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lunedì 1 dicembre 2014

La Turchia moderna e il kemalismo: il ruolo dell’esercito e i colpi di stato (2)

Nel 1952, gli Stati Uniti e alcuni paesi europei che avevano intuito i nuovi scenari aperti dalla fine della seconda guerra mondiale, integrarono a pieno titolo la Turchia nella NATO (costituita appena 3 anni prima) con l'intenzione di farne ponte con il Medio Oriente a sud e un baluardo contro l'URSS, a nord. Non si posero il problema se l’esercito  di Ankara fosse “democratico” (come invece fa oggi, noiosamente e pretestuosamente, l’UE), ma se fosse efficiente. La risposta non poteva che essere positiva. Da allora la Turchia partecipa alle iniziative NATO, intervenendo in azioni congiunte di peace-keeping.

Strumento essenziale della continuità e dello sviluppo del paese, con il compito costituzionale di garantire la fedeltà al progetto di Atatürk (repubblicanesimo, modernità, laicità, unità del paese, difesa della Nazione dai nemici esterni e interni) l’armata turca è oggi la più grande forza permanente della NATO, dopo quella statunitense. Dispone di 520 mila effettivi in servizio permanente, di 378 mila riservisti e di circa 153 mila arruolati con funzioni paramilitari (Gendarmeria e Guardia costiera). La coscrizione è obbligatoria e la leva dura  6 mesi per i laureati e 18 mesi per chi non ha un diploma secondario. Nel complesso, stiamo parlando di un milione di persone su una popolazione di 80 milioni di cittadini. Se l’Italia si adeguasse a queste proporzioni, dovrebbe raddoppiare i suoi effettivi che ammontano a 336 mila uomini, includendo anche Guardia di Finanza (in Turchia: Guardia Costiera) e Carabinieri (equiparabili alla Gendarmeria di Ankara). Alla force de frappe numerica turca va aggiunto un equipaggiamento molto moderno e tecnologicamente avanzato, in continuo rinnovamento e la partecipazione al Programma  Lockheed Martin F-35 Lightning II (per intenderci, quello che fa tanto discutere i pacifisti nostrani).
Adesso che abbiamo dato i numeri, torniamo al ruolo dell’esercito turco dentro il suo paese. Non dimentichiamo che Mustafa Kemal Atatürk era stato un militare e aveva fondato un esercito col preciso scopo di farne un pilastro essenziale, forse il più forte, dello stato kemalista.
Quello che tutti sanno, dell’esercito turco, è che ha fatto tre colpi di stato in soli 20 anni. Vero. Colpi di stato leggermente anomali, però, perché fatti non tanto (o non solo) per rovesciare i governi  e insediare altre formazioni politiche, ma per “pacificare” il paese e "rispondere alle esigenze della Nazione".
Il primo fu nel 1960 quando, sotto il governo di Menderes (che aveva creato un partito in opposizione a quello fondato da Atatürk e vinto le elezioni nel 1950) la Turchia si era trovata ad affrontare una grave ondata di inflazione (problema che diventerà endemico nel paese e condizionerà molto la politica e i rapporti tra potere e cittadini) e la popolazione aveva dato segni di ribellione. Menderes fu processato e condannato a morte. Poco più di un anno dopo, i militari ritornarono nelle caserme, si fecero elezioni e si ritornò alla normale vita civile.
Lo scossone successivo fu nel 1971 ed è noto come il colpo di stato del “Memorandum” perché si concretizzò nella presentazione, appunto, di un  Memorandum al Presidente della Repubblica in cui si accusava il governo di non voler procedere alle riforme economiche e sociali promesse. Il Premier Süleyman Demirel (che sarà poi Presidente turco dal 1993 al 2000) si dimise e tutto rientrò con pochi danni.
Il colpo di stato del 1980 fu qualcosa di molto più pesante. Un’altra volta la situazione economica era scappata di mano al governo in carica e, all’esasperazione popolare, si era aggiunto lo sviluppo, nel decennio precedente, di nuove formazioni politiche nate per scissioni di leader radicali dai partiti tradizionali. Gli scontri, anche armati, tra estremisti di destra e di sinistra si sovrapposero alle manifestazioni sindacali. Negli ultimi mesi prima del settembre 1980, ogni giorno si contavano decine di morti per le strade. E alla fine i militari fecero di ogni erba un fascio e imprigionarono gli uni e gli altri. Il ripristino della democrazia durò più di due anni, i militari proposero una riforma della Costituzione con un carattere kemalista e laico ancora più accentuato, la fecero votare con un referendum e questa è la Costituzione attuale della Turchia.  
Ricapitolando: un primo golpe fu motivato per sostituire un governo che stava contribuendo ad impoverire la popolazione, un secondo perché mancava una risposta al bisogno di riforme del paese e il terzo per impedire una guerra civile senza quartiere che avrebbe potuto decimare la popolazione turca. Nell’ottica dell’esercito kemalista, in tutti e tre i casi, l’intervento militare è stato per salvare la Nazione. Il rientro nelle caserme, sempre deciso autonomamente dall’esercito, depone positivamente almeno in favore dell’assenza di secondi fini nell’azione golpista. E anche questo è riconducibile alla fedeltà dei militari al  kemalismo.   
Ci furono morti? Sì ma, anche se appare cinico, va detto che il loro numero non è nemmeno paragonabile a quanto successe nei colpi di stato in America Latina o in Asia. Ci fu la sospensione dei diritti civili? Sì, ma fu una sospensione relativamente breve e non sempre fu applicata a tutti i diritti. Ci furono imprigionati? Sì, col golpe del 1980 furono molti.
E qui permettetemi un ricordo personale di contatto diretto coi militari golpisti: per ragioni professionali, avevo seguito gli scontri che avevano preceduto il golpe ed ero in contatto coi sindacati turchi. Quando l’intera dirigenza della DISK (sindacato di sinistra) fu imprigionata, come sindacati italiani ci attivammo per sostenere i colleghi. Pubblicammo un manifesto bellissimo (qui a fianco) ma non riuscimmo a mobilitare i lavoratori che non conoscevano nulla della Turchia (né erano molto disponibili ad ascoltarci …). Allora provammo coi sindacati europei e internazionali e montammo una missione in Turchia, qualche mese dopo il golpe. Lo stato di guerra era ancora in vigore. Non era una spedizione di tutto respiro perché, tra le accuse mosse alla DISK, c’era quella di “esser finanziata da sindacati esteri” per aver organizzato un seminario con la Confederazione Europea dei Sindacati. Eppure ci fu permesso di incontrare, in un carcere militare, i nostri amici della DISK: tutti insieme (loro una quindicina, noi 5 persone), alla presenza di due militari che conoscevano l’inglese e con la proibizione di parlare “di politica”. Fu una conversazione difficilissima perché i nostri amici erano consumati dalle restrizioni e da un ambiente carcerario piccolo e poco sano. Dopo la prima mezz’oretta in cui ci informarono su come vivevano e che cosa potevano fare, purtroppo cominciarono ad accusarsi reciprocamente di piccole infamie e a litigare come bambini … cercammo di calmare le acque, assicurando che avremmo fatto tutto il possibile per tenere alta la solidarietà in Europa, ma uscimmo amareggiati e convinti che le condizioni carcerarie stavano facendo perdere la ragione ai nostri amici. Ci fermammo a parlare sulla porta della prigione. Il capo delegazione, il bravissimo belga John Vander Veken propose di rientrare e di chiedere di togliere alcune restrizioni ai nostri compagni. Uno scemo di sindacalista olandese disse che lui, coi militari, non negoziava. Tutti gli altri furono d’accordo col capo-delegazione e rientrammo con la migliore faccia di bronzo chiedendo di incontrare il Direttore della prigione. Aspettammo mezz’ora, ma il Gran Capo ci ricevette. John chiese che fosse diminuito il numero di prigionieri per cella e che fosse data loro la possibilità di leggere (dal momento dell’arresto, non avevano più visto una riga scritta …). Il Direttore rispose “Ho preso atto delle vostre richieste.” Ci accompagnò alla porta e lì chiese ancora “Perché siete ritornati e avete voluto vedere me?” Vader Veken, flemmatico e sorridente gli rispose “Noi siamo sindacalisti e siamo abituati a chiedere cose ragionevoli alla giusta controparte. A chi avremmo potuto chiederlo se non a Lei?” Di fatto lo blandì usando insieme un meraviglioso bizantinismo e una logica inconfutabile. Meno di due settimane dopo, gli avvocati che facevano da ponte con gli amici della DISK, ci informarono che le nostre richieste erano state accettate. Poca cosa, ma meglio di niente.
Avrei diverse altre piccole storie sui militari turchi che dimostrano una certa capacità di ascolto e una disponibilità al negoziato che fa, anche quella, parte del loro bagaglio professionale e kemalista. Ma resta aperta una questione seria: quella del “nemico interno” che si incarna, di volta in volta, nel separatismo curdo che nega il dogma dell’unitarietà della Turchia o nel comunismo che afferma la lotta di classe dentro un popolo che è unito, per definizione, nella Nazione o dei sempre più difficili rapporti col risorgere e il radicalizzarsi dell’islamismo politico di Erdoğan. Vedremo anche questo, nei prossimi post.

Giacomina Cassina (2. segue)        


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