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venerdì 28 novembre 2014

Record di disoccupazione: 13,2%

E meno male che ci pensa Renzi a "creare posti di lavoro, mentre gli altri pensano solo a scioperare"...

Al di là delle chiacchiere restano le cifre che, come scrivevano oggi sul quotidiano di Confindustria, sono come gli spilli per i palloncini gonfiati. Fiorentini e non.
Rende noto stamattina l'Istat che nel terzo trimestre 2014 (lugio-settembre) la disoccupazione cresce in modo clamoroso.


Non bisogna infatti farsi ingannare dalla crescita del numero degli occupati, che tornano a crescere dello 0,5% (pari a 122.000 unità in un anno). Un dato che verrà enfatizzato oltremisura dal governo. Quasi tutto concentrato nel Nord (+0,4%, 47.000 unità) e soprattutto nel Centro (+2,1%, 98.000 occupati); mentre al sud è proseguita l'emorragia (-0,4%, ovvero -23.000 unità).Il dato che invece non piacerà affatto al "ggiòvane" Renzi è quello relativo all'occupazione giovanile, che continua a calare. Tra i 15-34enni, per la precisione, scende dell'1,6%, la stessa percentuale che si registra nella fascia di età tra i 35 e i 49 anni. Al contrario, e contrariando palazzo Chigi, crescono gli occupati con almeno 50 anni (+5,5%). Schizofrenia economica? No. Da una parte pesa la "riforma Fornero", che tiene al chiodo gente che meriterebbe da anni un po' di sano riposo; dall'altra pesano lecompetenze professionali, che ovviamente avvantaggiano chi ha accumulato più esperienza e quindi è più "produttivo", anche con forze fisiche non paragonabili con quelle di un ventenne.

Cresce la componente straniera (+128.000 unità), mentre quella nazionale resta al palo. Qui pesa evidentemente la componente salariale, che per i lavoratori immigrati è in media notevolmente più bassa.

A dispetto dell'evidente processo di deindustrializzazione, nell'industria in senso stretto c'è stata una apprezzabile crescita dell'occupazione (+2,3%, pari a 104.000 unità), dovuta quasi del tutto alla componente maschile; mentre continua il crollo del numero di occupati nelle costruzioni (-3,7%, pari a -60.000 unità), compensata da una analoga crescita nel nel terziario (+0,4%, pari a 66.000 unità).

Ma dire "occupato" non significa affatto essersi messo la pobertà alle spalle. Si ingigantisce infatti la flessione degli occupati a tempo pieno (-0,4%, pari a -68.000 unità rispetto al terzo trimestre 2013), che riguarda esclusivamente i dipendenti a tempo indeterminato e gli indipendenti. Esplode invece l'accupazione a tempo parziale (+4,9%, pari a 191.000 unità); da notare che ciò non avviene "per scelta", ma per imposizione padronale. La crescita interessa esclusivamente il part time involontario, ovvero il 63,6% dei lavoratori a tempo parziale.

Cresce infatti, per il secondo trimestre consecutivo, e con maggiore intensità,la quota deidipendenti a termine (+6,7%, pari a 152.000 unità nel raffronto tendenziale) e torna ad aumentare anche il numero dei collaboratori (+5,0%, pari a 18.000 unità).

Ma, dicevamo, si impenna nuovamente il numero dei disoccupati (+5,8%, pari a 166.000 unità in un anno), soprattutto donne e persone in cerca del primo impiego. L'incremento riguarda tutte le ripartizioni, in particolare il Mezzogiorno. Il 62,3% dei disoccupati cerca lavoro da un anno o più (56,9% nel terzo trimestre 2013).

Il tasso di disoccupazione è quindi pari al 13,2% a ottobre, in aumento di 0,3 punti percentuali sul mese precedente, e di un intero punto rispetto allo stesso mese del2013. Si tratta di un record negativo, il peggiore della storia recente, che riporta la situazione al 1977.

Eppure diminuisce anche il numero degli inattivi tra i 15-64 anni (-2,6%, pari a -377.000 unità), dovuto soprattutto al fatto che i 55-64enni non vanno più in pensione; in due terzi dei casi si tratta oltretutto di donne.
Purtroppo la reazione sociale e politica non è esattamente la stessa, almeno dal punto di vista delle classi sfruttate (aumento verticale della conflittualità). Ma persino i governi di allora si mostrarono meno fessi degli attuali: l'aumento della repressione, infatti, veniva accompagnato - complementarmente - da un aumento degli istituti di welfare (legge 285, costruzione di case popolari, ecc).

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