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martedì 4 novembre 2014

La classe operaia và all’inferno

classe operaiaSono ancora tutte da accertate le responsabilità e anche una parte delle dinamiche relative allo scontro tra agenti e operai del 29 ottobre a Roma. Quindi, per evitare di essere tacciati di settarismo, sospendiamo il giudizio sul fatto contingente fino a un chiarimento che si spera, senza soverchie illusioni, trasparente e oggettivo.

Tuttavia, nulla vieta che quell’episodio possa essere preso come metafora dellatrasformazione sociale in atto da anni, non soltanto in Italia o in Europa, ma in tutto il mondo: l’identificazione sempre più stretta tra capitale e apparato statale, sia nella gestione dell’economia, sia nella repressione, a vari livelli, del dissenso.
Gli studi statistici indicano che, nell’ultimo decennio, l’1% dei lavoratori dipendenti ha visto aumentare considerevolmente il proprio salario (se, oltre un certo limite, lo si può ancora definire tale), mentre il 99% lo ha visto diminuire, chi in relazione al potere d’acquisto, chi, addirittura, in termini assoluti, chi, ancora, ridursi a zero con la disoccupazione.
Oggi, un lavoratore si trova strangolato tra due non opposte tendenze: da un lato, larobotizzazione che tende a escludere e a ridurre ai minimi termini l’uso di manodopera; dall’altro, la sproporzione tra domanda e offerta di lavoro, che consente al capitale di graziosamente concederlo dietro compensi sempre più ridotti e più precari.
Questo si sa da tempo. Ciò che è meno noto è che anche nei “Paesi emergenti”, accusati, non a torto, di attirare investimenti e produzioni grazie al basso costo del lavoro (termine ipocrita che significa soltanto paghe vergognose a fronte di orari e ritmi lavorativi spesso insostenibili), la tendenza alla robotizzazione sta diventando una realtà. Ma una realtà che, data l’immensa forza lavoro fino a ora utilizzata, può portare a catastrofi sociali altrettanto immense.
Pensiamo, per essere originali, all’impetuoso sviluppo economico cinese: fino a oggi è stato, notoriamente, basato proprio sullo sfruttamento di quella che la buon anima di Aldo Moro definiva “disponibilità di manodopera”, cioè su disoccupati pronti ad accettare qualsiasi rapporto salario-orario-mansione, pur di avere un anche misero introito. Ma, ora che è trapelata la notizia che i maggiori distretti industriali di quel Paese sono in via di attrezzarsi di impianti robotizzati, potremmo assistere a una gigantesca espulsione dal mercato del lavoro di milioni di addetti, privi di ogni specializzazione e impossibilitati a ritornare alle campagne, già sature di altri milioni di contadini mal pagati e peggio attrezzati.
La visione marxista di un pugno di ricchi destinati a diventare ricchissimi e a un oceano di poveri destinati a diventare poverissimi si riaffaccia in tutta la sua tragicità in un mondo dove non sembra esservi più un contropotere in grado di contrastare il cinismo intrinseco al concetto di “mercato”.
Di più, mentre Marx prevedeva il fatale sfociare di questo dramma nella rivoluzione, i condizionamenti culturali di un mondo sfrenatamente liberista costringono anche le vittime a combattere “battaglie di retroguardia”: arroccarsi, in Italia, ad esempio,sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, importante, certo, in sé, sia come simbolo, sia come tutela concreta, ma non certo fondamentale in questa che è ormai una guerra (persa?) tra l’arroganza e l’opportunismo del capitale e il disperato bisogno di lavoro di una platea che non è soltanto italiana, ma di qualche miliardo di operai (vogliamo chiamarli “operatori” per non favorire l’equivoco di essere rimasti a vecchie categorie? Oppure è più utile chiamarli “lavoratori”, ancorché, lavoro, non ce ne sia?).
Il Liberalismo alla Adam Smith non contempla, tra i suoi programmi, l’etica, l’unica entità che potrebbe frenare o addirittura orientare il capitalismo selvaggio. Al contrario, arriva a teorizzare un incremento o un decremento numerico della popolazione in funzione del salario disponibile! Detti in termini crudi: «Se ti posso dare un minimo salario perché ho lavoro disponibile, puoi campare; se non posso, è naturale, e quindi giusto, che tu crepi di fame». Qualunque studente di Economia e Commercio può confermare che nessun esame, nessuna lezione, nessun accenno viene fatto, in tutto l’arco dei corsi, all’etica. Sarebbe come chiedere a un leone di anestetizzare un’antilope prima di spezzarle il collo. Del resto, non è forse vero cheAdam Smith formula le sue teorie in qualche modo anticipando di ottant’anni, in Economia, quelle che Darwin avrebbe elaborato circa le Scienze Naturali? E dove mai si può trovare l’etica in un processo di selezione della specie in cui il più adatto all’ambiente sopravvive, e il meno adatto sparisce, si estingue?
Sarebbe, certo, antropologicamente interessante vedere l’estinzione dell’operaio,dell’operatore, del lavoratore, se questi fossero soltanto una categoria filosofica. Dietro a questa minaccia, tuttavia, si nascondono alcuni miliardi di esseri umani, centinaia di milioni di nuclei familiari che, nel contempo, qualcuno vorrebbe rigidamente disciplinare, distinguendo tra nuclei “morali” e nuclei “immorali”, come se, durante un’alluvione, le forze dell’ordine, anziché cercare di mettere in salvo più gente possibile, si sforzassero unicamente di accertarsi che i documenti di identità non si bagnassero…
Perché “battaglie di retroguardia”? Perché un’ombra di benessere precedente ha creato tanti, diversi “giardini” e ognuno, di fronte a una crisi epocale, è ormai abituato a “coltivarlo”, il proprio giardino, guardando con sgomento, sì, lo sgretolarsi del giardino del vicino, ma senza davvero intervenire, salvo ritrovarsi da solo quando sarà la volta sua. Quante volte ascoltiamo gli appelli accorati dei dipendenti di una certa azienda o di un certo settore produttivo, rallegrandoci segretamente (siamo onesti!) di appartenere a un’altra realtà e di essere, per ciò, momentaneamente, se non al riparo, almeno non toccati?
Se le cose arriveranno a un grado di parossismo ancora maggiore di quello attuale, vi sarà una rivoluzione mondiale della classe oppressa? Ne dubito. Nessuno sembra più in grado di organizzare un’azione coordinata e con obiettivi chiari e raggiungibili. Il capitale ha assorbito in sé anche quella che, un tempo, era la Sinistra.
Essa non può incidere, se non adottando prassi e obiettivi del capitale stesso, al massimo (nei casi più “estremisti”) cercando di attenuarli: non più di sconfiggerli.
L’esperienza renziana non è certo l’unica: come si può condannarlo senza appello, se ovunque, nel mondo, le socialdemocrazie hanno dovuto, per avere qualche possibilità di vittoria elettorale, inglobare parte (e una parte non piccola e, per di più, crescente) dell’ideologia liberista? Ciò per tacere dell’esperienza cinese, scellerato esempio di capitalismo di Stato o, se si preferisce, di comunismo capitalista, mostri ibridi capaci di far impallidire gli amanti del fantasy.
quell’1% per cento di lavoratori dipendenti che, invece, hanno visto aumentare i loro compensi? Sono i manager: i portainsegne del capitale, i kapò e le blukowa di cui il capitalismo si serve per “il lavoro sporco”, cioè la riduzione in schiavitù del lavoratore, prima, e la sua sostituzione con un robot, subito dopo.

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