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lunedì 1 dicembre 2014

La Turchia moderna: il sogno kemalista e la Costituzione



Se i paradossi non vi stuzzicano, evitate di mettervi a studiare la Turchia moderna. Ma se farete con coraggio o curiosità il primo passo, del paese di Atatürk ve ne innamorerete. Tutto comincia con il progetto di questo grande uomo di cui ha parlato a lungo su FREE ITALIA il nostro direttore Gerd Dani più di un anno fa. Fragile di salute, introverso, rigorosissimo verso di sé ed esigente verso tutti quelli che gli stavano intorno, Mustafa Kemal riesce, nella sua breve vita (57 anni, di cui 2 come Primo Ministro, 3 come Presidente e 15 come segretario del Partito Popolare Repubblicano (CHP) a trasformare radicalmente la Turchia facendone uno stato moderno, laico, dinamico, nazionalista ma orientato all’Europa, attentissimo al Medio Oriente ma aperto al mondo.
Oggi la Turchia dovrebbe essere il prossimo membro di quel club di rampanti, dinamici e spesso imprevedibili stati che chiamiamo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).
Eppure, quando in Italia si parla di Turchia, a parte le bellezze di Istanbul che lasciano qualsiasi turista senza fiato, gli argomenti più evocati (e che diventano subito sentenze in giudicato per la nostra incapacità di discutere senza contrapporci) sono la sua presunta arretratezza, il suo “appartenere all’Asia e non all’Europa”, il problema curdo, il genocidio degli Armeni, le politiche di discriminazione verso le donne e gli omosessuali del suo attuale presidente Erdoğan, la mancanza di libertà e di democrazia, i colpi di stato (3 in 20 anni), lo strapotere dell’esercito e, per finire,  c’è la vergogna di Kobane. Si tratta, in ogni caso, di realtà e problemi veri ma che, affrontati fuori del loro contesto storico finiscono vittime, nel migliore dei casi, di approssimazione ideologica.
Eppure ci sarebbe una chiave di lettura (non facile) che permetterebbe di capire e valutare il modo in cui la Turchia si è evoluta e fino a costruire la sua realtà attuale. Questa chiave è quella dottrina non codificata che viene chiamata “Kemalismo” dal nome, appunto, di Mustafa Kemal. Di solito viene indicata col nome di “6 frecce” (“Altı ok”, in turco) ossia: la convinzione repubblicana, il nazionalismo, l’uguaglianza dei cittadini di fronte allo stato, lo statalismo in politica e in economia, la laicità e lo spirito rivoluzionario.
Il Kemalismo nasce come reazione alla dispersione di energie e di potenzialità del popolo turco, frutto degli egoismi e degli opportunismi del sistema dei  califfi che non vedevano più in là del loro naso (e delle loro tasche). Le novità tecnologiche e la vivacità della vita economica dei grandi paesi industriali all’inizio del ‘900 non lasciano indifferente Mustafà che sogna una Turchia moderna, unita, che agisca, diremmo oggi, come un vero e proprio sistema-paese nel contesto mondiale.
Ma se gli obiettivi sono modernità, sviluppo, unità di intenti e di forze, oltre la rottura, drastica e rapida, col califfato già indebolito proprio dal ripiegamento su interessi individualistici, bisogna scovare degli strumenti che facciano da propulsore al viaggio nel futuro immaginato da Mustafa Kemal e che ripaghino la popolazione del disorientamento inevitabile per il drastico cambiamento di cultura e abitudini. E questi strumenti vengono individuati nei 6 principi che il Padre della Turchia (in turco “Atatürk”, come sarà chiamato dopo il 1924) farà filtrare nella cultura, nelle leggi, negli animi della gente, fino a diventare dei veri e propri dogmi.
I primi tre principi (e i più fondanti) saranno: il senso della nazione, la laicità dello stato, l’unitarietà della Turchia e del suo territorio. Il senso di appartenenza nazionale caratterizza tutta la Costituzione della Repubblica Turca che nasce sul cadavere del Califfato con un colpo di stato (1922) di Mustafa Kemal contro il Sultano Maometto VI. E’ curioso per noi, scottati dal nazionalismo fascista, leggere, nel Preambolo alla Costituzione turca, una serie di richiami alla “Nazione Turca” e il riconoscimento che “ tutti i cittadini Turchi sono uniti nell’onore e nell’orgoglio nazionali, nella gioia e nel dolore nazionale, nei diritti e nei doveri di fronte alla loro esistenza come nazione … .” E, tra gli altri elementi che uniscono i turchi, sono elencati anche “l’assoluto rispetto reciproco dei diritti e delle libertà, l’amore e l’amicizia reciproci e l’aspirazione e la fedeltà  al motto ‘Pace in casa e pace nel mondo’.” Per i turchi, queste affermazioni sono state a lungo un certificato di  matrimonio tra i cittadini e il loro paese. Il concetto di “nazione turca”pervade anche molti articoli del Testo costitutivo, ma non possiamo dire che si tratti di una Costituzione biecamente “nazionalista”: l’apertura al mondo e l’attenzione alla dimensione sociale, per esempio, sono presenti fin dai primi articoli. La definizione della Turchia è (art. 2): “La Repubblica Turca è uno stato democratico, secolare e sociale, governato secondo i principi dello stato di diritto;  ha sempre presente i concetti di pace pubblica, solidarietà nazionale e giustizia;  rispetta i diritti umani;  è leale al nazionalismo di Atatürk ….” E per finire, con l’art. 3, si afferma l’unità: “Lo stato Turco, con il suo territorio e la sua Nazione, sono un’entità indivisibile. La sua lingua è il turco, … ” Seguono le indicazioni relative a bandiera, inno e capitale del paese. Con l’articolo 4, introdotto nel 1993 con la revisione costituzionale operata dopo il colpo di stato del 1980, si dichiara, infine, che i primi tre articoli sono disposizioni irrevocabili, cioè "blindati" e non possono essere modificati né se ne può proporre modifiche.
Il carattere dell’attuale Costituzione, è utile sottolinearlo, è profondamente laico, ma in modo impositivo, con proibizioni e rigidità che hanno finito per creare non poche difficoltà ad un fisiologico funzionamento della democrazia. Le difficoltà economiche, insieme alle pressioni altrettanto ideologiche dell’UE,  hanno fatto il resto. Ma è indubbio che il progetto kemalista, un progetto forte, lungimirante, un  progetto con una strategia molto avanzata, è stato, in gran parte, realizzato con una tattica impositiva, col risultato di contribuire a indebolire quel dinamismo politico di cui avrebbe avuto bisogno la modernità cui Atatürk aspirava per il suo paese.    
Qualcuno dirà che qui non si è fatto altro che chiosare alcune frasi dal testo costituzionale e che la realtà è altra (come ben sappiamo anche noi …). Vero, ma semplicistico. In due prossimi post parleremo anche dell’esercito, dei colpi di stato, dei rapporti con le minoranze etniche e della rinascita lenta ma costante (e oggi particolarmente minacciosa) del radicalismo islamico. L’obiettivo di oggi era  soltanto quello di sottolineare alcuni punti dell’inquadramento ideologico kemalista. Dei “Rapporti sui sentimenti politici della nazione” (come indica il titolo di un bel libretto di Heinrich Böll), quindi, ritorneremo a parlare presto.
Giacomina Cassina
(1. continua)




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