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mercoledì 10 dicembre 2014

La Grecia torna a spaventare l’Europa

Tutta colpa della decisione del primo ministro ellenico, Antonis Samaras, che ha deciso oggi di anticipare l’elezione del nuovo capo dello stato al 17 dicembre e che potrebbe essere l’anticamera delle elezioni anticipate. Infatti nel caso in cui il candidato di socialisti e conservatori al governo dovesse essere sconfitto e a sostituire Karolos Papoulias dovesse essere un eventuale presidente espressione delle opposizioni, il premier sarebbe costretto a sciogliere il parlamento e ad indire nuove elezioni.
Che l’alleanza tra Nuova Democrazia e socialisti del Pasok potrebbe perdere.
L'ultimo sondaggio diffuso dal canale televisivo Action 24 dice che Syriza otterrebbe il 29% dei voti validi, Nuova Democrazia il 24,5%, il Pasok solo il 7%, i populisti liberali di Fiume il 6,5%, i neonazisti di Alba Dorata il 6,5%, i comunisti del KKE il 6%, i Greci Indipendenti (destra nazionalista) il 4%, la Sinistra Democratica solo l'1%.
Proprio ieri l’Eurogruppo ha deciso di dare ad Atene altri due mesi per ‘consentire’ a Samaras di accettare alcuni diktat della troika che il governo ellenico non ha per ora voluto inserire nella Legge Finanziaria, mettendo così a rischio una nuova tranche di prestiti da parte dei creditori internazionali e naturalmente la possibilità da parte delle istituzioni politiche ed economiche dell’Unione Europea di ricattare a oltranza Atene. Samaras sembra in un vicolo cieco perché se obbedirà ai diktat di Bruxelles e Francoforte – nuovi pesanti tagli e interventi su lavoratori e pensionati, aumento dell’Iva – potrebbe essere penalizzato alle elezioni, cosa che avverrebbe comunque anche nel caso in cui un suo ‘no’ ad alcune delle richieste della Troika dovessero far precipitare la situazione finanziaria del paese aggredito probabilmente a quel punto dalle manovre speculative di agenzie di rating e mercati. Se Atene non dirà si alla troika non riceverà i sette miliardi di prestiti fondamentali per un paese che nonostante il salasso su pensioni, salari e stato sociale ha ancora le casse vuote, visto che ogni entrata viene destinata al pagamento degli interessi sul debito. Secondo l’Fmi – uno dei tre soggetti della troika – il bilancio appena approvato dal parlamento con 155 voti ha un buco di 1,7 miliardi di euro.

Samaras e i suoi sembrano così voler rompere l’assedio interno ed internazionale passando all’offensiva. Così gli analisti spiegano l’anticipo del voto parlamentare sul presidente della Repubblica. Ma potrebbe essere un azzardo che socialisti e conservatori potrebbero pagare molto caro, visto che ci vogliono almeno 180 voti per eleggere il successore di Papoulias. Se alla terza votazione, prevista il 29 dicembre, nessuno dei candidati sarà stato eletto – il che a meno di una alleanza tra i partiti della maggioranza e qualcuna delle forze dell’opposizione di centrosinistra o centrodestra appare allo stato molto improbabile se non impossibile – il premier dovrebbe sciogliere l’assemblea e indire elezioni politiche per l’inizio di febbraio.
Secondo tutti i sondaggi la coalizione di sinistra Syriza potrebbe contare sulla prima posizione nelle intenzioni di voto degli elettori greci, secondo alcune rilevazioni di misura ma secondo altre di diversi punti. Samaras spera di recuperare qualche consenso grazie al suo ‘no’ tardivo e parziale alle imposizioni della troika, che il leader conservatore spera ammorbidisca un po’ le sue richieste per evitare una vittoria troppo schiacciante di Syriza.
“La decisione del governo di accelerare la votazione per eleggere il presidente della repubblica è prevedibile e benvenuta, perché avvicina di più la prospettiva di riscatto per il popolo e il paese che è il ricorso al verdetto popolare” scrive in un comunicato il partito guidato da Alexis Tsipras.
Che comunque, stando ai possibili scenari, difficilmente potrebbe governare con una solida maggioranza di sinistra dopo le eventuali elezioni di febbraio e sarebbe quindi costretto ad allearsi con partiti poco inclini al cambiamento, costringendo Tsipras e i suoi a moderare ulteriormente le proprie rivendicazioni che per ora si limitano ad una ricontrattazione e a una svalutazione del debito ellenico e a qualche mitigazione delle misure antipopolari introdotte dai governi ellenici manovrati da Bruxelles.

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