BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA

domenica 25 gennaio 2015

Andando per mostre: Chagall, il coraggio, il sincretismo e molto altro. (2)

Autoritratto davanti a casa 1912
La mostra di Chagall a Milano (200 opere, Palazzo Reale) sta per chiudere. Peccato, perché avrei voluto consigliare a tutti, a tutte le latitudini del paese, di fare un viaggio nella capitale della Lombardia per vederla. Dal 1° febbraio, infatti, non si potrà più ammirare una raccolta retrospettiva di opere del pittore russo davvero ben scelte.
Il percorso è cronologico, è quello della vita di Marc Chagall (nato Moishe Segal a Vitebsk, una città dell’Impero russo, un tempo, oggi della Bielorussia) e parte dalle opere giovanili fino a quelle degli ultimi anni di vita dell’artista. Una vita lunga, cominciata nel 1887 e spentasi nel 1985. Quasi tutti gli anni del “secolo breve” che Marc Chagall registra nella sua pittura insieme ai dolori e agli orrori a cui non si sottrae, ma che affronta assumendoli. Ad un certo punto della sua vita, l’uomo e l’artista Chagall si ferma, si avvita su se stesso, cade in depressione e non vuole dipingere più: è ammalto d’amore per la morte della sua adorata Bella, musa, moglie, sostegno, speranza. Poi si riprenderà, perché quest’uomo, a dispetto della sua immagine fragile e scapigliata, è il coraggio che si fa arte.   

Rabbino col cedro (bozzetto)
Apprezzare una mostra – per chi non è e non vuole far finta di essere un critico d’arte – è un fatto molto soggettivo, per cui cercherò di parlare solo di quello che più mi ha colpito. Un’osservazione marginale, per iniziare: alcuni quadri, ad esempio il “Rabbino col cedro” (detto anche “Giorno di Festa”) sono esposti con il relativo bozzetto (del 1914) che appare più ispirato e vivace dell’opera nella sua versione finale (1924). Il “Rabbino col cedro” fu quindi dipinto ben 10 anni dopo il bozzetto. E’ una conferma della teoria per cui l’arte sarebbe freschezza e immediatezza, più che elaborazione? Oppure è la maggior maturità dell’artista che evolve nell’uso del tratto grafico e del colore e li controlla con altri criteri rispetto all’ispirazione iniziale? O, ancora, è il maggior distacco emotivo nell’opera compiuta rispetto alla sorpresa iniziale dell’opera appena concepita? A voi la risposta. Ma è una caratteristica che mi sembra di aver notato nelle opere di molti altri artisti di cui si conoscono i bozzetti. 

La retrospettiva di Chagall offre anche una serie di opere poco conosciute come i costumi disegnati dall’artista per la prima del balletto Aleko di Sergej Rachmaninov e - una vera chicca - un’intera sala dedicata alle illustrazioni delle Favole di La Fontaine dipinte tra il 1926 e il 1928): si tratta di quadri vivacissimi, dove l’amore e la conoscenza degli animali di Chagall si libera attraverso colori forti e improbabili, ancora più forti e improbabili di quelli che abitualmente Chagall usa per dipingere gli animali, coprotagonisti  importantissimi di quasi tutte le sue opere.

In una serie di quadri avevo percepito quasi inconsciamente alcuni particolari, come croci e chiese, di ispirazione cristiana, non inquadrabili immediatamente nell'opera di un artista ebreo, molto legato al suo credo chassidico. In una delle ultime sale, ho trovato quella che potrebbe essere una spiegazione, guardando il "Gesù Ebreo", dipinto (o accennato) in più di un’opera. E qui ci vuole una breve e ovvia parentesi biografica: Chagall attraversa quasi tutto il ‘900 e vive con particolare intensità e dolore la persecuzione del suo popolo. Lui stesso, con la moglie Bella, fuggiranno da Parigi dove si erano stabiliti, prima in Provenza, poi negli Stati Uniti. Chagall sa quello che succede in Europa e, come chiunque abbia un briciolo di umanità, ne è sconvolto e non riesce a capire.
Allora ricorre – questa è solo la mia personale interpretazione – ad una leggenda chassidica (Pietro Citati) che racconta come il Rabbino Abraham dica “Non bisogna avventarsi contro il male, ma ritirarsi nella originaria forza divina, guidare l’anima con le briglie lente, scoprire il punto dove il male è simile al bene e lì circondarlo e piegarlo e trasformarlo nel suo opposto”. Con questa filosofia, il Cristo sulla croce, coperto dallo scialle rabbinico, col braccio avvolto dai legacci di cuoio usati nei riti ebraici, mentre un angelo gli si avvicina offrendogli la Torah e, sullo sfondo, la gente scappa e le case bruciano è, insieme, la riconduzione di Cristo alle sue origini giudaiche e l’indicazione della necessità di cercare sempre Dio in ogni cosa, persona o simbolo se si vuole combattere il male. Così Chagall guida la sua anima “con le briglie lente” fino ad identificare il crocifisso con l’umanità sofferente e perseguitata (o viceversa … il che è esattamente la stessa cosa).

(giacomina cassina)

0 commenti:

Posta un commento