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martedì 2 dicembre 2014

Turchia moderna e kemalismo: difficile equilibrio tra laicità e libertà religiosa (3)

La scommessa di Atatürk di laicizzare stabilmente un paese in cui il 95% delle persone è di fede musulmana, un paese che aveva avuto per secoli la religione come motore del bene e del male, si capisce solo se si sa con che violenza veniva represso, prima, chi osava deviare dalla tradizione e cercare nuove strade, perfino nell’arte. Chi non l’avesse ancora fatto, legga al più presto “il mio nome è Rosso” di Orhan Pamuk che spiega come questa violenza veniva esercitata con ogni mezzo su ogni tentativo o anche solo sospetto di modernizzazione.


Il taglio netto con il tradizionalismo religioso era necessario, ma non fu senza conseguenze. E, da qualche decennio, lentamente, il peggio del passato sta tornando. E preoccupa.   
Turgut Özal (Premier della Turchia dal 1983 al 1989 e poi Presidente dal 1989 al 1993), in un libro scritto alla fine degli anni ’80,  sottostimava il fenomeno della rinascita del fondamentalismo nel suo paese. Anzi, diceva “… chi (gli europei ndr) afferma che la Turchia starebbe ritornando al passato in questo campo (rinnegando, cioè il secolarismo ndr), è forse rimasto colpito dal revival di pratiche religiose tra i lavoratori turchi nell’Europa occidentale” e concludeva “sarebbe più appropriato attribuire questo cambiamento all’ambiente in cui devono vivere”, e alludeva alle condizioni di discriminazione che colpivano gli immigrati turchi in Europa, anche se la loro presenza era ormai più che decennale, specie in Germania. Questo libro, “Turkey in Europe and Europe in Turkey”, è una dotta e appassionata apologia della Turchia per appoggiarne la candidatura all’UE, introdotta per la prima volta nel 1987 (e poi ripresentata nel 1994), ma è indicativo di come un politico liberale (Partito della Madre Patria) concepisse l’ingresso nell’UE come un bisogno per la stabilità del paese, anche a costo di chiudere gli occhi di fronte alla realtà.
Credo sia giusto contrastare la tesi di chi, come LawrenceM.F. Sudbury attribuisce proprio ad Atatürk il peccato originale, legandolo anche alla sua scelta di procedere al governo della Turchia, inizialmente, con un sistema monopartitico. Ma è indubbio che il modello kemalistico puro, valido in quelle circostanze iniziali (anni ’20 e ’30) non poteva restare immobile in eterno.  
In effetti, dobbiamo pensare a che cosa è diventata la Turchia degli anni ’80 e ’90: una realtà sì, dinamica e proiettata verso un forte sviluppo economico, ma anche vittima di una grandissima instabilità economica, un paese in perenne crisi di bilancio, con un debito mostruoso e con il fiato del Fondo Monetario sul collo: ad un certo punto, le condizioni del FMI per accedere al credito furono talmente pesanti che il governo turco le tenne segrete … Per la gente, il problema non era tanto la disoccupazione (comunque alta, tra il 15% e il 20% reali), ma la bassissima spesa sociale e le condizioni di vita dei salariati, falcidiate non mensilmente, ma settimana dopo settimana, da un’inflazione che per anni si aggirava sul 100%, con punte fino al 130% annuo. In simili condizioni esistenziali e di fronte a governi di coalizione che passavano più tempo a litigare al loro interno (e a perseguire interessi personali e di gruppo) che a proporre soluzioni, la tendenza al ripiegamento individuale e al rifugio nella pratica religiosa rappresentò, per le persone, una delle possibili soluzioni. Per i fautori dell’Islam radicale che erano rimasti chiusi e zitti nelle moschee, fu un invito a nozze. Ci andarono cauti, ma si attestarono, progressivamente sul consenso crescente tra i ceti e aree più disagiate, avanzando e indietreggiando nella loro proposta “politica” a seconda del clima che trovavano nel governo. La cosa curiosa – classico paradosso turco – era che, mentre i discorsi degli Imam dovevano passare per una sorta di censura, gli stessi Imam erano pagati dallo Stato come funzionari pubblici …
A. Gül, Erdoğan e moglie
Un cambiamento, ancora non molto visibile si ebbe quando, prima al governo locale e poi a quello nazionale, arrivò un partito non dichiaratamente religioso ma nemmeno dichiaratamente laico, l’AKP di Erdoğan che, in circa 10 anni, morì e risorse dopo la messa fuorilegge, cambiando nome (prima Partito del Benessere e poi Partito della Giustizia e dello Sviluppo), grazie a piccole modifiche statutarie che gli permettevano di essere riconosciuto secondo la legge turca come un nuovo partito. L’AKP di Erdoğan,  raccolse a piene mani i frutti delle difficoltà del paese e, soprattutto, i voti.
E i militari? Quei militari cui era affidata l’integrità delle “sei frecce” del kemalismo (e quindi anche della laicità dello stato) si erano accorti della tendenza in atto e si mossero.
Quando abbiamo parlato dei colpi di stato non abbiamo detto dei due cosiddetti “colpi di stato in bianco”. Il primo fu tra il 1997 e il 1998 e si concretizzò in una serie di “briefing” da parte dei Capi di Stato Maggiore e dei membri del Militari del Consiglio Nazionale di Sicurezza ai centri nevralgici della società: a Università, ordini professionali, associazioni di imprenditori e sindacati, direttori di grandi imprese, associazioni di donne e di studenti fu spiegato in modo chiaro, fondato e ben documentato, quali erano i rischi di un radicalismo islamico non solo all’interno del paese ma anche nei rapporti con gli altri paesi a maggioranza mussulmana del Medio Oriente. Chi partecipò a questi “incontri” testimonia che furono di altissimo livello ed estremamente interessanti e con possibilità di fare domande e obiezioni. Forse questo “golpe del briefing” ritardò un po’ la scalata dell’AKP a tutti i posti di un potere in cui si era comunque insediato. Il governo dell’AKP Erdoğan mostrò di voler lavorare all’adesione all’UE, ma lo fece non tanto per seguire l’antico orientamento di Atatürk, ma per una questione di prestigio e  perché dall’UE si aspettava una esplicita pressione per tenere a freno i militari. Con il tempismo e la lungimiranza che le è propria … l’UE scatenò il suo moralismo formale contro “l’anomalia militare” turca e aiutò così Erdoğan a mettere in atto un vero e proprio indebolimento, forse irreversibile, dell’esercito e della sua funzione di garante della laicità kemalista. Il secondo golpe bianco fu nel 2010 e prese una forma davvero anomala golpe: i militari andarono in piazza. Più che un segnale di forza, sembrò un segnale di disperazione. Dopo di allora, l’AKP di Erdoğan riuscì a vincere ancora due tornate elettorali, una politica nel 2011 e una presidenziale, nell’agosto scorso.
Di certo, dicevamo in un post precedente, dove la politica si mischia alla religione, si aprono rischi e contraddizioni. Ma il vero problema resta quello di capire se si può essere dei politici laici pur credendo in una fede determinata. Forse potrei rispondere, facendo dei debiti distinguo, per quanto riguarda il cristianesimo. Per l’Islam non sono in grado, ma mi piacerebbe che qualche amico musulmano mi/ci illuminasse. 

Devo ammettere che l’esercito turco e i suoi sforzi per difendere la laicità dello Stato mi fa simpatia. Una simpatia che sarà messa da parte con tutta l’onestà intellettuale possibile, nell’ultimo e prossimo post sulla Turchia moderna e il kemalismo: dovremo parlare, infatti, delle deviazioni interne all’armata di Ankara, della questione curda e della terribile attualità di Kobane di cui i soldati turchi sembrano essere spettatori indifferenti sul confine.
Giacomina Cassina (3. continua)        


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