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domenica 18 gennaio 2015

Boko Haram, cos’è e perché nessuno lo ferma

Nel cuore dell’Africa nera, in Nigeria, una strage come quella di Charlie Hebdo passerebbe quasi inosservata. Sarebbe l’ennesimo attacco, tutto sommato di lieve entità, del famigerato Boko Haram. Viceversa in occidente non riescono a destare più di tanto scalpore, occupando giusto una mezza pagina degli esteri nei quotidiani, neppure le migliaia di vittime provocate dal gruppo fondamentalista in quello che Amnesty International ha definito “il più efferato e distruttivo di tutti gli attacchi di Boko Haram sin qui analizzati”. Più di duemila vittime, un’intera città praticamente rasa al suolo, bambine utilizzate come bombe umane che si fanno saltare in aria nei mercati cittadini.
Per atti molto meno gravi, reiterati e impressionanti, i governi occidentali hanno dichiarato guerre anche semplicemente mediatiche. In questo caso si udirono giusto i cinguettii su twitter di politici e star internazionali in seguito al rapimento delle liceali nigeriane. Ricorderete l’effimero boom dell’hashtag #BringBackOurGirls.
Ma che cos’è Boko Haram? E perché, fino a prova contraria, nessuno ha davvero intenzione di combatterlo? Andiamo con ordine.
Un Isis più radicato – Il nome Boko Haram deriva da una locuzione della lingua hausa e letteralmente significa “l’educazione occidentale è peccato”. In realtà il nome arabo ufficiale è Jama’atu Ahlis Lidda’awati Sunna wal-Jihad, ovvero “persone impegnate nella diffusione degli insegnamenti del Profeta e del Jihad”. Fondato nel 2002 da Ustaz Mohammed Yusuf, arrestato e poi ucciso nel 2009 dalle forze governative nigeriane. Il suo successore Darul Tawheed, meglio noto con il nome di battaglia Abubakar Shekau, è stato dato per morto decine di volte ma continua a comparire nei video di rivendicazione degli attentati diffusi da Boko Haram. Il gruppo ha una visione dell’Islam del tutto simile a quella dell’Isis, che proibisce (haram appunto) ai musulmani di partecipare a qualsiasi attività politica o sociale associata alla cultura occidentale. Tra queste: votare alle elezioni, ricevere un’educazione laica, indossare t-shirt. L’obiettivo politico è creare uno Stato islamico comprendente i territori dell’ottocentesco Califfato di Sokoto, sorto nel 1809 e collassato nel 1903 con la colonizzazione britannica. Scuole e moschee costruite da Boko Haram nei territori da esso controllati fungono da reclutamento per le giovani leve.
Nel 2009, in seguito ad attacchi dei miliziani fondamentalisti contro stazioni di polizia e sedi istituzionali, il governo nigeriano uccise a Maiduguri, nel nord della Nigeria, centinaia di sostenitori del gruppo e migliaia di persone furono costrette a fuggire dalle loro case. Un episodio affatto marginale, perché contribuì non poco alla crescita di popolarità di Boko Haram tra i musulmani delle zone settentrionali confinanti con il Camerun. A partire dal 2010 i seguaci di Shekau, cresciuti di numero e meglio armati, iniziarono una serie continua di attacchi a chiese e locali pubblici in particolare frequentati da cristiani, per poi alzare l’obiettivo prendendo di mira la sede Onu nella capitale nigeriana. Attualmente gli effettivi del vero e proprio esercito messo in piedi da Boko Haram, secondo fonti britanniche, sarebbero più di 10 mila.
Oltre i confini nigeriani - Nello Stato di Borno, al confine con Chad e Camerun, Boko Haram controlla una ventina di villaggi. Da qui partono quasi tutte le incursioni armate, prima relativamente sporadiche adesso sempre più costanti e violente. Azioni lampo accompagnate da rapimenti e conseguenti richieste di riscatto (il cui pagamento, superfluo forse specificarlo, accresce le casse del gruppo fondamentalista), che si verificano sempre più spesso anche oltre i confini nigeriani, in particolare in tutta la zona intorno al lago Chad e nel nord del Camerun, dove all’inizio di aprile 2014 furono sequestrati la suora canadese Gilberte Boussier e i sacerdoti italiani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri. Nel novembre dello scorso anno vennero catturati dieci operai cinesi nella cittadina di Waza. Non furono però i primi non africani ad essere rapiti da Boko Haram o da gruppi ad esso affiliati. Già il 19 febbraio 2013 fu rapita la famiglia francese Moulin-Fournier e il 14 novembre dello stesso anno il sacerdote Georges Vandenbeusch. Tutti quanti sequestrati in Camerun. Fatto non trascurabile, che anzi testimonia la capacità del gruppo fondamentalista di penetrare e agire quasi indisturbato, seppur con diversi modus operandi e fino ad ora minor seguito, negli Stati dell’Africa occidentale confinanti con la Nigeria: Ciad, Camerun, Benin e Niger.
Chi li arma – Si può dire che a Boko Haram non servano appoggi esterni. In tutta la regione del Sahel, e in particolare in Niger, vi è un enorme mercato delle armi provenienti dagli arsenali libici, cresciuto esponenzialmente in seguito alla caduta di Gheddafi. L’instabilità delle nazioni centroafricane ha permesso negli ultimi anni la creazione di santuari nelle aree cosiddette “molli”, ovvero dove le forze governative non sono in grado di far valere la propria autorità. Gli equipaggiamenti militari vetusti in dotazione agli eserciti degli Stati (il caso del Camerun è emblematico), la corruzione dilagante, l’assenza di strategia e coordinamento, la povertà diffusa che accresce il malcontento popolare nei confronti delle istituzioni, facilitano poi in modo significativo l’emergere di bande criminali e lo svilupparsi di gruppi che, grazie a leader locali carismatici (anche capi religiosi) e in nome di parole d’ordine forti, riescono a riscuotere consensi e ad attuare azioni belliche efficaci, passando da blitz tipici della guerriglia ad operazioni di penetrazione all’interno delle unità regolari. La disorganizzazione e la divisione dei corpi militari governativi incentiva poi gli attacchi di Boko Haram, oramai sempre più frequenti, a caserme, presidi e posti di blocco. In alcune zone di confine, inoltre, la popolazione, costituita da innumerevoli etnie, tende a fidarsi sempre meno delle autorità e quindi a cedere al terrore diffuso, che si trasforma ben presto in complicità con chi si erge a “nuovo che avanza”.
Perché nessuno interviene – La Nigeria è una nazione letteralmente spaccata in due. Brutalmente, tutti se ne fregano del nord. Se il sud della Nigeria fosse sotto attacco con tutte le sue risorse petrolifere probabilmente avremmo già assistito ad interventi militari diretti o di supporto alle forze governative nigeriane. Con due milioni e trecento barili al giorno prodotti quotidianamente, corrispondenti quasi al consumo giornaliero della Germania, da anni nel delta del Niger operano le maggiori compagnie energetiche occidentali: Shell, Total, Eni, Chevron. Alcune di queste negli ultimi anni hanno comunque ceduto parte consistente delle concessioni alla Cina, sempre più attiva in Africa.
Il presidente nigeriano Goodluck Jonathan, nome emblematico, sembra però aver stretto una sorta di tacito (almeno per quanto ne sappiamo) patto con Boko Haram: lasciate stare il sud con le sue risorse ed io evito di invocare un intervento internazionale nel nord. Già a maggio 2014 su questo giornale parlavano però del rischio, soprattutto per quanto riguarda l’Eni, di una mancata presa di posizione del governo italiano. L’instabilità del nord dove agisce Boko Haram, i continui attacchi agli oleodotti nel sud da parte dei ribelli del Mend e di altri gruppi armati autonomisti, sono segnali sempre più allarmanti che potrebbero portare la Nigeria ad una vera e propria guerra civile che coinvolgerebbe tutti i 36 stati federati della repubblica nigeriana. A quel punto sarà difficile non assistere alle levate di scudi occidentali che porteranno a facili parallelismi con l’Iraq o, più recentemente, con la Libia.
Goodluck quindi.
Fonte:http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/boko-haram-cose-e-perche-nessuno-lo-ferma-14141/

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