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giovedì 11 dicembre 2014

Proviamo a rammendare un po' l'italiano ...


Giovanni Pollara ha ragione da vendere : usiamo in  modo sciatto la nostra lingua e questo è un indizio di sfilacciamento della nostra identità e della nostra cultura. Per rendere più  appetibili le chiacchiere dentro un mondo di comunicazioni ormai all’insegna dell’immagine e non della sostanza, infarciamo l’italiano di termini inglesi (spesso a sproposito).
Vediamo solo alcune parole e/o espressioni e, soprattutto, vediamo se non si possa farne a meno (l'elenco è molto limitato, ma potremo sempre ritornarci anche su suggerimento dei nostri lettori).
Parto dall’esempio di Stakeholders, fatto da Giovanni che significa “portatori di interessi”: si può usare, a seconda dei contesti, parti interessate,
rappresentanti di interessi, cittadini. E sarebbe decisamente meno equivoco. Aggiungo anche Shareholders che, se lo diciamo in italiano, cioè azionisti, sappiamo subito di chi si tratta. Gli uni e gli altri hanno interesse che i risultati siano buoni, quindi evitiamo di riempirci la bocca con la parola Performance che vuol dire anche spettacolo, oltre che prestazione e risultato.
Evidence, che in inglese significa “prova” in un’indagine o un processo, ma anche in altri contesti, per esempio nella ricerca scientifica, quando è italianizzato in “evidenza”, con lo stesso significato è del tutto inutile e può suonare perfino ridicolo. Come se, usando il tedesco invece dell’inglese,  parlassimo di Weltanschauunga” per dire “visione del mondo”. Da evitare, insomma: parliamo di prove e riscontri che basta. .
Un’interiezione usata a torto e a traverso è “assolutamente” per dire “sì”: è vero che in inglese (Absolutely significa proprio “assolutamente”, niente di strano) è usatissima per rafforzare lo yes e anche da sola per indicare un’affermazione convinta. Ma forse, in italiano, come rafforzativo del   è un tantino sopra le righe. In ogni caso, evitare di usarlo da solo, è troppo roboante. Basterebbe dire certo o certamente.
Facciamo un po’ di chiarezza anche sullo Spread: viene dal verbo to spread che significa estendersi, trasmettersi, propagarsi, arrivare fino a. Nel linguaggio economico indica la differenza tra due indicatori; si tratta, cioè, del  “differenziale” e non è un valore assoluto: se evocato senza riferimenti, quindi, non significa un accidenti anche se indicato con una cifra molto alta o molto bassa (già: alta e bassa rispetto a che cosa?). Bisognerebbe dire sempre, ad esempio, “spread o, meglio: differenziale BTP/Bund” ossia tra i buoni italiani del tesoro pluriennali e quelli tedeschi (Bund).
Potevamo tacere sul JOBS ACTAct significa “azione, atto, comportamento, rappresentazione teatrale, opera”, ma anche “finzione” e, solo alla fine, “legge”. Ahi ahi ahi, legislatore-fai-da-te! E’ evidente che, unita a Jobs la parola ha un significato ben concreto di azione/legge per i posti di lavoro (Job è il posto di lavoro concreto, non il lavoro in generale che si dice, invece, Work) ma se sapessero davvero l’inglese e ragionassero su tutti i significati scivolosi che la parola Act implica, forse lo chiamerebbero solo “legge per il lavoro”.   
Se andiamo sul politico non ci accorgiamo nemmeno più che stiamo parlando italiano: ci sono i “Ghost-writers” (= scrittori-fantasma), ossia quegli assistenti che sanno scrivere i discorsi per i personaggi pubblici i quali, a volte, sanno perfino leggerli; poi troviamo i PR (Public Relations, sottinteso Man) ossia quelli che curano le relazioni pubbliche (sempre per i personaggi di cui sopra), gli Speakers, cioè quei poveri diavoli, colti e soprattutto tanto abili quanto obbedienti, che vengono mandati in conferenza stampa quando si vuole evitare qualche scomoda trappola giornalistica (alla peggio, vengono licenziati in tronco, se qualcosa va storto). E, infine, troviamo Lui, il Leader! Standing ovation, cioè l'applauso fatto alzandosi in piedi … lo so che è una circonlocuzione un po’ arcaica, ma forse il Leader la merita a prescindere dal merito... Leader vuol dire capo, comandante, guida. Non vorrete passare alla banalità dell’italiano, quando nella storia Castro è “il Leader Massimo” e Kim Jong il “il Caro Leader” ? E poi si chiama Leader anche il più grande distributore di videogiochi in Italia e, per finire, c’è anche un programma dell’UE si chiama LEADER ed è rivolto agli agricoltori. Ma con la parola Leader non ho finito: moltissimi anni fa, quando cominciarono a scricchiolare i km della Salerno-Reggio Calabria  sotto i colpi delle ruberie politiche e c’era Giacomo Mancini (calabrese) a capo del PSI e Ministro dei Lavori pubblici dal 1964 al 1968, una cattivissima rivista di destra (il Borghese, diretto da Gianna Preda, una donna tanto intelligente quanto violenta a parole e concetti) passò alla storia per questo titolo “Si scrive Leader, si legge Lader” (cioè “ladro” in molti dialetti, specie del nord). Vedete un po’ voi che cosa farne della parola Leader


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