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lunedì 8 dicembre 2014

Lo studio delle lingue: cinque suggerimenti facili perché sia un piacere


Quando Jacques Delors, molti anni fa (1993), ci disse che si apriva un periodo in cui le ore lavorate nel corso della vita sarebbero diventate, in pochi decenni, la metà di quelle a cui eravamo abituati, tutti pensarono “E come farò, con metà del reddito attuale?”. E’ uno dei casi che dimostrano in modo inconfutabile che la matematica è un’opinione e può  essere un’opinione molto, ma molto sbagliata. Beninteso, il calcolo insensato eravamo noi a farlo, non il vecchio e saggio Jacques. Perché il ragionamento a cui l’allora Presidente della Commissione UE ci voleva spingere aveva un altro presupposto : in una vita guadagnerò tante ore di “tempo liberato” quante ne lavorerò …
In vent’anni esatti, quel “guadagno” l'abbiamo fatto, ma l’abbiamo anche sperperato. Invece di vivere meglio con meno, ci siamo lasciati trascinare prima, nel vortice dei consumi nuovi ed avanzati e, poi, nell’angoscia delle privazioni indotte dalla crisi.
Eppure possiamo ancora formulare il problema in maniera corretta: se ho del tempo a disposizione (perché lavoro a part-time o non lavoro affatto, ma sto a casa coi genitori) e se, di conseguenza, ho pochi soldi da spendere, perché non investo su me stesso, sulle mie conoscenze e sulle mie capacità? Anche in modo artigianale, da autodidatta?
Oggi, questo lo possiamo fare con un minimo di spesa, perfino del tutto gratuitamente, ad esempio se studiamo una lingua che non conosciamo. Se lo facciamo, oltre a trovare una serie incredibile di soddisfazioni di cui parleremo, potremo smentire quello stupido pregiudizio secondo gli italiani “sono poco portati” per le lingue. Di seguito, solo alcuni suggerimenti metodologici e psicologici per trarre gioia dallo studio di una lingua straniera.
Prima cosa: quando ci mettiamo a studiare una lingua che non conosciamo abbiamo prima di tutto il senso di essere sopraffatti dalla diversità e dall’enormità delle nozioni da incamerare. Per superare questo primo ostacolo dobbiamo scegliere un’ipotesi di lavoro, ossia darci un obiettivo da verificare, nel giro di un anno, per esempio, stabilendo uno scenario “alto”, uno “medio” e uno “basso” perché non sappiamo come reagirà la nostra capacità di apprendimento. Solo alla fine dell’anno decideremo se continuare o abbandonare.
Dovremo, secondo suggerimento, metterci in un atteggiamento di grande disponibilità e apertura mentale perché studiare una lingua non è come imparare una tecnica, ma è un’importante azione di comprensione di un’altra cultura. Se ci avvicineremo a lingue che sono parlate, ad esempio, nei paesi mediterranei come l’arabo e il turco, scopriremo alcune cose elementari ma importantissime, come il fatto che, in queste culture, la famiglia è un parametro imprescindibile nelle relazioni sociali. In turco, ad esempio, ci si saluta in modo formale se si sta in una situazione formale, ma se si vuole parlare, per strada, chiedere un indirizzo o un’informazione qualsiasi, è normale interpellare la persona non come “signore” o “signora”, ma come zio, zia, padre, madre, fratello, sorella, figlio, nipote. Già … ma come faccio a sapere quale nome usare? Ecco dove interviene la cultura che è anche modo di porsi nei confronti degli altri: devo valutare, tra me e la persona a cui mi rivolgo, quale relazione di parentela potrebbe esistere e … stare al gioco di ruolo.
Terzo suggerimento: non abbiate paura di sbagliare a parlare, buttatevi: chi trova uno straniero che tenta di parlare la lingua del posto si predispone automaticamente in modo positivo ed eventuali errori non faranno che divertirlo un po’, ma cercherà di aiutarvi. Poi, se la conversazione finirà per usare una lingua veicolare come l’inglese, pazienza, ma il ghiaccio sarà stato rotto prima.
Quarto suggerimento: se trovate un’espressione italiana che può essere tradotta in più modi nell’altra lingua, non imparate solo il modo più facile. Durante i miei pochi mesi di studio del turco (che devo assolutamente riprendere) mi fu spiegato che “grazie” si dice almeno in tre maniere, ossia:  “merci” (francesismo rimasto  dai tempi in cui il francese era la lingua diplomatica più usata), “ teşekkür ederim” (ti ringrazio, il più comune) poi si dovrebbe usare un’espressione leggermente arcaica, ma bellissima “ellirinize sağlık”  che significa “lunga vita  alle  tue mani” quando quello che si riceve è fatto dal donatore.
Quinto suggerimento: quando avete un dubbio, una difficoltà, qualcosa che non capite, o semplicemente se avete un momento di scoraggiamento, cercate una persona la cui madre lingua sia l’idioma che studiate e che abiti in Italia e chiedete a lei. La grande presenza di stranieri che abbiamo è un giacimento culturale ricco da sfruttare, a vantaggio di entrambi. Se non la conoscete, fatevela indicare: se io fossi all’estero e una persona del posto mi chiedesse di spiegarle un vocabolo o un’espressione italiana sarei più che felice di darle una mano, vedrei che la mia lingua è apprezzata e studiata all’estero e forse mi farei anche un amico in più. Vi sembra poco? 

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