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giovedì 6 novembre 2014

Gandhi e le religioni

Svuotare le vecchie librerie di famiglia ti fa trovare spesso delle piccole perle. E’ stato così con un librettino intitolato “Gandhi - Buddismo, Cristianesimo, Islamismo” (Tascabili Economici Newton, 1993). E’ un compendio di citazioni relative alle più grandi correnti religiose presenti in India al suo tempo, da cui si deduce un grande impegno culturale e spirituale di quello che viene sempre e solo ricordato come il vate della non-violenza.

Gandhi era sinceramente coinvolto dal Buddismo (che riteneva una filiazione vitale dell’Induismo, la religione alla quale lui aveva aderito dopo una lunga ricerca) e veniva continuamente interrogato dai suoi correligionari induisti che lo sospettavano di eresia. Rispondeva semplicemente che lui era onorato di essere “anche” buddista, ma che l’induismo rispondeva meglio alle esigenze di perfezione e spiritualità.
Interessante e vivace anche il dialogo coi cristiani a cui si rendeva disponibile con una semplicità e un’immediatezza che ci fanno sembrare le iniziativa di dialogo interreligioso della Sant’Egidio un invito all’Opera pieno di fronzoli, non necessariamente più efficaci. Il cristianesimo, in India, presente soprattutto attraverso la Chiesa anglicana, si articolava anche in una miriade di missioni protestanti e cattoliche, con le quali il Mahatma aveva un dialogo diretto ed epistolare molto stretto. A tutti diceva di aiutare, di insegnare, di curare ma di non fare proselitismo perché l’eventuale conversione doveva, semmai, essere un effetto secondario del loro vivere il cristianesimo come dedizione agli altri e, soprattutto doveva corrispondere ad un libero percorso spirituale di ognuno. Ai cristiani “che avevano una bottiglia di brandy in una mano e un pezzo di carne nell’altra”, Gandhi rimproverava di esser distanti dal vivere secondo il dettame evangelico e di farsi rappresentanti di una potenza coloniale in disprezzo dei poveri e degli esclusi. 
Ma in un bellissimo discorso, tenuto nel 1931 in occasione del Natale, alle 4.30 di mattina e davanti ad una mezza dozzina di cristiani, Gandhi fece una parziale autocritica riconoscendo che il cristianesimo era anche altro: “man mano che il mio contatto coi cristiani concreti cioè gli uomini che vivevano nel timore di Dio, andò crescendo, vidi che il Sermone della Montagna sintetizzava l’intero cristianesimo per chi intendesse vivere una vita cristiana. Fu quel Sermone a farmi amare Gesù. Posso dire di non essere mai stato interessato ad un Gesù storico. Non mi importerebbe nemmeno se qualcuno dimostrasse che l’uomo chiamato Gesù in realtà non visse mai e che quanto si legge nei Vangeli non è che frutto dell’immaginazione dell’autore. Perché il Sermone della Montagna resterebbe pur sempre vero ai miei occhi.”
Gandhi finì per piacere così tanto ai cristiani indiani che fu “vittima” di una quantità di iniziative volte a convincerlo a … convertirsi!

Complicati e difficili furono invece i rapporti di Gandhi con il mondo musulmano. Innanzitutto perché il Mahatma era profondamente contrario alla separazione del Pakistan (a grande maggioranza musulmano) dall’India (cosa che avvenne nel 1947). Questa contrarietà poteva esser letta come una volontà di dominio induista sulla minoranza islamica. In secondo luogo, perché i musulmani non vedevano di buon occhio la tesi di Gandhi secondo cui, usando il “passe-partout” della verità e della non violenza e aprendo con questa chiave qualsiasi religione si scopriva “una sottesa unità” a tutte le religioni. Il Mahatma diceva, a conclusione di una replica ad alcuni attacchi “pieni di veleno e menzogne più o meno consapevoli” della stampa musulmana, nel 1940: “Solo con la purezza e le buone azioni dei seguaci si può difendere la religione, mai con la contrapposizione a chi professa altre fedi”. 
Come tanti insegnamenti di Gandhi, anche questo sembra rimanere di grandissima attualità.  

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