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lunedì 1 dicembre 2014

Cinque cose da sapere sull'AIDS

1 Quando sconfiggeremo il virus?
In occasione della giornata mondiale contro l’AIDS, l’UNAIDS ha annunciato l’ambizioso obiettivo che il programma delle Nazioni Unite intende perseguire: porre fine alla più grave epidemia mai conosciuta dall’umanità entro il 2030.

Un traguardo che deve essere raggiunto attraverso un primo passaggio previsto per il 2020 consistente nell’intensificarsi della risposta al virus attraverso il piano 90-90-90, ossia diagnosi del 90% delle infezioni, terapie per il 90% dei casi diagnosticati, abbattimento della carica virale del virus HIV per il 90% delle persone colpite sotto trattamento con antiretrovirali. Il tema di quest’anno è Close the Gap, una speranza di “ridurre la distanza”, colmando il divario per arrivare all’obiettivo, rimuovendo le barriere sociali, demografiche, economiche, geografiche che ancora dividono i contagiati di tutto il mondo. Il report pubblicato da UNAIDS in occasione della giornata ha infatti mostrato come negli ultimi quattro anni si sia passati da circa 5 milioni a ben 12 milioni di persone in trattamento: un dato incoraggiante, testimonianza di un approccio più consapevole con la sieropositività da parte di un numero crescente di persone, ma che rappresenta ancora soltanto il 37% dei 35 milioni di individui contagiati in tutto il mondo. Laddove l’accesso alla diagnosi e al trattamento è possibile, infatti, di ostacolo può essere il fatto che la condizione di sieropositività può comportare spesso discriminazioni e la negazione di diritti, soprattutto nelle comunità e nei gruppi più colpiti o a rischio di infezione (in cui l’accesso agli strumenti per la prevenzione è complesso o specifici comportamenti espongono a rischi maggiori). La sconfitta del virus passa anche dall’eliminazione di queste disuguaglianze.

2 Quanti sono i contagiati?
Come illustrato dal report, nel 2013 in tutto il mondo c’erano circa 35 milioni di persone che avevano contratto l’HIV; in riferimento allo stesso anno, i nuovi casi riguardavano 2,1 milioni di persone, con 240.000 nuove infezioni a carico di bambini. Da quando l’epidemia è iniziata, oltre trent’anni fa, circa 78 milioni di persone sono state infettate dal virus dell’HIV e 39 milioni tra esse sono morte per patologie collegate all’AIDS, un milione e mezzo nel solo 2013. Di tutti i bambini sieropositivi nel mondo, appena il 24% sta ricevendo cure salvavita.

3 L’Italia sta messa male
Un’indagine recentemente resa nota, svolta su un campione di cittadini del nostro Paese, aveva rivelato come l’80% degli italiani ritenga di non essere a rischio di essere contagiato dal virus, non in ragione di corretti comportamenti che mettono al riparo dai pericoli, ma sulla base dell’antico pregiudizio secondo il quale soltanto omosessuali, tossicodipendenti e persone che hanno relazioni sessuali promiscue sarebbero esposte. In realtà, ormai da anni è calato il tasso di infezioni attribuibili a consumo di droghe per via endovenosa mentre la maggior parte dei casi sono dovuti a rapporti sessuali non protetti, con percentuali analoghe tra rapporti omosessuali ed eterosessuali: il discorso è valido per l’Italia quanto per il resto dell’Europa occidentale. Eppure, nonostante l’80% delle nuove diagnosi nel nostro Paese sia riconducibile a rapporti sessuali non protetti, appena il 35% dei ragazzi usa abitualmente il preservativo e soltanto il 29% dichiara di essersi sottoposto al test dell’HIV. E così il nostro Paese, dove bigottismo e ignoranza la fanno da padrona ponendo anche fine alla buona abitudine nascente dell’educazione sessuale scolastica, vanta la più alta prevalenza di sieropositivi dell’intera Europa Occidentale.

4 Dall’HIV non si guarisce ancora
O meglio, una sola persona al momento ha avuto questo privilegio: il paziente di Berlino, Timothy Brown, sottoposto a trapianto di midollo nel 2007 perché sieropositivo ed affetto da leucemia mieloide acuta. Il donatore, il cui sistema immunitario andava a sostituire quello del ricevente, portava nel proprio patrimonio genetico una mutazione che rende i linfociti T, cellule immunitarie che costituiscono il target privilegiato del virus, impermeabili dall’HIV. Timothy Brown da tempo non prende più farmaci antiretrovirali e nel suo organismo non c’è più traccia del virus. Di pochissimi mesi fa è il caso di due pazienti australiani, anch’essi sottoposti a trapianto di midollo: in entrambi gli individui, poco dopo l’intervento, non è stato più riscontrato il virus ma, come misura precauzionale, i due sono ancora in terapia con antiretrovirali. Premesso che il trattamento farmacologico non è in grado di portare il virus a livelli talmente bassi da renderlo non più rintracciabile, gli stessi medici hanno invitato alla cautela dopo il caso dei due “pazienti di Boston” in cui il trapianto di midollo sembrava aver definitivamente eliminato il virus ma la sospensione successiva degli antiretrovirali ne ha svelato la persistenza nell’organismo.

5 Ma sappiamo come prevenirlo
Spesso si è sentito parlare di vaccino contro l’HIV ma, purtroppo, siamo ancora lontani dalla messa a punto di qualcosa del genere. La ricerca è molto attiva sul tema (compatibilmente con i fondi stanziati, s’intende) ed è ancora aperta a diverse possibili vie che vanno dallo studio di possibili cure alle possibilità offerte dalla stessa terapia antiretrovirale in termini di prevenzione, che si è dimostrata in molti casi particolarmente efficace nell’abbattere la stessa carica virale dell’HIV. Al momento la strada maestra resta la prevenzione, possibile purtroppo soltanto in Paesi come il nostro dove è garantito l’accesso a tutti i fondamentali mezzi per evitare di esporsi al rischio di contagio. Se i piani dell’UNAIDS non falliranno c’è ragione di credere che tra pochi anni l’AIDS non farà più paura: nel frattempo l’unico modo per tenere a bada il virus è informare ed informarsi, per conoscerlo e non averne timore.

Fonte: fanpage.it

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