BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA

sabato 6 dicembre 2014

Torino anni ‘80: una solidarietà (quasi) naturale con Solidarność


Qualche settimana, fa abbiamo parlato di un Convegno in cui si è ricordato l’impegno solidale dei lavoratori e dei sindacati italiani a sostegno di Solidarność. Beh, a quel Convegno l’età media dei partecipanti era piuttosto alta (diciamo 55 anni ad essere teneri) e i pochi giovani che c’erano, erano studenti venuti ad ascoltare i loro professori che presentavano un ampio lavoro di documentazione e archiviazione che sta impegnando diverse università e fondazioni. Per non lasciare la storia solo agli storici, oggi vedremo che cosa ha fatto Torino perSolidarność.
Torino è la città della Fiat. Fin dal 1948, la Fiat aveva stabilito un accordo con la FSO polacca per produrre auto vicino alla periferia di Varsavia. Non c’era nemmeno un operaio negli stabilimenti del Lingotto, di Mirafiori o di Rivalta che non sapesse di avere dei colleghi polacchi nel grande gruppo automobilistico.
Durante la seconda guerra mondiale, inoltre, si era costituita una forte Comunità Polacca nella città della Mole Antonelliana, una comunità che faceva capo ai gruppi di resistenza nazionale polacchi contro l’URSS e la sua attività era continuata anche dopo la fine del conflitto.
Gli scambi tra Torino e la Polonia erano, dunque, frequenti. Quando esplose la rivolta di Solidarność, tra gli operai torinesi ci fu una reazione generale e spontanea di solidarietà: gli operai Fiat sono operai Fiat a qualsiasi latitudine lavorino. I sindacati, in modo del tutto unitario, si diedero da fare per sostenere questa rivoluzione non violenta che chiedeva libertà e trasparenza in un paese che da sempre non sembrava essere tra i più allineati del blocco: già nel 1956 e nel 1970 c’erano stati dei movimenti operai duramente stroncati dal regime.
La solidarietà di Torino (e, per la verità anche di altre regioni italiane) fu importante e continua, prima e dopo il colpo di stato del 13 dicembre 1981 e durò fino al passaggio della Polonia alla democrazia, nel 1989. E fu anche una solidarietà fantasiosa. Dato che durante lo “stato di guerra” tutta la popolazione polacca pativa gravissime privazioni alimentari, il governo militare “concedeva” il transito (sempre strettamente controllato) di convogli con beni di prima necessità. Oltre i generi alimentari scarsissimi, non si trovavano, in Polonia, né saponi, né shampoo, né dentifrici, né medicine. Portare qualche chilo di arance provocava feste incredibili. Con mille marchingegni si riuscì, nonostante le frontiere duramente sorvegliate, a fare entrare e uscire di tutto dalla Polonia: entravano pubblicazioni, carta (razionata e controllata in Polonia), ciclostili smontati (sapientemente ri-montati, poi, dai colleghi polacchi), registratori, radio, rullini fotografici, perfino una macchina offset. Quasi 50 convogli partirono da Torino e arrivarono senza gravi incidenti, nel paese di Solidarność. Ma anche il ritorno dei convogli era importante perché permise di avere informazioni dirette, documenti, fotografie, indicazioni per i gruppi di polacchi che vivevano in Italia e che avevano organizzato dei Comitati di Solidarietà con Solidarność a Roma, nel Veneto, nelle Marche.
Anche Giovanni Paolo II diede, indirettamente, una mano a questo andirivieni dalla Polonia: moltissimi erano i pellegrini polacchi che venivano (con una certa libertà) a Roma. Fu così che gruppi di anziani, suore, giovani scaut, portarono a Roma, con una regolarità incredibile, una gran quantità di stampa clandestina di Solidarność che il Comitato di Solidarietà con Solidarność regolarmente traduceva, permettendo ai sindacati italiani di diffondere notizie aggiornate e di prima mano sulla resistenza a Jaruzelski.
Non so se si debba chiamarlo un periodo eroico: in Polonia, sicuramente lo fu. Fu l’eroismo di una resistenza popolare, diffusa, che non uccise nessuno e finì per vincere. Per noi, qui, che lavoravano nel sindacato, fu un periodo in cui il nostro impegno ebbe un senso. 

Quello che mi dispiace di più, quando parlo con persone giovani (e magari anche ampiamente laureate), è scoprire che non sanno nulla di questi fatti storici relativamente recenti. C’è una specie di vuoto nella trasmissione delle esperienze, come se, una volta nati, la scuola, i genitori e anche i nonni congiurino per tenere all’oscuro il/la giovane circa i fatti che si sono svolti un po’ prima della sua nascita. Deve essere la maledizione della “generazione dopo” …  Allora vorrei finire con un consiglio a tutti quelli che sono nati 20 o 30 anni fa: interrogate genitori e nonni, cercate di sapere come loro hanno vissuto gli anni della loro gioventù, come si siano accorti dei cambiamenti che la seconda metà del 1900 ha loro sbattuto in faccia. Sarà un modo per aiutare loro e voi a non dissolversi nell’usa-e-getta della storia che i mezzi di comunicazione stanno favorendo e che ci rende immobili nel presente e incapaci di pensare al futuro.  

0 commenti:

Posta un commento