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mercoledì 19 novembre 2014

Istanbul. Vita senza filo spinato

Un giro nel quartiere Gülsuyu a Istanbul

E‘ una regola che vale sempre, vicino a una cemevi, la dimora alevita di dio, ci sono normalmente posti che vale la pena visitare. A Okmeydani, un quartiere rivoluzionario nella parte occidentale di Istanbul, quel posto è Sivas Pideci, dove viene servito il pide migliore in assoluto per rapporto qualità prezzo, e quel posto è naturalmente anche Sibel Yalcin Park, che prende il nome di una rivoluzionaria, in cui si può bere il miglior cay del rione dei “peggioriCayci di Istanbul” (Cay Evi sono le ‘case del tè’, ndt). Gülsüyü, il quartiere di cui si parla nella nostra breve storia, non è da meno.



Qui il mercato presso il quale si possono gustare innumerevoli prelibatezze è situato non lontano dalla cemevi e dal Mahir-Deniz-Ulas-Park, che prende il nome da tre dei più conosciuti comunisti turchi: Mahir Çayan, Hüseyin Cevahir e Ulaş Bardakçı.

Icone in un parco a Gülsuyu ricordano i rivoluzionari Mahir Çayan, Hüseyin Cevahir e Ulaş Bardakçı

Non è affatto un caso che parecchie cose belle (e buone) si trovino praticamente sempre nelle vicinanze di una cemevi. è naturale che sia così. Perchè tramite la repressione permanente della minoranza alevita, congiuntamente alla migrazione di massa verso le città dagli anni ´60 agli anni ´80, si sono venute a creare delle solide relazioni tra la cultura rivoluzionaria e quella alevita. E perchè le canzoni, i cibi, le bevande e la comunità hanno comunque nella cultura alevita un ruolo centrale. In luoghi come Kücük Armutlu, Okmeydani, Gazi Mahallesi e Gülsuyu queste tradizioni si intrecciano con le ascendenze di svariati gruppi rivoluzionari. Gruppi che hanno i propri bar, biblioteche, sale per le conferenze, „case del tè“ e molto altro.

Piazza nel centro di Gülsuyu, sullo sfondo un murales del gruppo „Partizan“ contro i narcotrafficanti.

Le organizzazioni di sinistra sono largamente accettate dalla popolazione a causa del ruolo fondamentale che svolgono nel prendersi cura della comunità e carico della gestione del quartiere, e tutti sanno che senza di loro nei quartieri poveri sarebbe ancora più difficile venire a capo della quotidianeità. Se si visitano i rioni non c‘è bisogno di guardarsi molto attorno per accorgersi che qui valgono altre ´leggì che nel resto di Istanbul.

Ciò era chiaro ancor prima di arrivare, in viaggio nel minibus infatti si ascoltava Ahmet Kaya, un caro cantautore che da voce agli oppressi dell‘Anatolia. Col minibus si sale, sempre di più, come se dovessimo raggiungere una fortezza. Arrivati su, il colpo d‘occhio sovrasta le aspettative, lasciandoci senza fiato. Si vede tutta Istanbul, questa città di mille città, in cui le baracche di argilla grattano il cielo, in cui ciò che si brama, si trova, e in cui ciò che si teme, ci trova. Moloch crudele e amorevole madre allo stesso tempo, si estende ovunque questa immensa città anomala, e là dove sembra finire, ricomincia ancora da capo. Da Gülsuyu si vede (quasi) tutta. E non solo. Lo sguardo giunge fino all´isola delle Principesse al di là del Bosforo

Vista da Gülsuyu di un villaggio vicino

Adesso capiamo come mai agli speculatori immobiliari e questa collina rivestita di case e casette brucia più che mai. E dopo aver cominciato il nostro giro, capiamo anche quanto qui verrebbe distrutto e smarrito, se i feroci costruttori. Esiste una vita sociale che è difficile da descrivere a quelli che non l‘hanno vissuta. E puoi viverla, sentirla, solo se con gli amici ci rimani nel mahallesi, nel quartiere.

Una ompagna ha annunciato il nostro arrivo, alcuni amici ci aspettano. Dalla biblioteca autogestita dal „Halk Cephesi“ (Fronte del Popolo) escono degli attivisti che distribuiscono volantini casa per casa. Anche noi ci avviamo, ancora attraversando l`intero quartiere. In centro, nella piazza del mercato, si trovano già con le loro vesti blu dei compagni del „Ezilenlerin Sosyalist Partisi“ (Partito Socialista degli Oppressi) a distribuire volantini; accanto a loro un‘anziana signora collabora con loro. Il volantino è un invito ad un concerto alevita e ad un‘assemblea contro la gentrificazione. Qua, dove la lotta per la possibilitä della vita non è una lotta che porta al conflitto con gli altri ma una in cui si sa che senza gli altri non si può vincere, il quotidiano è politica.

Autodifesa: manifestazione dopo l‘uccisione di Hasan Ferit Gediks da parte della mafia

Una delle lotte principali al momento è quella contro le „bande della droga“ (narcotrafficanti, ndt) e i clan mafiosi. A Gülsuyu i rivoluzionari hanno pagato per questo un altissimo prezzo lo scorso anno. A fine settembre 2013 muore Hasan Ferit Gedik, proveniente da Kücük Armutlu, un altro gecekondu* (*i quartieri di case di fango, in turco gecekondu, che significa letteralmente „posati nella notte“, in riferimento alla velocità con cui sono sorti. Un documentario molto interessante al link: https://www.youtube.com/watch?v=maEcPKBXV0M, ndt), in un agguato tesogli da un gruppo armato durante una manifestazione. „Ciò accadde nell‘occasione di un corteo contro un‘altra sparatoria. Il giorno precedente le bande avevano sparato ad un nostro amico. Perciò siamo scesi in strada. Alla protesta del 29 settembre fummo nuovamente attaccati, sprarono nella folla. Hasan Ferit si trovava lì e fù colpito da sei proiettili“ ci racconta una compagna di Hasan Ferit. Il giovane non resta però l‘ultima vittima di tale conflitto. Appena ad inizio ottobre le bande sparano a Ismail Dogan, abitante di Gülsuyu, il quale aveva collaborato alle azioni contro le bande mafiose (in tedesco Drogengangs, ndt). Le gangs funzionano da avanguardia militare degli interessi rionali dello stato e dei costruittori. I quali, si sente dire come sempre ancora, mandano avanti le bande per annientare, con l‘aiuto di droghe e di conflitti, l‘intesa sociale nel quartiere e in questo modo indebolire le forze della resistenza contro la „trasformazione urbana“.

Isolato, brutto come la fame, senz‘anima: il gated community nell‘immediata vicinanza di Gülsuyu

E i quali sono in agguato minacciosi alle porte di Gülsuyu. Camminando dalla cemevi verso la casa di Ismail Dogan, ci imbattiamo in una deigated community più brutti fra tutti quelli visti a Istanbul. Qui verrà eretto un quartiere, recintato da muri alti metri, filo spinato, reti d‘acciaio e telecamere; non vi è nulla di più distopico di così. Palazzi uniformi, strade vuote e pulite, monotonia come principio architettonico.

La „nuova Istanbul“ dell‘islamico e neoliberale governo dell‘AKP. Il complesso è circondato da kilometri di filo spinato, e in alcuni punti da muri di cemento alti metri

E come se i tipici piani di miscuglio tra islamizzazione e neoliberismo del partito di governo dell‘AKP volessero darci un segnale ottico, il primo edificio che si vede dall‘entrata di questa colonia da incubo è una moschea, dietro essa ancora e solo blocchi di cemento. Entrare, non lo vogliamo, inoltre è controllato tutto da un servizio di sicurezza. Ma non vogliamo nemmeno perchè ci basta uno sguardo per ottenere il senso di quanto squallida, paranoica, mortalmente tediosa debba essere la vita in questa prigione all‘aria aperta. Viverci dentro? No grazie.

Il voler difendere e salvare i gecekondu dall‘essere convertiti in pollicolture progettate su misura per la nuova presunta classe media non è uno stonato romanticismo. Quando spariranno, sparirà la cosa più bella che Istanbul ci offre: una cultura resistente, di resistenza, che ha le sue radici in un‘esistenza collettiva cresciuta giorno dopo giorno in una lunga tradizione.

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