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venerdì 7 novembre 2014

Renzi, la sinistra e la guerra tra poveri

Sem­pli­fi­chiamo. Da che mondo è mondo, il mondo è dei ric­chi. Oggi più che mai, gra­zie all’acquiescenza, se non la col­la­bo­ra­zione, dei poveri. Da un po’ di tempo, le forze poli­ti­che che erano riu­scite a per­sua­dere i poveri a mobi­li­tarsi, quelle che usa­vamo chia­mare sini­stra, si sono arruo­late dalla parte dei ric­chi. Usano qual­che parola diversa per illu­dere ancora i poveri, ma nei fatti si com­por­tano come i rap­pre­sen­tanti dei ric­chi. Il tra­di­mento è dive­nuto palese dac­ché si sono esau­riti que­gli espe­ri­menti di dar vita a società che non distin­gues­sero tra ric­chi e poveri che chia­miamo comu­ni­smo. Che ha pro­dotto morti a milioni e susci­tato disu­gua­glianze non meno vistose di quelle tra ric­chi e poveri.


C’è pure stato un tempo in cui i ric­chi resi­ste­vano a se stessi. Rite­nendo che gli eccessi di ric­chezza e povertà avreb­bero reso la società ino­spi­tale anche per loro. Allora ai ric­chi si oppo­ne­vano anche gli addetti all’ordine sociale, ovvero lo Stato. Un po’ per allar­gare i pro­pri spazi, un po’ per­ché con­vinti anch’essi che troppa povertà avrebbe reso impos­si­bile il loro com­pito, i ceti legati allo Stato ave­vano con­te­nuto i ric­chi. L’alleanza, infor­male, tra ric­chi, diciamo, pater­na­li­sti, addetti all’ordine sociale e por­ta­voce dei poveri aveva con­sen­tito un equi­li­brio un po’ più egua­li­ta­rio e un po’ meno svan­tag­gioso per i poveri. Lo Stato sociale si è rotto da un pezzo.

La par­tita i ric­chi l’hanno vinta — prov­vi­so­ria­mente: tutto è prov­vi­so­rio — arruo­lando i por­ta­voce dei poveri. Li hanno arruo­lati acco­glien­doli, in posi­zione subor­di­nata, nel loro mondo, e con­sen­tendo loro di accu­mu­lare pri­vi­legi e di adot­tare misure tali da met­terli al riparo da ogni scon­fes­sione da parte dei poveri. La com­pe­ti­zione elet­to­rale è oggi pale­se­mente truc­cata. Pos­sono vin­cerla solo i rap­pre­sen­tanti dei ric­chi o i rap­pre­sen­tanti dei poveri accon­di­scen­denti coi ric­chi. La posta del con­flitto acce­sosi al par­la­mento ita­liano sulla riforma elet­to­rale è que­sta e non altra. La recla­miz­zano da più di trent’anni come un tri­buto neces­sa­rio a sta­bi­lità e effi­cienza. L’obiettivo è sof­fo­care ogni voce dissenziente.

L’arma fon­da­men­tale di cui i ric­chi si sono avvalsi è la guerra dei poveri con­tro i poveri. I poveri della Cina, o della Roma­nia, fanno guerra spie­tata ai poveri d’occidente. Ma pure i poveri di Ger­ma­nia fanno la guerra ai poveri d’Italia o Spa­gna. Se Ita­lia e Spa­gna diven­tano più povere, s’illudono di diven­tare più ric­chi. Le loro fab­bri­che avranno meno con­cor­renza. Non sanno che quando ita­liani e spa­gnoli saranno poveri abba­stanza sarà con­ve­niente delo­ca­liz­zare le fab­bri­che tede­sche in Ita­lia o Spa­gna. E poi: chi com­prerà i pro­dotti delle fab­bri­che tede­sche? Gli stessi cal­coli idioti hanno fatto gli ita­liani del nord a spese di quelli del sud. Il sud è affon­dato e il nord va alla deriva.

L’altra difesa dei ric­chi è l’invisibilità. Non stanno più in mezzo a noi. Quelli di una volta sta­vano in fab­brica o nelle loro pro­prietà. I ric­chi più ric­chi sono le ban­che. Che veleg­giano in rete. La ric­chezza finan­zia­ria è infi­ni­ta­mente meno visi­bile delle vec­chie forme di ric­chezza. E pure più ardua da contrastare.

Nella loro sma­nia di stra­fare i ric­chi stanno con­su­mando anche quello strato di bene­stanti che faceva da cusci­netto tra loro e i poveri e che era anche un modo per aprire l’orizzonte di que­sti ultimi. È dai ceti medi che giunge adesso la minac­cia più pres­sante all’ordine delle cose esi­stente. Non ha senso chia­marlo fasci­smo, per­ché non indossa la cami­cia nera né impu­gna il man­ga­nello. Ed in con­di­zione di arri­vare al potere — Ita­lia docet — mediante paci­fi­che ele­zioni. Ove tut­ta­via vi arri­vasse, sareb­bero guai.

Molto demo­cra­ti­ca­mente tali forze oscure pra­ti­che­reb­bero intol­le­ranza e impor­reb­bero con­for­mi­smo. È pos­si­bile che il diso­rien­ta­mento renda i poveri stru­men­ta­liz­za­bili da que­ste forze oscure. Per ora i poveri sono depressi e ras­se­gnati. Ma non si sa mai.

Va da sé che l’alternativa è mobi­li­tare nuo­va­mente i poveri, indurli a sol­le­varsi. Renzi ha ben inteso il rischio. C’è qual­cuno, ha detto, che vuole spac­care l’Italia e stru­men­ta­liz­zare la sof­fe­renza del mondo del lavoro. Come se lui non stesse pro­vando a aiz­zare pre­cari e disoc­cu­pati con­tro quei pochi che hanno un posto fisso.

I poveri per lui devono invece stare zitti e buoni. Ben altri­menti Papa Fran­ce­sco, dismesse le dispute teo­lo­gi­che del suo pre­de­ces­sore, ha sco­perto che i poveri sono un mer­cato tanto ampio quanto abban­do­nato. Per­ciò inve­ste da quelle parti. Dove dovrebbe inve­stire anzi­tutto la poli­tica. Salvo che l’investimento sta­volta dovrebbe essere glo­bale o quasi. Anche in ciò i ric­chi sono stati bra­vis­simi, creando un mer­cato poli­tico glo­bale. Che però non esclude le ini­zia­tive locali.

In Ita­lia, pur­troppo, lo spi­rito di divi­sione pre­vale. Un seg­mento mino­ri­ta­rio di sini­stra, per varie ragioni, non ha tra­dito. Ma, invece di met­tersi assieme, pre­fe­ri­sce liti­gare sulle vol­gari stu­pi­dità del Renzi, sull’irredimibile mal­va­gità del capi­tale e magari su qual­che posto in lista. Il pro­blema non è nep­pure dar vita a un nuovo par­tito. Un par­tito che non sap­pia susci­tare un’apprezzabile capa­cità di con­tra­sto entro la società e fuori dalle isti­tu­zioni sarebbe un par­ti­tino. No, qui si riparte da zero, non dalle dispute astratte, ma da lotte sociali con­dotte su temi assai con­creti: lavoro, ambiente, casa, scuola, sanità, pen­sioni. Que­sto, e non altro, si atten­dono i poveri, ormai in rapi­dis­sima crescita.

il manifesto

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