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venerdì 9 gennaio 2015

#CHARLIEHEBDO: LA DISFATTA DEI SERVIZI SEGRETI FRANCESI


attentato

Com’era facilmente prevedibile i due fratelli Kouachi sono stati entrambi uccisi durante un blitz delle teste di cuoio, portandosi nella tomba le risposte a molti interrogativi sull’attentato a Charlie Hebdo, che ha tutte le fattezze del terrorismo ascrivibile alla “strategia della tensione.”
Si tratta quindi di un attentato falsa bandiera in stile New York 9/11?




No, a ragion veduta è un’operazione di infiltrazione e sovversione in stile anni ’70, dove i fratelli franco-algerini rappresentano i brigatisti di basso rango che premono il grilletto e chi si occupa dalla pianificazione, organizzazione e logistica, il BR Mario Moretti del caso, probabilmente non sarà mai preso perché legato ai servizi. L’intelligence francese esce quindi sconfitta secondo i media che leggono il copione, vincente in base agli obbiettivi programmati e marcia fino al midollo per chi analizzi a fondo la vicenda in divenire.
I terroristi perfetti
Said e Cherif Kouachi, franco-algerini di 32 e 34 anni, sono terroristi talmente perfetti che sembravano coltivati in vitro: nati e cresciuti a Gennevilliers,  banlieu a Nord di Parigi, rimangono orfani, poi sono dati in affidamento e suonano un po’ di rap crescendo nel mondo della piccola criminalità; il maggiore è arrestato nel 2008 in quanto affiliato alla rete Buttes-Chaumont che recluta volontari da spedire in Iraq. Sono perciò da almeno cinque anni nei radar delle forze di sicurezza. Dopodiché, in base alle informazioni che piovono a catinelle a distanza di 24 ore dall’attacco, sarebbero passati nei campi di addestramenti di Al Qaida in Yemen e avrebbero partecipato alla guerra in Siria. Il primo grande quesito da porsi è: come possibile che non fossero pedinati a vista? Le informazioni in possesso dei giornali dopo un giorno dall’attentato non erano negli archivi dell’intelligence? Sembra assurdo anche perché i due fratelli erano nella lista nera compilata dal Terrorist Screening Center statunitense.
carta
L’attentato ed il ruolo della carta d’identità abbandonata.
Il 7 gennaio i due fratelli fanno irruzione della sede di Charlie Hebdo ed uccidono dodici persone, urlando i nomi dei vignettisti. L’assalto avviene durante la riunione di redazione del giornale quando tutto il personale è concentrato: assumendo che la riunione di redazioni duri un’ora e che la settimana lavorativa conti 40 ore, le probabilità che sia una coincidenza sono di 1/40, ossia il 2,5%. È quindi altamente probabile che l’attentato sia stato accuratamente pianificato, gli orari della redazione studiati, memorizzati i nomi ed il viso delle vittime. Forse per dare un tono di dilettantismo all’operazione, è diffusa la notizia che gli attentatori non conoscessero il numero civico della redazione. Ma è possibile che chi conosce il nome dei vignettisti e gli orari della riunione settimanale della redazione non sappia dov’è la sede dell’attentato? Nessuno dei fratelli ha mai fatto un sopralluogo? Altra incredibile leggerezza per un efficiente commando che si sarebbe formato nei campi Al Qaida, dimenticano la carta d’identità nell’auto che abbandonano dopo l’attentato. I due fratelli franco-algerini non sanno che la regola base per qualsiasi rapinatore o terrorista è di liberarsi di documenti, telefoni , orecchini o qualsiasi mezzo di riconoscimento per non essere identificati? Perché indossare i passamontagna per poi dimenticare il documento in auto?
Probabilmente il documento è stato aggiunto sulla scena del crimine dall’intelligence su soffiata della mente dell’operazione, il BR Mario Moretti del caso, che conosce il nome ed il piano degli attentatori, perché è stato lui a progettarlo. Con il ritrovamento della carta si desiderava quindi instradare rapidamente la polizia sui colpevoli per liquidarli in poche ore. Tutta la vicenda ha un triste e fresco precedente che stranamente pochi ricordano: nel marzo del 2012 il franco-algerino Mohamed Merah uccide sette persone, sparando da uno scooter, prima di asserragliarsi in un appartamento dove è ucciso durante il blitz delle teste di cuoio. Si scoprirà che anche lui era nei radar dell’intelligence francese da tempo, essendo stato un collaboratore della DGSE per cui si era recato in Afghanistan raccogliendo informazioni sugli islamisti francesi.
Gli ultimi sviluppi
Nella mattina del 9 gennaio i fratelli Kouachi si barricano insieme ad un ostaggio in una tipografia di Dammartin-en-Goële, nord-est di Parigi, dopo un includente peregrinare nelle campagne del dipartimento Senna e Merna. Perché uscire in fretta da Parigi nelle ore successive all’attentato per poi trascorre 36 ore da latitanti nella campagna francese e finire asserragliati in una piccola azienda? Era previsto un punto di raccolta dove avrebbero dovuto essere prelevati e portarti in salvo, mentre sono stati ingannati ed all’appuntamento non c’era nessuno?
Eliminandoli si è persa ogni traccia per risalire ai vertici dell’organizzazione, dove si annida probabilmente il collegamento con i servizi d’informazione.
Nel frattempo un altro presunto terrorista, Amedy Coulibaly, è stato liquidato dopo aver preso cinque persone in un negozio kosher di Porte di Vincennes: sarebbe l’assassino della vigilessa uccisa l’8 gennaio. Una rete quindi di tre o più terroristi, molti dei quali noti da anni alle forze dell’ordine, avrebbe tenuto in scacco Parigi per tre giorni quando i servizi algerini avrebbero allertato il 6 gennaio le autorità francesi che era in preparazione un attentato. Perché nessuno ha agito? A chi fa comodo quanto sta avvenendo?

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