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martedì 18 novembre 2014

Diseguaglianze e ingiustizie sociali hanno raggiunto un livello enorme

l’estrema disuguaglianza, sia patrimoniale sia di reddito, corrompe la politica, impedisce lo sviluppo economico, paralizza la mobilità sociale, fomenta la criminalità e la violenza, spreca talenti, soffoca le potenzialità e mina le fondamenta stesse della società, rappresentando un molteplice pericolo per tutti. Anche per quelli che la producono.


Stando a quanto si legge nel dossier di Oxfam Partire a pari merito. Eliminare la disuguaglianza estrema per eliminare la povertà estrema, se le ottantacinque persone più ricche del mondo posseggono tanto quanto la metà più povera dell’umanità e, in un anno, hanno riempito i loro portafogli di seicentosessantotto milioni di dollari al giorno, si fa presto a dire che il divario ha raggiunto livelli esasperati.
E tende ad aumentare: sette persone su dieci vivono in Paesi dove la distanza tra abbienti e non è maggiore di quanto non fosse trenta anni fa. Negli Stati di tutto il mondo le minoranze più ricche si appropriano di una quota sempre crescente del reddito nazionale e, dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 ad oggi, la schiera dei miliardari è quasi raddoppiata. Con la conferma da parte degli economisti del Fondo Monetario Internazionale che la disuguaglianza economica sia tra le concause della crisi stessa.

Tanto per farsi un’idea delle proporzioni: se subito dopo l’esplosione della crisi finanziaria, si fosse imposta una tassazione dell’1,5 per cento sui patrimoni dei miliardari del mondo, l’introito avrebbe consentito di salvare ventitré milioni di vite nei quarantanove Paesi più poveri, fornendo loro il denaro da investire in cure sanitarie e avrebbe creato un gettito sufficiente a coprire i gap annuali nei finanziamenti necessari per permettere  a ogni bambino di andare a scuola e per erogare i servizi sanitari.

Purtroppo, gli interessi acquisiti dai ricchi si oppongono alle riforme del sistema fiscale, il quale risulta essere uno degli strumenti più utili che i governi hanno a disposizione per ridurre la disuguaglianza estrema, e, ove non vi fosse la piena corrispondenza, trovano alloggio nei paradisi fiscali, scappatoie idilliache opportunamente costruite per ovviare ai pagamenti. E così il mondo intero, nel 2013, ha perso centocinquantasei milioni di dollari di entrate erariali per risorse occultate off shore, permettendo ai ricchi clienti di non pagare il loro giusto contributo in patria.

Il quale invece sarebbe, oltre che giusto, utile a garantire i diritti fondamentali, tra cui sanità e istruzione, a ogni cittadino. Cento milioni di persone sulla Terra, ogni anno, cadono in povertà perché devono affrontare di tasca propria le spese sanitarie e l’istruzione.
Chi è più povero sembra destinato a rimanerci: la distribuzione di reddito influenza notevolmente le aspettative di vita. I ricercatori dicono infatti che nei ventuno Paesi nei quali è stato possibile reperire dati in merito, la disuguaglianza economica vada di pari in passo con la scarsa mobilità sociale.

Quindi, per quanto duramente lavori, la grande maggioranza della popolazione più povera non può sfuggire alla sua condizione e in troppi subiscono l’umiliazione di un salario di sussistenza versus le retribuzioni percepite dai ricchi, sempre elevate e crescenti, corredate da bonus e redditi derivanti dal patrimonio e dal capitale accumulato.

Non basta. Laddove la disuguaglianza è estrema si manifesta tutta una serie di problematiche sanitarie e sociali, fra cui patologie psichiche e criminalità: i tassi di omicidi sono quasi il quadruplo di quelli rilevati in nazioni più eque.
Ma anche la possibilità di ricorrere alla giustizia è spesso in vendita, poiché i costi dei procedimenti disciplinari e dell’accesso ai migliori avvocati garantiscono impunità ai ricchi.
L’esito di questi meccanismi è appunto visibile nelle politiche fiscali sbilanciate e nei regimi normativi permissivi, che incoraggiano la corruzione e indeboliscono la capacità dei governi di combattere la povertà. Anche perché gli interessi delle elites economiche orientano le scelte dei politici e consolidando sempre più le posizioni di iniquo vantaggio dei più facoltosi.
Il potere di lobbying delle ricche corporazioni plasma le regole a loro favore e le istituzioni finanziarie pagano oltre centoventi milioni di dollari all’anno a schiere di lobbisti che hanno l’obiettivo di indirizzare a loro vantaggio le politiche dell’Unione europea. Molti miliardari hanno fondato le loro fortune sulle esclusive concessioni e privatizzazioni governative derivanti dalla rapacità politica e dal fondamentalismo del mercato.

Stando al quale si può dare avvio a una crescita economica duratura soltanto riducendo gli interventi governativi e lasciando che i mercati seguano il proprio corso. Ma questo, se sta bene al capitalismo, è, invece incompatibile con le regole necessarie a tenere a bada la disuguaglianza, perché impone agli Stati europei indebitati di privatizzare, deregolamentare, tagliare gli strumenti di welfare favorevoli ai più vulnerabili e, contemporaneamente, di ridurre le tasse ai più ricchi.

Eppure è documentato che gli esseri umani avvertono, per la loro stessa natura, che negli alti livelli di disuguaglianza c’è qualcosa di sbagliato, contraddicendo l’opinione prevalente secondo la quale avrebbero una tendenza innata a perseguire l’interesse personale. No. Non è una condizione intrinseca e inevitabile: la storia ha dimostrato che le sue peggiori manifestazioni e forme sono nate da lucide scelte politiche, ma che la preferenza di fondo degli esseri umani per l’equità e l’uguaglianza è trasversale a tutte le culture e le società.

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