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martedì 2 dicembre 2014

L’oscena contraddizione fra aumento della ricchezza globale e crescente povertà dei cittadini

Cosa c’è che non va nella ricchezza? Nulla, a parte il fatto che nella storia umana ha sempre avuto un doppio in cui specchiarsi: la miseria.
Ne L’Ideologia Tedesca Karl Marx individua uno dei presupposti del Comunismo nello “sviluppo universale della forza produttiva” (e nelle sue “relazioni mondiali”): in mancanza di questa precondizione – ammonisce – “si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda.”

Al di là del suo carattere profetico – visto che spiega… scatologicamente, con cento e passa anni di anticipo, le ragioni del fallimento di quello che Costanzo Preve definiva “comunismo storico novecentesco” – la frase dovrebbe infonderci ottimismo e coraggio, inducendoci a raddoppiare gli sforzi: oggi (assai più che nel 1917) lo “sviluppo universale della forza produttiva” è un dato di fatto. Le geremiadi a cottimo di funzionari e chierici del Capitale non possono nascondere, infatti, che il pieno sfruttamento delle risorse planetarie mette oggigiorno a disposizione dell’umanità ricchezze inimmaginabili1 nei secoli precedenti che, se equamente distribuite, garantirebbero ad ogni essere umano un’esistenza più che dignitosa, cioè il completo soddisfacimento dei bisogni fondamentali. Se ciò non avviene è perché qualcuno ha innalzato delle dighe, accaparrandosi l’acqua che altrimenti potrebbe scorrere liberamente. Esiste una lampante contraddizione tra il benessere potenziale e il malessere reale, che dalla periferia va diffondendosi nel centro (gli USA, l’Europa sotto scacco dei mercati e delle lobby): i tempi sono maturi per un suo superamento, per una “sintesi” che consentirebbe al genere umano un nuovo balzo in avanti e forse – come preconizzato da Gene Roddenberry, l’utopista di Star Trek – la conquista di remoti corpi celesti. Da un certo punto di vista, l’arresto della corsa allo spazio è un altro frutto marcio del crollo dell’URSS: l’abbandono del contendente ha privato di senso una sfida lanciata per ragioni di prestigio (cioè di marketing politico). In fondo, inventarsi i derivati e saccheggiare il patrimonio pubblico, welfare europeo in primis, richiede minore impegno (e minori investimenti) che intestardirsi nella ricerca tecnologica – è per questo che l’ipersonico Hotol, ad esempio, vola solamente sulle pagine di Dan Brown. A lungo andare toccherà rimettersi le ali (la maschera Obama ha accennato alla futura colonizzazione di Marte), ma nel breve-medio periodo il Capitale ritiene che mangiarsi le terre emerse sia l’opzione più proficua e meno dispendiosa.

Sto divagando, tuttavia: volevo parlare - a ruota libera - della ricchezza. Se il Capitalismo è un fenomeno relativamente recente, la ricchezza è vecchia quasi quanto la società. In antico essa si personifica in figure divenute proverbiali: il Creso raccontato da Erodoto, l’ateniese Nicia, il dives Marco Licinio Crasso. Riflesso della distinzione aristotelica fra “economia” (buona, perché favorisce il prosperare della comunità) e “crematistica” (intesa come incetta smodata di beni, e perciò da esecrare, in quanto rottura di armonia), l’atteggiamento degli scrittori classici nei confronti dell’accumulazione è negativo: la rovina del re della Lidia e la tragica, forse romanzata morte di Crasso assurgono a monito per chi ardisca oltrepassare la giusta misura. L’ostentazione dispiace agli antichi, ma qualsiasi eccesso è malvisto: Plutarco accusa di grettezza il protocapitalista Catone, che vive frugalmente, amministra di persona i suoi possedimenti e – in nome della razionalità economica - non esita a vendere gli schiavi vecchi e malati (“non vede altro legame tra uomo e uomo, se non quello dell’utilità”). L’essere (troppo) ricchi è insomma considerato una colpa da cui emendarsi con condotte ed azioni pubbliche su cui si fonda il prestigio sociale dell’individuo. A ben vedere, Nicia utilizza l’influenza che gli deriva dalla ricchezza per ricoprire un ruolo guida nella politica ateniese, assumendo all’occorrenza incarichi militari (non sopravvivrà alla sfortunata spedizione siciliana), Crasso arma a sue spese un esercito per schiacciare la ribellione di Spartaco: il denaro è niente più che un mezzo per farsi strada, di per sé non dà alcun lustro e, ove ammassato per finalità “abbiette”, espone al dileggio - si pensi al volgare Trimalcione messo alla berlina da Petronio Arbitro.

L’affermarsi del Cristianesimo non cambia le cose, anzi: la condanna della ricchezza acquisisce maggiore nettezza, anche alla luce delle parole del fondatore sulla “cruna dell’ago”. Per quanto l’ideale comunitario delle origini si perverta in fretta, la Chiesa rincorre sempre nuovi alibi per giustificare la propria opulenza, e risponde con scomposta rabbia – indice di coscienza sporca – agli inviti più o meno imperiosi ad una rigenerazione che provengono, quasi sempre, dal suo interno (Fra’ Dolcino, Pietro Valdo, i catari ecc.). Per quanto utile all’istituzione, l’obbediente povertà dei francescani disturba le alte sfere, perché risuona come un implicito rimprovero. Il divieto di usura, cioè di prestito a interesse, riassume quest’ambivalenza nei confronti della ricchezza, tollerata nei fatti – perché “vantaggiosa” per la causa cristiana – ma riprovata in linea di principio. Nello squallido medioevo la tesaurizzazione è un fenomeno sconosciuto: l’economia curtense si basa sul baratto e sullo sfruttamento della mano d’opera locale (che non si avvicina neppure lontanamente agli estremi ottocenteschi), da cui ciascun vassallo trae il necessario per puntellare, con le armi, il proprio potere. Persino re e imperatori (da Arrigo VII a Massimiliano d’Asburgo) si dibattono nella penuria, e la nascente, subito prospera classe mercantile individua nel denaro non un fine, ma un instrumentum per nobilitarsi ed eternare il proprio nome (si pensi ai Medici a Firenze). D’altra parte, in una repubblica schiettamente plutocratica qual è Venezia, l’elite economica regge lo Stato e impugna la spada; in realtà affatto diverse, come la c.d. Repubblica nobiliare polacca, i magnati seguono l’esempio di Crasso e assoldano eserciti privati per conquistare nuovi possedimenti.

E poi? Poi tutt’a un tratto il mondo cambia, ed inizia ad affacciarsi l’idea della ricchezza come valore in sé, come condizione necessaria e sufficiente per acquisire credito sociale. I capitani d’industria descritti da Marx e dai romanzieri dell’800 non ambiscono più a “comprarsi” i gradi di maresciallo o ammiraglio né a scritturare le vedettes dell’arte: il loro regno è la fabbrica, lo scopo moltiplicare i profitti (da godersi semmai in vecchiaia, al riparo da occhi indiscreti). Occupano la scena politica tramite fiduciari, tendono a ritrarsi nel privato – consacrano la loro esistenza al “lavoro”, paravento ideologico dietro il quale occultano una sete di guadagno che non ha precedenti nella Storia. Improvviso insorgere di una nuova patologia, l’avidità? No, quel male è presente da sempre… ma ad essere mutato è il mondo, lo scenario su cui i nuovi protagonisti proiettano le loro ombre febbrili. L’accumulazione è un ciclo che non si arresta mai, il motore va alimentato con sempre nuova moneta… chi si ferma, chi resta a corto di soldi è perduto. Questo ritmo infernale ottunde le coscienze, stravolge valori (e punti di vista) secolari: il denaro non è più soltanto strumento, è anche e soprattutto fine. Si è ricchi perché si è produttivi: se la sterlina è dio, chi la detiene e la fa fruttare ne è il profeta. Inediti rapporti economici ridisegnano pian piano la sovrastruttura, ma la tendenza è chiara sin dal principio: ad ogni giro corso nella ruota l’imprenditore capitalista smarrisce una parte di sé, prosegue sulla via che lo porta dritto ad un’alienazione certamente meno traumatica di quella subita dal lavoratore, ma altrettanto inevitabile – l’alienazione nel profitto. Questa forma di nevrosi, di disconoscimento di sé, è l’elemento caratterizzante la civiltà contemporanea, visto che affligge l’essere umano anche al di fuori dell’ambiente produttivo, tramutandolo in un consumatore compulsivo di beni e servizi che, non a caso, trasmettono l’impressione della ricchezza. L’acquisto di un SUV a debito da parte dell’operaio, la stipula di un mutuo trentennale per assicurarsi “una bella casa”, persino le attese notturne in fila indiana per l’ultimo modello di smartphone e il viaggio in “isole da sogno” pagato a rate rappresentano altrettanti omaggi alla cultura dell’esteriorità e del denaro, oggetto di un’idolatria mai riscontrata nell’epoca precapitalistica. Nel sentire comune è andata sedimentandosi l’idea di una coincidenza tra avere e essere che ha condotto, negli ultimi decenni (più o meno in concomitanza con la vittoria americana nella Guerra Fredda) ad un completo sovvertimento dei valori sociali ed allo svilimento integrale della cultura come valore: l’agognata laurea non è più opportunità di riscatto, ma di guadagno, e il rampollo dell’industrialotto può permettersi - col tacito consenso della società - di irridere dall’abitacolo del suo coupé a 16 valvole l’insegnante che prende una paga “miserabile”. L’affresco più riuscito dell’inedita realtà sociale è forse il romanzo American Psycho di Bret E. Ellis (1991), in cui il protagonista – giovane, ricchissimo e sanguinario yuppie – riconosce “amici” e colleghi dall’abito firmato che indossano. Spersonalizzazione totale, perdita di qualsivoglia identità… ma anche le spaventose torture, gli insensati omicidi che nel libro abbondano sembrano in realtà anticipare, in forma allegorica, le silenziose stragi di popoli perpetrate da funzionari di FMI, UE ecc. che, fasciati come Patrick Bateman nei loro completi alla moda, non lasciano impressi nella memoria delle vittime né i nomi né tantomeno i volti.

Nel mondo nuovo forgiato da un capitalismo in continua evoluzione il delitto per eccellenza si chiama povertà: l’appartenenza ai ceti subordinati è un marchio d’infamia. Fino a pochi anni orsono i più si illudevano di poter sfuggire a questo destino munendosi di gadget adeguati: oggi però l’implacabile maglio della crisi frantuma anche palliativi e false coscienze, mentre il precipitare di milioni di uomini e donne in un’indigenza mai sperimentata prima costringe a rimettere in discussione certezze abilmente inculcate. L’accanimento nei confronti di chi, palesemente senza colpa, viene espulso dai rapporti produttivi e dalla cittadinanza attiva (pensiamo anche alle politiche renziane, pianificate a livello sovranazionale) sveglia un’indignazione che si credeva morta, e pone domande inedite su un sistema ed un’elite impermeabili al dubbio e assolutamente incapaci di autoriformarsi.

L’acqua si scalda lentamente finché – senza apparente preavviso – entra in ebollizione: la Storia ci insegna che un tanto vale anche per le masse umane e le società, e che le previsioni degli esperti – così come quelle di chi per la prima volta pone una pentola sul fuoco – danno scarse garanzie di affidabilità.
Da questa bruma di chiacchiere novembrine emerge un unico fatto certo: lo sviluppo universale della forza produttiva è, come scrivevo all’inizio, un elemento assodato. Il futuro può essere nostro, loro, o appartenere al caos…

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