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venerdì 12 dicembre 2014

Riflessione (senza pretese) sugli scioperi

Da sempre, l’astensione dal lavoro è l’arsenale a cui i lavoratori attingono per far valere le loro
ragioni. Dico “arsenale” e non “arma” perché le tipologie di sciopero sono una quantità notevole e usare l’una o l’altra non è indifferente. Se il “lavorare” è l’atto concreto che mi lega all’imprenditore, quando io, lavoratore, modifico o interrompo questo atto, mando un segnale preciso a chi ha il comando sull’impresa.
Siamo abituati a pensare allo sciopero come atto collettivo, ma lo è solo al momento in cui si compie perché la decisione di scioperare implica (o dovrebbe implicare) un’adesione individuale alla strategia e alle modalità, anche di lotta, in cui si concretizza. I lavoratori non sono – o non dovrebbero essere - soldati che obbediscono al sindacato, ma persone che concorrono a formare le scelte strategiche e le decisioni che ne derivano. Io non sciopero, quindi, perché l’ha detto Pinco Pallino, ma perché credo che, unendo il mio personale sacrificio (da noi, come minimo, la deduzione dal salario delle ore non lavorate) a quello di altri colleghi con i miei stessi problemi, possiamo, insieme, conseguire un miglioramento o un cambiamento della nostra situazione. In altre parole, scioperare dovrebbe essere una scelta cosciente e seria.
Perché si sciopera? Per il rinnovo dei contratti, nel momento in cui le trattative entrano in stallo o la controparte rifiuta una richiesta fondamentale. Oppure quando decisioni unilaterali dell’impresa ledono le condizioni lavorative o i diritti degli addetti. Oppure ancora quando fatti gravi avvengono nell’impresa o nel settore o nel paese o nel mondo. In quest’ultimo caso, lo chiamiamo “sciopero di solidarietà”. Di solito si sciopera qualche ora.  
Ma si può scioperare anche perché si vuole risolvere un problema territoriale (regionale o provinciale o comunale) unendo la mobilitazione di tutte le categorie e anche raccogliendo l’adesione della popolazione. In questo caso si ha una “qualità” nuova dell’iniziativa di sciopero perché la controparte non sono più i “padroni”, ma le istituzioni  del livello preso in conto. Possiamo, quindi, cominciare a parlare di “sciopero generale”, sia pur circoscritto ad un territorio e alla soluzione di un problema concreto.
Sciopero a Mirafiori 15.06.1944
Per logica (e anche per quella storia ormai quasi dimenticata in cui fu un atto insurrezionale contro il fascismo), uno “sciopero generale nazionale” è un atto di grande forza contro un governo: per cacciarlo o per fargli cambiare radicalmente politica. Obiettivi “alti” che implicano di mettere in campo la volontà più ampia possibile dei lavoratori e dei cittadini e anche una chiara determinazione, da parte degli organizzatori, di responsabilizzarsi nel cambiamento che si chiede. E' questo che fa di uno sciopero generale un atto politico e non una passeggiata. Dopo uno sciopero generale vero non si va a casa ad accarezzare i bambini, si è in mobilitazione, si individuano altri passi, ci si deve “far valere”. Si deve “vincere”. Se non si è in grado di fare questo, è meglio evitare di proclamare “scioperi generali”.
Negli ultimi tempi, si è fatto grande uso di questa espressione, “sciopero generale”, anzi, un grande abuso. Perché Landini ha l’ha chiamata così l’astensione della Fiom (solo una, delle sigle sindacali dei metalmeccanici). E oggi la CGIL ha fatto lo stesso con una mobilitazione decisamente parziale.
Prima di parlare della iniziativa CGIL, UIL e UGL di oggi, lasciatemi dire che il ministro Lupi ha lanciato a Susanna Camusso un assist niente male, minacciando di “precettare” ossia di obbligare a lavorare i ferrovieri. Cosa che è suonata come un attacco al diritto di sciopero in generale. Infatti, la precettazione è prevista nel Codice di autoregolamentazione dello sciopero, ma solo nel periodo che va dal 15 dicembre al 5 gennaio. Lo sciopero di oggi è stato fissato con due provvidenziali giorni di anticipo. In ogni caso, l’accordo raggiunto tra Ministero e sindacati dei trasporti per salvaguardare delle fasce-orario di funzionamento, ha permesso almeno ai pendolari di andare a lavorare o ad arrangiarsi per “mettere insieme la giornata” … si tratta di gente spesso impiegata al nero, non sindacalizzata, senza diritti, addirittura senza documenti. Perfino più invisibile e senza diritti dei disoccupati, dei cassintegrati e degli esodati.
Quello di oggi è stato, quindi, uno sciopero  molto poco “generale” perché ha coinvolto solo una parte dei lavoratori (e dei sindacati), si è focalizzato su una legge che riguarda solo gli occupati, non ha indicato alternative se non lo status quo e, in più, ha “portato in piazza” (forse perché gli occupati si sono un po' defilati ...) proprio quelli che stanno appena un gradino più su degli “invisibili”, ossia i disoccupati, i cassintegrati, gli esodati, i giovani – che non avrebbero comunque tratto alcun vantaggio anche da una “riuscita” dello sciopero. 
(giacomina Cassina)

5 commenti:

  1. Non ha indicato alternative se non lo status quo? É evidente che scrivi senza aver letto la piattaforma. Parti con un'idea, e i fatti non te la fanno cambiare.

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  2. Quale reale cambiamento si vuole "fare" e non solo "rivendicare" (che è troppo facile)? L'unico documento che ho trovato sul sito della CGIL è il "volantone" ripreso, poi, da una serie di strutture (territoriali e di categoria) nei loro appelli a partecipare. A parte le rivendicazioni, continuo a non trovare la "proposta": se la proposta è quella di più investimenti per creare lavoro, insisto nel dire che è una non-proposta, a meno che non si indichi anche dove e come trovare le risorse per farlo e quale contributo intende dare il sindacato perché si faccia concretamente; stessa cosa per l'equità fiscale: un conto è rivendicarla e un conto è indicare quali riforme devono essere fatte, quale efficacia possono avere e quali effetti sull'insieme dell'economia (reale!); se proposta è un sostegno/intervento sulla povertà, ricadiamo nelle domande fatte sugli investimenti creatori di lavoro... Che cosa ci mette il sindacato? Vede, Zio Effe, io ricordo quando Ezio Tarantelli PROPONEVA di creare lavoro con un contributo simbolico di 1 euro (ecu, allora) per costituire un fondo per il lavoro giovanile. Quella era una proposta sindacale e un assunzione di responsabilità.

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  3. LO SCIOPERICCHIO DELLA SUSANNA E LA QUESTIONE SOCIALE IN ITALIA Giacomina Cassina ha inquadrato il tema-sciopero con un rigore razionale definitivo. Sfido chiunque a dire qualcosa di meglio o in più, nella pubblicistica italiana e internazionale. Approfitto dunque di tale,solida piattaforma per sparacchiare qualche (ahime) disorganica considerazione sulla "questione sociale" oggi in Italia. E' sotto gli occhi di chiunque voglia (e possa,disinteressatamente vederlo) il cambio di paradigma che covava sotto la cenere da mezzo secolo e passa Il tramonto del modello e dell'azione del sindacalismo confederalistico in tale contesto, è solo un indicatore parziale ,e tuttavia emblematico .In realtà il sindacato del 900 è ormai da rottamare senza pietà. Si tratta solo di sottrarre all'imputridimento ciò che di vivo ne rimane, per recuperarlo come humus fecondatore di un movimento che deve rifarsi alle sue radici addirittura di fine-ottocento . Quel sindacalismo che fu territoriale nelle leghe bracciantili (in Emilia e in Puglia) , delle mondine ,delle operaie tessili, dei tipografi ,nelle "camere sindacali" ; e poi nelle categorie dei ferrovieri, degli operai delle officine manifatturiere ; e quindi nei grandi complessi industriali, prima a Genova poi a Torino e Milano e infine in Veneto. E' da lì che riaffiora la polla del neo-sindacalismo aziendale, dei delegati delle RSU e del sindacalismo di "bacino territoriale" qua e là in Lombardia, in Toscana ed Umbria e in qualche luogo del Sud .Ed il confederalismo (e forse pure il categorialismo delle federazioni verticali) sta crollando sì perchè chiuso in se stesso e nei suoi riti, nelle sue pratiche cooptative,castali, burocratiche e cortigiane. Ma crollerebbe ugualmente se fosse un cronometro di precisione, un tempio della democrazia interna delegata, un laboratorio di studi e ricerche sociali, un modello di efficienza e rigore amministrativo delle risorse etc etc. Chi ama sinceramente la causa del fattore-lavoro umano ,non può che prospettarsi un ritorno all'800 (spiace scandalizzare la capa della burocrazia Cgil e quel tipo di "progressisti" che concepiscono la storia come una linea retta). Tocca dunque riandare al cuore del mondo del lavoro (quello immateriale compreso) là dove esso concretamente si fa, aziende e impianti e call-center e macdonald e fazende brasiliane o capannoni vietnamiti o cino-pratesi . E si fa grazie a sindacalisti perseguitati da regimi tirannici ...E ,da noi,per fortuna,ancora, con sindacalisti eletti e controllati dai compagni di impianto o di posto ; che siglano accordi aziendali con le controparti , poi sottoposti all'ok di chi paga la tessera . Ci vuol tanto a capirlo ? (a meno che non si sieda a Corso Italia o a Via Po o Lucullo) . Possibile che non si veda,inoltre, che la proiezione politica dei bisogni e delle attese della classe lavoratrice (e aspirante tale) non passano più per cinghie di trasmissione più o meno funzionanti ? E infine , come non vedere un contesto europeo e mondiale in cui non solo Confindustria non conta più una cippa ma l'intera manifattura e tra un pò perfino l'industria petrolifera delle sette o quante siano sorelle, russe comprese saranno un giocattolo in mano all'Anonima Finanziaria Mondiale (AFM).... E quelli stanno a guarda' er dito de la Susanna e de Barbagallo e Cuperlo e Vendola, invece d'arza' l'occhio alla luna. La chiudo qui. Grazie ancora alla gagliarda Giac ,per il là. (Candido)

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  4. Concordo con quanto scritto da Giacomina sempre lucida e scevra da ideologismi, per quanto mi riguarda nella formazione siciliana la CGIL come la CISL e la Uil hanno distrutto questo settore grazie a politiche clientelari e assunzioni facili nei vari enti finanziati dalla regione sicilia... adesso migliaia di persone ( assunte illegalmente) non ricevono gli stipendi, non ci sono soldi... lo so è più facile bestemmiare o sputare per terra che guardare in faccia la realtà... brava Giacomina

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