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domenica 18 gennaio 2015

C’è bisogno di una finanza al servizio dell’economia

Il Quantitative Easing, ovvero l’immissione di liquidità della Banca Centrale per acquistare titoli di Stato, è criticato dai falchi dell’austerità che vedono il rischio di un rilassamento delle politiche imposte negli ultimi anni: se un Paese riceve l’aiuto della BCE potrebbe essere spinto a “non fare i compiti”, tagliare la spesa pubblica e ridurre il rapporto debito/PIL.
Nella realtà dei fatti, è sempre più evidente che tali politiche siano state un disastro non solo da un punto di vista sociale e dell’occupazione, ma persino macroeconomico. In tutti i Paesi passati dalle “forche caudine” dell’austerità, a causa del crollo dei consumi e dei tagli alle spese e agli investimenti pubblici, il crollo del PIL ha portato a un aumento del famigerato rapporto debito/PIL che si intendeva diminuire.

Ciò detto, gli interventi prospettati dalla BCE non sembrano potere cambiano la situazione. Il Quantitative Easing è mirato a tamponare una realtà sempre più insostenibile, ma l’immissione di nuova liquidità, senza misure fiscali espansive difficilmente porterà a un rilancio dell’economia. “Puoi portare un cavallo al fiume ma non puoi obbligarlo a bere” è una metafora usata per descrivere la cosiddetta trappola della liquidità: in una fase di difficoltà e sfiducia, un aumento della massa monetaria non porterà a una ripresa di consumi, investimenti e occupazione, ma a un aumento del risparmio, se non della speculazione.
In altri termini, il rischio concreto di un’ulteriore espansione di una finanza ipertrofica e un suo sempre più netto distacco da un’economia in perdurante crisi: la definizione stessa di una nuova bolla finanziaria. Sono diversi gli indicatori che ci dicono che stiamo andando in questa direzione. In Italia come in altri Paesi europei le banche prestano sempre di meno a famiglie e imprese, è il cosiddetto credit crunch. Dall’altra parte, proprio in questi giorni si è saputo che in Europa il sistema finanziario, tra cui le stesse banche, ha investito qualcosa come 1.200 miliardi di euro in titoli a rendimento negativo. C’è una montagna di soldi alla disperata ricerca di qualsiasi possibile investimento, mentre dall’altra parte fette sempre più ampie della società sono escluse dall’accesso al credito.
E’ un macroscopico fallimento della finanza, se questa deve essere vista come uno strumento al servizio dell’economia e non come un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi. Difficile immaginare che immettendo ancora più liquidità in questo sistema si riesca a cambiare le cose. Al contrario, servirebbero delle regole certe per riportare la finanza a essere uno strumento al servizio dell’economia
Dopo lo scoppio della crisi nel 2007-2008, ogni vertice interazionale, dal G20 in giù, si è chiuso con roboanti dichiarazioni sulla necessità e l’urgenza di chiudere una volta per tutte il casinò finanziario. Da allora poco o nulla è stato fatto, mentre si costruiva un immaginario che vedeva la crisi come un problema della finanza pubblica. Ancora peggio, seguendo il mantra secondo il quale deve essere il privato a trascinare la presunta ripresa, oggi le lobby finanziarie segnalano che una regolamentazione “eccessiva” potrebbe frenare l’economia.
Il problema di fondo è che l’attuale sistema finanziario non sostiene e accompagna i processi economici, ma li danneggia. Per non collassare e mantenere i tassi di profitto inseguiti dagli speculatori, da un lato la finanza estrae ricchezza dall’economia a un ritmo crescente, dall’altro deve creare delle bolle di dimensione sempre maggiore, scaricandone il costo allo scoppio su cittadini e Stati.
Peggio ancora, l’instabilità e la volatilità non sono degli spiacevoli effetti collaterali, ma la base stessa del gioco. Se compro un titolo per 100 euro e dopo un anno vale 101 ho realizzato una speculazione, ma il margine di profitto è bassissimo. Se invece il titolo è in preda a forti oscillazioni e i prezzi sono instabili, si possono realizzare maggiori profitti. In una spirale perversa la stessa speculazione è oggi in grado di generare le oscillazioni su cui poi andrà a guadagnare: più scommesse girano su un dato titolo, più i prezzi rischiano di impazzire e più crescono le possibilità di profitti a breve, attirando nuovi squali. Dalle materie prime ai titoli di Stato, tutto passa oggi dal tritacarne della speculazione. D’altra parte la finanziarizzazione di ogni attività umana è funzionale ad alimentare questa continua estrazione di ricchezza, trasformando in mercati persino i servizi essenziali o i beni comuni.
A fronte di tale situazione, l’unica soluzione che sembra provenire dai burocrati europei è quella di inondare di ulteriore liquidità il sistema. Lanciati verso un baratro, ci chiedono di accelerare. Al culmine del paradosso, sotto la “spada di Damocle” di spread, sanzioni e debito eccessivo, dobbiamo stringere la cinghia e accettare i piani di austerità perché dobbiamo “restituire fiducia” ai mercati. A questi mercati finanziari.

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