BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA

domenica 7 dicembre 2014

Dei predicatori di sventura del venerdì, ovvero della comunicazione economica

La sede di S&P a NY
Chi ha dovuto leggere tutta la vita documenti e rapporti economici non riceve più frustate di adrenalina quando ha davanti i Research Update (le ricerche aggiornate) delle Agenzie di rating, specie quelle di Standard & Poor's che qualche colpa grave da pagare l'avrebbe. Resta, però, l’amarezza di constatare che le traduzioni giornalistiche di queste pubblicazioni, se non ci fosse la beata sindrome di Alzheimer del lettore medio che il giorno dopo ha dimenticato tutto quello che ha letto il giorno prima, potrebbero produrre picchi di suicidi. Cosa di cui, decisamente, non abbiamo bisogno.
Partiamo da un’osservazione banale: quando vengono pubblicati questi rapporti? Sempre di venerdì. Una volta, il venerdì non si mangiava carne, adesso si va a letto con il rating abbassato. Anche negli anni scorsi, se andate a controllare i giornali, l’allarme spread e l’allarme rating ci colpivano regolarmente nel giorno del digiuno, quasi a ricordarci che siamo mortali e che la fame - quella vera, totale, che ti impedisce di pensare ad altro, se non a procurarti qualcosa da mettere in pancia - è alle porte. Il venerdì, insomma, si liberano i diavoli che si scateneranno sulle borse, all’apertura del lunedì. Ma, intanto, il week-end delle persone per bene è fottuto. E a me sembra che si configuri anche il reato di “turbativa di mercato”… ma trovalo un giudice che si metta all’impresa di istruire un processo!
OK, sappiamo benissimo che non si deve scherzare sulla crisi, che la gente sta davvero male, che il lavoro manca, che gli investimenti languono. Ma, proprio per questo, chiediamo alle redazioni economiche dei giornali se l’allarme e i “dies irae” che urlano dai loro titoli in queste occasioni siano fondati o non siano, piuttosto, usati strumentalmente e politicamente per dare addosso a governi, partiti, imprese dell’economia reale, lavoratori e, data la stagione, anche a Babbo Natale e alla Befana.
Ricordiamo che, da alcuni anni, tutti gli italiani sono stati costretti ad imparare che lo spread alto era il diavolo perché ci aumentava il servizio del debito (per vendere dei titoli di stato si doveva renderli appetibili offrendo alti interessi) e che, di conseguenza, se lo spread fosse sceso, ci saremmo trovati meglio (perché lo stato avrebbe potuto spender meno in interessi e quindi fare più investimenti pubblici). Ce l’hanno insegnato a martellate. Peccato che si sono dimenticati di dire che ci voleva anche la crescita, oltre lo spread basso ... Ma questo l'abbiamo capito presto da soli. In contemporanea, le agenzie di rating si sono premurate di spingerci giù dagli scalini: AAA, poi AA, poi A, poi A meno, meno, meno e poi paff, giù in BBB. Oggi, con lo spread ai minimi, siamo a BBB meno 1... Secondo lo schema riassuntivo dei criteri del rating, il paese  avrebbe Adeguate capacità di rispettare gli obblighi finanziari. Tuttavia, condizioni economiche avverse o cambiamenti delle circostanze sono più facilmente associabili ad una minore capacità di adempire agli obblighi finanziari assunti.” Con un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma, potremmo farcela ma anche no …  Per inciso, non è vero, come hanno detto molti che, se scendiamo ancora nel rating i nostri titoli diventano spazzatura: abbiamo ancora 3 gradi di BB prima di arrivare al grado di “non investimento” ossia di rischio elevato in cui (confrontare con la formula precedente) saremmo  Più vulnerabili rispetto agli obbligati valutati 'BB', ma vi sono ancora le capacità per rispettare gli impegni finanziari. Condizioni economiche e/o finanziare impreviste, ridurranno probabilmente le capacità e la volontà dell'obbligato, di adempiere.”
Guardate che non è un’interpretazione malevola o superficiale o alla Ficarra e Picone. I documenti di valutazione e previsione economica sono proprio così, come la barzelletta del carabiniere (chiedo perdono all’Arma che amo molto, peraltro) che metteva sul comodino un bicchiere pieno d’acqua e uno vuoto “perché stanotte può venirmi sete, ma può anche NON venirmi sete”. I redattori dei Research Update non hanno paura né vergogna di smentirsi ogni 6 mesi. Il testo di Standard& Poor’s, di cui hanno parlato i giornali ieri dice tranquillamente di aver rivisto al ribasso le sue stesse previsioni del giugno 2014. Però, poi, dice anche che siamo sulla strada giusta con le riforme, e che vanno accelerate ma che, nel breve termine, queste non produrranno né crescita né abbattimento del debito. Scusate, ma doveva venircelo a dire S&P di venerdì? Questo è un bicchiere di acqua calda che S&P ha messo sul comodino accanto a quello pieno e a quello vuoto perché non si sa mai che noi ci beviamo anche quello...

Se i cosiddetti grandi poteri economici, finanziari e bancari che dei rating se ne fregano perché semmai sono loro a commissionarne la definizione alle varie agenzie e quando prendono delle decisioni guardano solo se a loro conviene o no, perché il giornalismo economico deve fare il servo sciocco di questi poteri e impaurire la gente  spingendola a sentirsi in colpa per tutto quello che succede? Quando il Rapporto CENSIS segnala che la realtà è “… quella di una popo­la­zione impau­rita e sola, vul­ne­ra­bile e, pur­troppo, cinica”, credo che il richiamo all’etica professionale dei giornalisti sia non solo  corretto, ma doveroso. Purtroppo so anche che ci faremo dei nemici. Ma a noi interessa dire a chi ci legge che sì, continuerà ad esser dura, però che ce la possiamo fare a condizione di non lasciarci trascinare in quello stato di depressione antropologica in cui troppi vorrebbero sprofondarci per stroncare ogni spirito critico e indurci ad accettare qualsiasi ulteriore digiuno prossimo venturo.   

0 commenti:

Posta un commento