Stato, governo dell’economia e legittimazione democratica.  Ora, è evidente che la questione non è quella della fine degli Stati (tesi ad oggi del tutto irrealistica), ma semmai quella della loro metamorfosi. Non solo  gli Stati ci sono ancora, ma alcuni sono addirittura Iperstati, che utilizzano la forza militare e le risorse naturali strategiche per riaffermare il volto truce della sovranità, in chiave asimmetrica (chi se lo può permettere, perché ha l’arma atomica, il gas ecc., può fare quello che vuole e che agli altri Stati – sotto costante sospetto di illegittimità “morale” perché meno forti - non è concesso). In generale,  gli Stati che costituiscono grandi spazi continentali, di solito federali, sembrano reggere meglio l’urto dei processi globali.



Ad essere in crisi sono proprio gli Stati nazione europei, e questo spiega probabilmente le risorgenze nazionaliste in Europa, come reazione compensativa allo spaesamento. È una crisi di legittimazione, perché in questione è la loro possibilità di operare come soggetti autonomi, con finalità proprie, di cui rispondere alla cittadinanza, soprattutto rispetto a quello che è da sempre il fulcro della decisione politica: la distribuzione di potere e ricchezza. Ciò accade certamente in virtù delle sfide che provengono dall’alto (i poteri transnazionali) e dal basso (le rivendicazioni indipendentiste, microidentitarie). In più, per gli Stati europei, ci sono anche le conseguenze delle ambiguità della costruzione europea e delle contraddizioni insite nell’assetto dell’euro.



Così come gli effetti dell’assunzione integrale e acritica di un’ideologia neoliberista (in versione tedesca, ordoliberale), che non riduce affatto la normazione statale, ma la funzionalizza  alla garanzia ('artificiale', per nulla 'naturale') del pieno dispiegamento, senza interferenze 'politiche' che obbediscano ad altre logiche (ad esempio quelle della garanzia delle condizioni sostanziali della democrazia), dell’ordine 'spontaneo' del mercato come unica possibile forma di vita 'libera'.



In questa prospettiva, le istituzioni pubbliche sono esse stesse sottoposte al regime della concorrenza che sono chiamate a garantire, per realizzare una società integralmente di diritto privato, che non ammette deroghe al primato del mercato, neppure in nome di obiettivi politici di natura collettiva, quali quelli definiti dallo Stato costituzionale, se ancora 'preso sul serio': redistribuzione per correggere le disuguaglianze e assicurare un’allocazione della ricchezza e del potere compatibile con una società non gerarchica, tutela di diritti e beni pubblici fondamentali in nome di criteri di giustizia sociale generale, politiche volte a rigenerare la fiducia nel legame sociale e la tenuta identitaria delle democrazie pluraliste.



La denazionalizzazione dello Stato (Sassen), la scissione del nesso tra nazione e politica mette in crisi la cittadinanza democratica, che è nata nell’alveo dello Stato nazione moderno.  O si inventa un nuovo nesso, su scala diversa, coordinandolo su più livelli ma senza aggirarne la natura politica, oppure sarà difficile – per il demos - resistere alla tentazione di tornare all’ideologia dello Stato nazione, per riappropriarsi della decisione politica: un’opzione che non è detto funzioni e che presenta indubbi rischi regressivi, ma che non può essere scongiurata da prediche impolitiche, o ingenue o ipocrite, che non mutano di una virgola gli assetti di potere vigenti in Europa e i paradossi che ne derivano.




3) Lo Stato democratico si è nutrito infine di alcuni essenziali presupposti simbolici e culturali: innanzitutto la memoria di un tabù – quello degli orrori della seconda guerra mondiale –, che a lungo ha immunizzato le classi dirigenti europee, inducendole a perseguire politiche volte a impedire la replica delle situazioni di paura, insicurezza sociale, miopia e ingovernabilità degli interessi, ostilità di massa, ricerca del capro espiatorio, che aprirono la strada ai fascismi.



Sulla base di questa consapevolezza è stata alimentata una memoria costituzionale prospettica, cioè la cura dei principi comuni depositati nelle costituzioni non come omaggio passatista, ma come spinta propulsiva, politica e culturale, per un progetto di società neoumanistica. Risorse simboliche di questo genere però non possono rigenerarsi da sole, automaticamente, ma si nutrono inevitabilmente di un ethos comune e soprattutto di credenze collettive, ovvero di ideologie come grandi visioni di parte e conflittuali, ma animate dal senso dell’universale, ovvero da progettualità collettive di medio-lungo termine (di cui a lungo sono stati veicolo i partiti di massa).



Un’istanza progettuale che non sarebbe affatto inattuale oggi, se solo pensiamo alle questioni ambientali, energetiche, alla tutela dei beni comuni, alla responsabilità verso le generazioni future, alla crescita delle disuguaglianze, che dovrebbero costituire i nodi di fondo all’attenzione delle democrazie europee, proprio alla luce del nucleo normativo insito nelle 'tradizioni costituzionali comuni'. È la cultura politica della società, dei soggetti in cui si articola, a sostenere la democrazia costituzionale: perciò l’aggiramento tecnocratico di questi nodi identitari è un’illusione perniciosa per l’Europa.



Oggi questi presupposti sono venuti meno, o sono diventati problematici. Il nostro sembra essere un tempo postpolitico, che non annuncia affatto, però, una pacificazione universale. La spoliticizzazione attuale presenta due volti: uno è quello della 'controdemocrazia' (Rosanvallon) come democratizzazione spoliticizzante (che comporta sì un allargamento della partecipazione, ma tutto in chiave di protagonismo soggettivistico, che rifiuta la delega e diffida delle istituzioni rappresentative e degli attori  tradizionali della mediazione politica, delegittimandoli).



Questo processo, che si accompagna alla crescente individualizzazione e frammentazione delle società pluraliste, serba una notevole ambivalenza: la presa di parola in prima persona, dal basso, orizzontale (o che come tale si presenta) sembra portare alle estreme conseguenze la promessa democratica moderna, cioè l’autogoverno, il dare leggi a se stessi, diventando ciascuno sovrano.



In fondo, è la promessa di emancipazione da ogni vincolo eteronomo implicito nell’idea dell’autorità dal basso. Solo che quella della democrazia rappresentativa sarà pure un’autorità dal basso, ma sempre un’autorità (cioè un potere autorevole perché riconosciuto) deve produrre, in grado di assumere responsabilità generali e di medio-lungo termine, non schiacciate sugli interessi particolari, neppure sulla loro mera somma. Ma la politica della sfiducia, la diffidenza verso ogni forma di delega e rappresentanza, che è l’effetto inevitabile di questa spinta 'dal basso' quando le istituzioni della democrazia politica non costituiscono più un punto di riferimento vitale, per certi aspetti contribuisce paradossalmente a minare ulteriormente l’autonomia del 'politico', corrodendo i soggetti e i luoghi della mediazione collettiva.



Magari con le migliori intenzioni democratiche, tale individualismo è destinato necessariamente a diventare il corrispettivo dell’immaginario neoliberale? L’altro volto della spoliticizzazione è quello della neutralizzazione tecnocratica della decisione democratica, la funzionalizzazione dello Stato e della politica ufficiale a logiche di altro genere, prevalentemente economico-finanziarie, in un contesto che assegna sempre più alle 'competenze' – economiche, giuridiche, gestionali –,  cioè  a poteri che si pretende 'neutrali', la responsabilità delle scelte. La governance che svuota la legittimazione democratica.



A mio avviso, chi non voglia rassegnarsi alla postdemocrazia, non può non scommettere sulla possibilità di nuove ripoliticizzazioni, sulla base di controegemonie, accettando anche il rischio della controdemocrazia, provando a correggerne il segno dall’interno.



Per fortuna, il velo sull’inganno postideologico si è squarciato, rendendo evidente come la tesi che decreta la fine delle ideologie sia la più ideologica di tutte. Non solo: è ormai chiaro che postideologico non significa affatto postidentitario. Anzi, al contrario, la dimensione 'postideologica' dell’immaginario sociale contemporaneo fa riemergere con forza il bisogno di identità.



Così che sul piano collettivo, se non si rigenereranno identità politiche consapevolmente costruite, possibilmente capaci di muoversi su scala europea, si finirà inevitabilmente per recuperare quelle tradizionali premoderne (etniche, religiose ecc.), magari miscelandole in uno strano e ambiguo patchwork postmoderno. Cercare di imporre una 'governabilità' senza identità può rappresentare un rischio esiziale per la tenuta delle istituzioni moderne.



Non è un a caso se, oggi che tutti si dicono democratici, la democrazia è diventata un problema. Tuttavia, questo non accade solo perché la rappresentanza è in crisi, o perché c'è chi del demos pretende di appropriarsi a fini neoautoritari. Ma anche perché nella democrazia presa sul serio c'è la possibilità di un fronte agonistico e antioligarchico, di un flusso dal basso di energia, che  manifesta una refrattarietà agli assetti di potere dati.



Nella radice del demos, si collocano tante ambivalenze (tra cui i fenomeni impropriamente qualificati come 'antipolitica' e 'populismo'), ma certamente anche la possibilità del dissidio, di una lotta degli esclusi o dei non integrati.



E quindi c’è, forse, la spazio di una nuova immaginazione politica. Se sarà anche di tipo europeo, dipenderà da una mossa pregiudiziale, che è di natura soprattutto culturale: quella di ripensare autonomamente lo spazio europeo uscendo dal conformismo europeista, mettendone in discussione i luoghi comuni e i non detti.



Vogliono gli Stati europei prendere una decisione politica sul loro destino comune, coinvolgendo davvero i popoli europei? Quali condizioni sarebbero necessarie per realizzarla? E siamo in grado – come cittadini europei - di assumerci l’onere di assicurare quelle condizioni?



Ad esempio, una vera solidarietà dell’area euro con regole precise di reciprocità, una politica estera e di difesa comune limitata a un’area omogenea di paesi disponibili a condividere questi impegni, il rilancio dell’Europa sociale e di una difesa intransigente dei diritti fondamentali rispetto alle derive in corso in alcuni paesi dell’Unione, anche come chiara opzione di identità culturale.



È fondamentale che di questi nodi si discuta apertamente nelle opinioni pubbliche europee per arrivare a definire degli scenari plausibili, invece di perseguire distrazioni o rassicurazioni di massa che servono solo a illudere e a prendere tempo (Streeck), lasciandoci in mezzo al guado.



Il prezzo della delegittimazione che ne consegue potrebbe essere molto alto.  

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