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giovedì 18 dicembre 2014

Italia: benvenuti nel paese del cemento

Italia che crolla. Italia che frana. Italia che viene abbandonata.
E' la sintesi di un Paese ridotto in macerie e colpito non solo da una devastante crisi sociale, politica ed economica, ma anche ambientale.
L'espansione urbana e infrastrutturale avvenuta nel nostro Paese tra il 1951 e il 2006, infatti, ha incrementato del +500% l'impresa edilizia mentre, negli ultimi vent'anni, è stato cancellato il 15% delle campagne (480 metri quadri al minuto). 1 milione 200 mila le imprese agricole costrette a chiudere perchè sono andati perduti 2,15 milioni di ettari di terreno una volta destinati ad uso agricolo.

Un ventennio, quindi. Tanto è bastato per fabbricare case ed edifici in grado di accrescere un consumo di suolo che, su scala nazionale, è aumentato dell'1,9% (solo nel Veneto si è intensificato del + 3,8%).
Alcune regioni italiane, addirittura, vantano un “primato record in tema di cementificazione”. Lombardia (insieme al Veneto è ricoperta da mattoni e catrame per il 10,6%), Campania (9,2%), Lazio (8,8%), Emilia Romagna (8,2%), Puglia e Sicilia (8,5%) sono i punti dove l'impero del cemento ha piantato le proprie radici.
Solamente in un anno la cementificazione ha inghiottito 500 chilometri quadri, immolati per la costruzione di palazzine e villette anche se, nel Bel Paese, si registra un forte calo demografico.
In Italia 7 milioni di appartamenti sono vuoti, e almeno un alloggio su quattro risulta essere inabitato (il 40% solo in Calabria, il 20% su tutto il territorio nazionale). Nel Meridione, poi, la situazione assume toni grotteschi. La Campania ha una popolazione di 5.760.000 abitanti e dispone di 1 milione di edifici ma ne vengono utilizzati solo 65.000; cosi come in Calabria dove, a fronte di circa 2 milioni di persone, sono presenti 1.250.000 alloggi ma 420 mila case restano inabitate o abitate solo durante il periodo estivo.

“Torna e non trova gli amici che aveva: solo case su case, catrame e cemento.
La dove c'era il verde ora c'è una città. E quella casa in mezzo al verde, ormai, chissà dove sarà? Non so, non so perchè continuano a costruire case e non lasciano l'erba. Eh no, se andiamo avanti così, chissà come si farà...”, cantava Celentano ne “Il ragazzo della Via Gluck”.

Un popolo appassionato di mattoncini Lego, insomma. Le cascate di cemento hanno trasformato 22 mila chilometri di superficie in strade, ferrovie (28%), edifici (30%) , contribuendo ad uno sproporzionato ingrandimento delle metropoli. Quartieri dormitorio nati da residence e palazzi alti minimo dieci piani, privi di spazi verdi e servizi, con trasporti inefficienti che alimentano il distacco avvertito con la “curata” città e permettono, secondo il ragionamento logico di chi governa i territori, l'ampliamento di strade e la costruzione di ponti, raccordi, gallerie...
Profitto su profitto molte volto prodotto anche del prepotente abusivismo edilizio gestito dalle ecomafie, che dalla metà degli anni 50 fino ai nostri giorni ha prodotto 4,6 milioni di stabili illeciti e senza alcun rispetto delle disposizioni contenute nei piani regolatore.
Villaggi turistici, seconde residenze, alberghi sorti ad una manciata di metri dal mare o tra le colline: veri e propri “ecomostri” eretti sfruttando il “criterio del clientelismo” sui quali le amministrazioni locali si regolano per affidare appalti e sub-appalti; troppe volte colluse con la malavita e colpevoli, allo stesso modo, di quell'avanzata del cemento rea di aver danneggiato 84 zone protette e 192 aree SIC (Siti Interesse Comunitario). Il danneggiamento di habitat naturali tutelati dalle norme dell'Unione Europea, mai applicate nella pratica dall'ordinamento giuridico italiano, minacciano la biodiversità: rischiano la scomparsa 4.777 specie di piante endemiche e 57.468 animali sono in pericolo. L'affare cemento, poi, ha pericolosamente sfregiato l'ecosistema riducendo l'impermeabilità dei terreni e, di conseguenza, la loro capacità depurativa che espone 5 milioni di persone alle drammatiche ripercussioni derivanti dal rischio idrogeologico. A tutto questo è opportuno sommare i proventi e i danni conseguenti allo smaltimento dei rifiuti edilizi in discariche, siti illeciti e inceneritori. Ancora una volta, l'Italia benda i propri occhi davanti al riuso e al riciclo, preferendo l'abbattimento dei costi a favore del padrone.

Benvenuti nel Paese del cemento. Costruire è semplice, fare scempi lo è ancora di più.

Come è possibile riversare tonnellate su tonnellate di calcestruzzo non avendo la minima cura del paesaggio?

La verità è nascosta negli innumerevoli introiti ricavati da ingenti somme di denaro investite dalle organizzazioni criminali per riciclare denaro sporco, o da grosse compagnie multinazionali (Eni, Autostrade S.p.A.) che continuano ad aumentare i propri guadagni avallate dai governi e speculando sui territori, visti solo come luoghi su cui manifestare materialmente le rendite finanziarie della loro speculazione.
Negli ultimi tre anni, al Parlamento italiano, si sono alternati “governi tecnici” imposti dalle scelte dettate dall'Europa e capaci di agevolare soltanto gli interessi finanziari, tra cui quelli dell'industria del cemento. Monti, Letta, Renzi insieme ai soliti noti impegnati da anni ad inventare le migliori favole che abbiano come morale l'uscita dal tunnel della crisi, viaggiano spediti e dritti come un treno nei loro piani di riforma. Appellandosi alla parola emergenza legittimano così l'abusato utilizzo di decreti legge; una volta strumenti eccezionalmente utilizzati in casi di estrema necessità (calamità naturali, per esempio). Oggi, invece, assistiamo all'entrata in vigore a raffica di questi provvedimenti, specie con l'ultimo governo del (dis)fare. Bastano sessanta giorni per convertire in norma una proposta di legge. Due settimane per entrare in vigore.
“Bisogna agire in fretta, risollevare il Paese. Vogliamo uno sviluppo eco-sostenibile a tutela dell'ambiente”, è la solita strofa recitata quotidianamente dai politicanti di Montecitorio.

E allora via con i decreti Destinazione Italia, Salva Ilva, Terra dei Fuochi: pochi articoli e il gioco è fatto!
Terra, lavoro, manodopera: il capitalismo stringe e spreme i suoi limoni senza aver rispetto per le risorse naturali, invece messe a profitto.
Cosa importa se Renzi e Galletti, a distanza di pochi mesi, hanno presentato con presuntuoso orgoglio i d.d.l. “Competitività”, il progetto “Tap” per realizzare il gasdotto che dall'Azerbaijan sbucherà sulle coste salentine?
Cosa importa se lo “Sblocca Italia” spiana la strada ai privati nel campo delle bonifiche, alle trivellazioni selvagge, alla nascita o al potenziamento di inceneritori e termo-valorizzatori?
Sul nostro territorio è in atto una vera e propria devastazione, passata quasi nel silenzio, se non fosse per le grandi manifestazioni dell'ultimo mese in Basilicata e in Puglia; ad oggi Eldorado delle maggiori compagni petrolifere.

E' necessario prendere immediatamente parola contro la distruzione del nostro territorio.
Occorre evitare di investire miliardi di euro in mega opere, grandi eventi, bitume e catrame, da destinare invece alla ristrutturazione di scuole, università, ospedali.
Si potrebbe potenziare la rete ferroviaria e stradale evitando di spendere miliardi in tav e nuovi nodi autostradali: dagli anni 60, tra Campania e Calabria, si attende il completamento dell'autostrada Salerno- Reggio Calabria a cui si sommano la chiusura delle stazioni e il taglio alle tratte ferroviarie;aumentando i disagi legati all'inefficienza dei trasporti.
Sarebbe “cosa buona e giusta” avviare un processo di bonifiche partecipato e pubblico togliendo il risanamento delle aree contaminate dalle mani di chi ha voluto inquinare, condannando milioni di persone ad ammalarsi o a morire di cancro. Perchè, poi, non finanziare gli screening oncologici proprio dove l'inquinamento ambientale è il principale indagato per le gravi patologie da cui è affetta la popolazione?
Bisogna cominciare a pensare seriamente ad un'alternativa concreta da proporre e imporre al più presto prima che sia troppo tardi e prevenire le tragiche catastrofi provocate per il 90% dall'uomo, responsabile dei cambiamenti climatici di questi anni avvelenati; al posto di trovarsi ciclicamente a tenere il conto dei danni arrecati da violente piogge e smottamenti che trascinano via detriti e la vita di migliaia di persone.

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