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lunedì 10 novembre 2014

Ve lo ricordate il “dividendo della Pace” ?


Sembrava una bella espressione, lì, alla fine degli anni ’80, con tutto quello che era successo e di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi. L’espressione era forse un po’ retorica, ma rendeva l’idea: fuori dai piedi Pershing e Cruise. Fuori dai piedi anche quei misteriosi e minacciosi SS 20 che ci guardavano dalla frontiera dell’est, ma che suscitavano meno indignazione dei missili americani contro i quali, invece, le migliori (e le peggiori) energie pacifiste nostrane imbandivano oceaniche manifestazioni.
Fuori dai piedi, infine, quell’impero rappresentato dall’URSS, dalle sue conquiste sbandierate e dai suoi controlli capillari sui cittadini, dalle sue pressioni sui paesi “fratelli”, dai suoi gulag e dalle sue inefficienze interne. Un vecchio amico che certamente non può essere definito un uomo “di destra”, l’intellettuale polacco Adam Michnik, diceva che l’URSS era crollata a causa di Solidarność e degli idraulici: di Solidarność sappiamo, ma gli idraulici? Semplice: chiedete ad un moscovita che abbia più di 40 anni e vi dirà che i tempi di attesa per un intervento urgente su un rubinetto che perdeva a fontanella, variavano da uno a diversi anni.
Sì, “dividendo della pace” sembrava una bella espressione: stiamo ormai tutti insieme dalla parte della libertà e del benessere e si rassegni quel battutaro di Andreotti che l’ha presa in saccoccia con la sua affermazione “Amo tanto la Germania che preferisco che ce ne siano due”. Ma sì, viviamo in pace e – ahi, prima illusione! – possiamo usare i risparmi che faremo sulla spesa militare per stare meglio noi (più spesa sociale, più investimenti ambientali, più ricerca civile, più salari, più istruzione per tutti e a costi ridotti). Però facciamo anche star meglio gli altri (aiutando i paesi dell’ex-blocco sovietico ad entrare nell’UE adeguandosi a tutto quello a cui devono adeguarsi, sostenendo meglio e di più i paesi in via di sviluppo, spegnendo le guerre, anche quelle a bassa intensità, ben prima che scoppino, con una bella carrettata di soldi e l’invito a tutti a fare affari con noi).
Piano piano, la bella espressione fu abbandonata, perché così capita ai simboli che lasciamo galleggiare nello stagno della cultura dominante. Il “dividendo” riacquistò il suo esclusivo significato economico di “utile distribuito da un’impresa agli azionisti”. Ma né i paesi dell’est, né i paesi in via di sviluppo, né i comuni mortali erano (e sono) azionisti nelle economie di mercato se non si fanno valere. Invece – ahi, seconda illusione! – abbiamo creduto che insieme alla libertà (di mercato) ci fosse anche la partecipazione democratica, quella sostanziale, fatta di impegno e responsabilità di tutti.
In effetti, il risparmio sulle spese belliche ci fu. Nelle Americhe (mantengo qui  il dato aggregato per continenti del data base del SIPRI, perché il contributo del centro e del sud America è residuale e costante: circa il 10% del totale delle spese belliche) nonostante la prima guerra del Golfo. Questa parsimonia (meno di 500 miliardi annui) durò fino al 2002, poi la spesa fu spinta in alto di nuovo nel clima di paura generato dall’attentato alle Torri Gemelle e, poco dopo, a causa della seconda guerra del Golfo. Oggi , ammonta 736 miliardi (dati del 2013).
In Europa, la discesa della spesa militare fu repentina e si attestò a circa la metà della spesa del 1989 che era di 726 miliardi, fino al 2001 con 359 miliardi. Poi subì l’effetto indotto dell’attentato del 2001 e tornò a crescere. Ma, anche dopo il 2002, crebbe di poco e, dal 2007, è attestata attorno ai 400/410 miliardi di dollari. Nel vecchio continente, però, è interessante vedere la disaggregazione per aree: se l’Europa occidentale oscilla, nel periodo 2002-2013 tra i 310 miliardi di $ del 2002 e i 291 del 2013 e se l’Europa centrale resta sostanzialmente stabile (21/22 miliardi),  l’Europa orientale raddoppia la spesa dai 51,5 miliardi del 2005 ai 98,2 del 2013 con una progressione accelerata negli ultimi 4 anni, proprio nel cuore della crisi economica ... 
Ha più che raddoppiato la sua spesa bellica, anche il Medio Oriente che spendeva 57,5 miliardi di $ nel 1989 (stima del SIPRI database) e ne spende, oggi, 142. Stesso andamento, persino più accentuato, per l’Asia che è passata dai 147 miliardi dell’89 ai 407 di oggi.
E l’Africa che è l’area dove più son morti civili a causa di un’infinità di micro conflitti? L’Africa ha più che raddoppiato la sua spesa bellica, sempre dall’89 a oggi (da meno di 20 miliardi ai quasi 45 del 2013) ma, per gli ultimi 8 anni, abbiamo solo stime. Peraltro, purtroppo, a parte gli acquisti bellici di qualche autocrate specie nel Nord Africa, le guerre a carattere tribale e ora anche pseudo-religioso che fanno così tante vittime umane sono combattute con armi di contrabbando, con coltelli e machete e col fuoco,  strumenti bellici che non sono registrati né registrabili e che costano poco …
Naturalmente, il Rapporto del SIPRI, un Istituto che ha sede a Stoccolma e collabora coi centri più qualificati del mondo nelle ricerche sulla pace e la guerra, è denso, complesso e non merita di essere liquidato in pochi paragrafi.  Ma qui ci serviva per porre un problema: dove è andato il risparmio che comunque c’è stato anche nei paesi, come gli USA che vengono indicati sempre come guerrafondai? Il sospetto è che, di fronte al quasi improvviso venir meno del grande nemico della guerra fredda, i capitali che prima ingrassavano grazie alle commesse belliche, abbiano optato per un arricchimento tutto centrato sul proprio ombelico, utilizzando, anche favoriti dalle nuove tecnologie, il vasto e troppo libero terreno di caccia dell’economia finanziaria, per poi ritornare ad investire “nella morte”, quando la crisi ha cominciato a far temere che la festa dei bracconieri non sarebbe più stata così allegra. 

Non so se arriveremo ancora ad un periodo di prosperità più o meno comparabile con quelli che abbiamo vissuto in passato, ma se ci toccasse questa grazia, cerchiamo di capire e di far capire che è nei momenti di vacche grasse che bisogna programmare il futuro e controllare a vista chi ha il potere perché nei periodi di crisi brutta, avvilente, prolungata come quella in cui siamo, a parte i confusi e inutili inviti alla rivoluzione (quale, dove, come, quando, con chi e perché?...), c’è un solo lusso che possiamo, anzi, dobbiamo permetterci: salvare la nostra umanità, la voglia di dialogare, lo studio e il rischio salvifico di credere ancora negli altri. Perché sono queste le cose che fanno la pace, molto più dei soldi.

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