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lunedì 1 dicembre 2014

La nuova legge sulla scuola/

scuolaFa piacere sentire queste affeArmazioni perché ciò che invece si sente spesso in giro per l’Italia è che “è inutile studiare perché, dopo tanti anni di sacrificio, ci si ritrova senza lavoro”. Ovviamente è un’affermazione becera, seppure comprensibile, perché spesso si trovano senza lavoro proprio coloro che hanno poca preparazione o non sono capaci a riciclarsi, cioè coloro che hanno imparato un mestiere e non hanno il coraggio di affrontare la novità per cui non “scendono in campo” per proporsi o non sono versatili.
Tra i disoccupati ci sono anche coloro che non accettano di avere un titolo di studio e di svolgere invece un lavoro che non ha nulla a che fare con le conoscenze acquisite o i giovani che non tollerano di dedicarsi ad attività con mansioni ritenute troppo umili o addirittura vergognose, oppure ancora chi non ha inventiva. Viviamo in un’epoca in cui il mestiere (fatto che può essere fortemente coinvolgente o al contrario non perseguibile) si deve inventare, in cui bisogna essere duttili e desiderosi di autoformazione costante (formazione permanente) per affrontare le nuove metodologie e tecnologie che inevitabilmente cambiano in tempi brevi e in cui si devono accettare anche lavori diversi dal mestiere che propone il proprio titolo di studio. Sicuramente ciò che è indispensabile è l’istruzione perché la società che abbiamo costruito è abbastanza complessa e, con una scarsa istruzione, è facile rimanere tagliati fuori dalla realtà produttiva. Quindi solo una formazione valida e poliedrica sarà una garanzia idonea al futuro.
Propone ancora la nuova legge: dare al Paese una Buona Scuola significa dotarlo di un meccanismo permanente di innovazione, sviluppo e qualità della democrazia. Per questo dobbiamo tornare a vivere l’istruzione e la formazione non come un capitolo di spesa della Pubblica Amministrazione, ma come un investimento di tutto il Paese su se stesso.
Anche questa è una affermazione illuminata che rivede la scuola come pilastro della democrazia e del futuro economico di un paese.
Non è possibile infatti pensare di affidare il futuro del nostro paese all’analfabetismo di ritorno o all’incuria nell’educazione dei nostri giovani. Non si può pensare di delegare la formazione dell’individuo ai media i quali espletano perfettamente il loro compito, che è quello di incrementare gli ascolti o comunque i sostenitori per produrre e far girare i capitali e vivacizzare l’economia attraverso la creazione di modelli, di mode, di bisogni, che non devono essere però alla base dell’educazione o vissuti come status da conquistare. L’istruzione crea appunto nell’individuo una capacità di comprendere eventi e situazioni perché lo arricchisce di senso critico, di perspicacia, di intuizione.
L’uomo nella società attuale, purtroppo e troppo spesso, compie delle scelte in base alle paure, scelte che spesso si rivelano fallimentari. La cultura conduce invece a vagliare i percorsi possibili in modo ponderato, per merito della conoscenza di varie realtà, in relazione alla consapevolezza di sé, delle proprie peculiarità e del buon senso nel rispetto dell’individuo e dei valori umani.
…… il mestiere più nobile e bello: quello di aiutare a crescere le nuove generazioni.
Decisamente d’effetto questa frase con cui concordiamo pienamente. Peccato che siano in pochi a condividerlo. Purtroppo nel nostro Paese, o forse ovunque, il valore di una persona si valuta in base a ciò che guadagna. Ebbene, negli ultimi trent’anni gli insegnanti sono stati tra coloro che guadagnavano di meno. Basti pensare agli stipendi dei bancari o dei metalmeccanici che avevano una busta-paga quasi doppia rispetto ai docenti, tenendo conto che in alcuni anni qualcuno arrivava a “meritare” la diciassettesima quando i docenti non “meritavano” neppure una tredicesima a livello dello stipendio. Per cui per la società l’insegnante è un “povero Cristo”, un perdente indegno anche di rispetto; basta ricordare le campagne denigratorie della stampa (leggi Giuliano Ferrara anni ‘90) o, ai giorni nostri, i tentativi d’intimidazione dei genitori; ricordiamo gli insegnanti aggrediti pubblicamente a parole o addirittura fisicamente da genitori o alle minacce più raffinate alle proprietà (vedi gomme delle auto tagliate ..). E tutto questo per uno stipendio che è ancora oggi uno dei più bassi d’Europa.
E quindi…. grazie Renzi!
Con ciò non dico che ci accontentiamo di questa riconsiderazione del nostro lavoro ma almeno ….. E’ così facile rendere felici questi poveri lavoratori!
Le cose si fanno gravi quando però gli stessi docenti ritengono il loro mestiere inutile o disprezzabile perché influenzati dalla mentalità corrente: basso stipendio = lavoro non dignitoso = superfluo per la società.
In tal caso ovviamente il docente dimentica la sua funzione e talvolta non riesce neppure ad apprezzare la condizione privilegiata di chi quotidianamente è in rapporto con giovani cervellini ricchi di sentimenti e di curiosità e di nuove idee e originali visioni.
È finito il tempo delle sperimentazioni. Occorre intervenire in maniera radicale. Accettando di uscire dalla comfort zone, dal “si è sempre fatto così”, perché questo alibi non ci ha portato da nessuna parte.
Giusto! La sperimentazione non sarebbe tale se non servisse a fare poi delle scelte sui metodi da applicare nella scuola, sulla didattica e i contenuti su cui si è fatta la ricerca. Da trent’anni alcune scuole sperimentavano orari, soprattutto programmi e contenuti alternativi alle proposte ministeriali. In alcune scuole si usavano già vent’anni fa il programma della “tartaruga” il Logo che è un linguaggio di programmazione che consente, utilizzando la logica del digitale, di svolgere programmi di costruzione grafico – geometrico. Si inserirono nei piani di studio attività logico- ludiche e i docenti si reinventarono la propria disciplina approfondendola con laboratori; molte sperimentazioni funzionavano perché sviluppavano le abilità intellettive dei ragazzi molto più che la routine dei programmi ministeriali e la disposizione diversa e più aperta dell’orario scolastico rendeva gli alunni più consapevoli e maturi.
Ma è stato tutto cancellato, tranne la opzione del tempo – scuola prolungato in alcuni giorni.
Non si è mai visto un ispettore scolastico (altra figura burocratica di nessuna utilità) che si informasse sugli esiti delle varie sperimentazioni. La scuola è stata lasciata in mano ai docenti (non ai Presidi) che si autogestivano: nelle scuole più illuminate, in cui i docenti si accorgevano dei bisogni delle nuove generazioni, si faceva sperimentazione; in altre, dove i docenti amavano il regolare tran tran senza scosse e cambiamenti, perché “si è sempre fatto così” si seguivano vecchi programmi con orario a tempo normale. Piccolo problema: la società e i ragazzi sono cambiati e molto!
Ma a un patto: che da domani ci aiutiate a trasformare la scuola, con coraggio. Insieme alle famiglie, insieme ai ragazzi, insieme ai colleghi e ai dirigenti scolastici.
Giusto, ma solo se questo “aiuto” da parte dei genitori consiste nell’accettare i cambiamenti e talvolta delle scelte “scomode”. Non sono d’accordo sull’affidamento ai genitori della programmazione della didattica.
Una madre, con in mano una verifica della figlia nulla (cioè senza risposte) una decina d’anni or sono ad una docente che la informava dell’ignavia della figlia “Ma smettetela di chiedere ai ragazzi di studiare! Non ne hanno voglia! Fate vedere loro dei film!”
Quindi attenzione alla presenza dei genitori nella stesura di una nuova legge; o meglio, si chiedano ai genitori interventi mirati verificando sempre le proposte con attenzione, non essendo essi esperti di didattica e pedagogia ed invece ampliamo le loro conoscenze in merito con dibattiti ed incontri.
Al prossimo appuntamento di analisi de “La buona SCUOLA”.

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