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venerdì 7 novembre 2014

Lo scandalo-polpetta esplode e svanisce mentre sulle tasse in Europa tacciamo


Dal tritacarne quotidiano di notizie escono polpette e polpettoni esplosivi che contengono fatti, responsabili e vittime di cui si parla, sì e no, per 36 ore. Sembra già metabolizzato, ad esempio, lo “scandalo Lussemburghese” dei favori fiscali (aggiuntivi) fatti ad imprese multinazionali: ieri, poche note di agenzia; oggi, un buon articolo informativo de “Il sole-24 ore”; domani, forse due chiacchiere sulla responsabilità dell’attuale Presidente della Commissione UE, Jean-Claude Junker, già premier nel paese-banca tra il 1995 e il 2013. Poi verrà il silenzio prima della fine del week end, ci scommetto.

La cosa buffa è che sarebbe bastato un minimo di conoscenza della struttura impositiva dei paesi europei per capire che non solo San Marino o la Svizzera o Monaco o le Cayman accolgono capitali di qualsiasi provenienza a condizioni fiscali da sogno, ma anche un paese fondatore della Comunità europea, vive lucrando da sempre sull’enormità dei depositi di capitali esteri poco tassati e sulle tasse – esigue anche quelle – pagate da quantità indefinita di società di comodo che si insediano nel suo territorio: 2.586 km2, mezzo milione e rotti di abitanti.

Se l’Unione europea funzionasse politicamente, non si accontenterebbe di “armonizzare” le date di scadenza dei prodotti o le norme di sicurezza degli impianti elettrici (cosa comunque meritoria, ma che risponde ad una logica di mercato), armonizzerebbe anche l’imposizione fiscale. Questo verbo, “armonizzare”, va spiegato. Non significa rendere tutto e tutti uguali, ma stabilire, per tutti, degli standard, ossia dei minimi (o dei massimi) sotto i quali (o oltre i quali) non si può andare nel definire leggi e norme nazionali.

Nel caso del fisco non si tratterebbe di imporre aliquote uguali per tutti, ma si potrebbe partire da un’armonizzazione della base impositiva (ciò che va tassato) oppure dalla definizione di un ventaglio (meglio se piuttosto stretto) di aliquote. Questo limiterebbe la libertà degli stati di imporre tasse aggiuntive a seconda delle necessità di bilancio, ma limiterebbe anche la scandalosa concorrenza fiscale che gli stati si fanno soprattutto sul lavoro, gli investimenti produttivi e i capitali. Il caso del Lussemburgo ha fatto notizia perché è andato oltre, probabilmente, alle sue stesse leggi, imponendo agli amici del cerchio magico solo l’1% sugli utili. Per la cronaca, da noi, sulla rendita di un piccolo risparmio-pensione individuale paghiamo il 24%).

E’ curioso come gli stati membri abbiano offerto in pasto i loro bilanci ad un patto di stabilità che manca di qualsiasi flessibilità, ma abbiano sempre taciuto sulle zone esenti da tasse (le zone franche che, spesso, avevano ragioni storiche oggi ampiamente superate) e sull’imposizione sulle rendite finanziarie (qui una bella progressività stabilita a livello europeo non farebbe male). Viene il sospetto che sia stato proprio il vincolo giugulatorio del Patto di stabilità ad offrire l’alibi per fare della fiscalità nazionale un terreno in cui ogni paese fa bracconaggio per le sue necessità di denaro pubblico.

E il pubblico piange, si lamenta e si dispera, ma non fa l’unica cosa che potrebbe essere utile: rivendicare che la concorrenza sia corretta e trasparente, attraverso norme europee che impediscano abusi nazionali e/o territoriali. Se concorrenza deve esserci, che sia spostata su altri fattori: sulle performance di sistema, sulla produttività delle imprese, sulla capacità di innovazione e sulla qualità delle risorse umane. Tenere in equilibrio e in crescita costante questi fattori dovrebbe diventare l’obiettivo prioritario dell’UE.

Eppure questa rivendicazione non viene avanzata (i rivoluzionari non hanno mai capito nulla di tasse) e, quando lo è stata in passato, ha trovato lo sbarramento del voto all’unanimità al Consiglio UE. Già, perché in materia di fiscalità diretta, il Trattato impone che la decisione sia presa con voto unanime, cosa sommamente anti-democratica in qualsiasi regime. Il Trattato UE è stato cambiato già una mezza dozzina di volte, ma sulla fiscalità si è sempre preferito svicolare.

Ci siamo abituati ad indignarci quotidianamente senza mai andare a mettere le dita negli ingranaggi. Anche i grandi “denunciatori” sono pronti a tirare sul Patto di stabilità, ma non legano mai la disciplina di bilancio che, in sé non sarebbe nemmeno una cosa cattiva, con la necessità di armonizzare l’imposizione fiscale. Li ringraziamo, perché tanto il risultato lo conosciamo già e continueremo a pagarlo (ad Equitalia).

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