BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA

martedì 9 dicembre 2014

La disparità frena L'Italia

Ogni tanto escono dei rapporti degli studi, elaborati da istituti sovranazionali, che fanno dubitare della salute mentale di chi dirige certe strutture. Poi ci si riflette sopra, e si scopre che in realtà difendono interessi in contrasto con la realtà sociale. Quindi partoriscono studi che sono in contrasto diretto come le "indicazioni" economiche degli stessi istituti.


L'Ocse, per esempio. Riunisce i 30 paesi più industrializzati, ha difeso la rottura di tutte le barriere nazionali all'imperante "globalizzazione" (ora che è finita, però, non ha cambiato registro), è stato uno dei bastioni del liberismo senza se e senza ma.

Poi, ieri, pubblica uno studio che - se fosse preso sul serio dai piani alti dell'organizzazione - dovrebbe portare all'autolicenziamento dell'intero gruppo dirigente; studiosi compresi. Naturalmente è inutile aspettarselo.

Cosa dice, di sconvolgente, questo rapporto? Quel che ogni economista serio dovrebbe sapere, anche senza aver letto Marx: che le disparità di reddito frenano la crescita economica. Cosa c'è di notevole? L'Ocse è in compagnia del Fmi, della Bce, della Banca Mondiale, ecc, nel "consigliare" ai singoli paesi di tutto il mondo "riforme strutturali" che partono dalla demolizione del welfare, dalla riduzione dei diritti e dei salari dei lavoratori dipendenti (proprio per "rilanciare la crescita"!), dalla privatizzazione di tutti i servizi pubblici (sanità, trasporti, acqua, luce, gas, ecc).

Dopo 30 anni di questi consigli - sempre molto "intimidatori" e quindi prontamente eseguiti dai singoli governi - l'Ocse "scopre" che hanno prodotto il contrario di quanto desiderato: il blocco totale, forse addirittura definitivo, della "crescita".

L'impatto della disparità di reddito, dice lo studio, può essere molto pesante, tanto più che la crisi ha allargato a livelli record il fossato tra i più ricchi e i più poveri. Perché la disparità blocca la crescita non è detto, ma ve lo spieghiamo noi: i ricchi consumano da matti, presi individualmente, ma abbastanza poco rispetto alla massa di prodotti messi a disposizione globalmente. E se i lavoratori dipendenti (sbrigativamente: "i poveri") vedono ridursi i propri redditi, consumeranno sempre meno. Quindi "la crescita" capitalistica non è più possibile.

Nel caso specifico dell'Italia, in base a un 'working paper' dell'Ocse, l'aumento delle disuguaglianze ha tagliato 7 punti di crescita tra il 1990 e il 2010. L'effetto sul Pil è stato negativo quindi quasi quanto la crisi iniziata nel 2007.

Ciò nonostante, anche l'Ocse ha benedetto con entusiamo - per esempio - la "riforma Fornero" del sistema pensionistico e ora il "jobs act" di Renzi. Secondo le loro stesse proiezioni, dunque, è logico attendersi un aumento ulteriore della disparità di reddito e quindi un aggravamento della recessione in atto. Specie in Italia e nell'intera Unione Europea, alle prese con i diktat che impongono "riforme strutturali" ancora più severe.

L'aumento delle disparità riguarda quasi tutti i Paesi Ocse: mentre negli Anni 80 il 10% più ricco della popolazione dell'area guadagnava 7 volte più del 10% più povero, oggi la differenza arriva a 9,5 volte, il livello più alto da 30 anni. In Italia il divario è salito a 10,5 volte dalle 9 del 2007. La maglia nera va al Messico con 30,5 volte, mentre la palma delle minori disuguaglianze è della Danimarca (5,3).
Tornando alla Penisola, in altre parole, il 10% più ricco guadagna il 24,4% del reddito nazionale, il 10% più povero si ferma al 2,4%.

Tutte le "riforme" faranno aumentare questo divario, perché faranno crescere il livello del profitto individuale dei singoli imprenditori, ma diminuire la ricchezza complessiva. Non vi risulta chiaro il meccanismo? Facciamo l'esempio delle pensioni: se si tagliano anche del 20% tutte le cosiddette "pensioni d'oro" (diciamo al di sopra dei 5.000 euro al mese) si "risparmiano" cifre molto basse, perché la platea dei pensionati d'oro è molto ristretta. Se invece non si aumentano le pensioni minime si "rispamia" moltissimo, perché si agisce su una platea gigantesca, di decine di milioni di persone.

1 commenti:

  1. Molto convincente ed efficace il ragionamento sulla deriva di autocastrazione del capitalismo (produttivo, non finanziario , che è tutt'altra faccenda) ,causata dalla crescente polarizzazione dei redditi, a favore della minoranza dei ricchi (che "consumano da matti ma sono numericamente pochi" e per di più consumano in modo distorto e cafone). Mentre ,al contrario, il depauperamento delle masse popolari blocca il motore della produzione e dei consumi. Mi convince meno la critica (troppo generica e poco raffinata) al "riformismo" ,compreso quello del Governo Renzi,. Va fatta distinzione,infatti, tra riformismo buono e riformismo cattivo e regressivo. Bisogna sorvegliare e impedire che ,con la scusa della drammaticità della crisi, i gattopardi più furbi cavalchino l'emergenza ,per sforbiciare sui grandi numeri della massa dei cittadini. E' sacrosanta dunque ,la critica a pseudo-riforme pensionistiche che omettano,per esempio, di incidere sulle "pensioni d'oro" ,osservando che non servirebbe molto ad abbassare il totale della spesa previdenziale. Insomma, a parte il lato -diciamo così- etico ed estetico, dei sacrifici addossati ai soli ceti medi e bassi, non dobbiamo dimenticare mai che il cuore di tutta la "buona politica" economico-sociale sta nel promuovere e gestire l'equilibrata distribuzione dei redditi. Non,invece, della ricchezza, sia patrimoniale che finanziaria :utopia falsamente rivoluzionaria e velleitaria,questa,quando non sbubdolamente gattopardesca,intesa sostanzialmente a "buttare il pallone in tribuna". Resto infatti convinto, da quasi 60 anni a questa parte, che la questione fiscale è la chiave,oltre che dell'equità e solidarietà sociale, anche della libertà economica e del sano sviluppo produttivo (capitalistico, se si vuole : la parola non mi ha mai scandalizzato). In sintesi :del riformismo democratico. (Carlo Candida)

    RispondiElimina