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giovedì 2 agosto 2018

A #Bologna il tempo si fermò, #2agosto

Quando si scende da un treno,  si esce in piazza Medaglia D'Oro e si fissa quell'orologio. Non segna l'ora giusta, le lancette sono immobili. "Chissà da quanto tempo è rotto", si lamenta, senza immaginare che la vera vergogna è non sapere perché lì, a Bologna, quell'orologio, è fermo.

La strage del 2 agosto sta diventando sempre di più un ricordo per pochi; giusto per i bolognesi e pochi altri, per coloro che vissero l'inferno in prima persona, coloro che persero i propri amici e familiari, coloro che furono tra i soccorritori delle vittime. Si parla di centinaia di persone che, quel mattino, a seguito dell'esplosione, si precipitarono nel piazzale della stazione a estrarre feriti e morti, caricarli su taxi e autobus, trasformando i mezzi del trasporto pubblico in ambulanze improvvisate, lanciate a tutta velocità nel centro cittadino, tra la polvere, le macerie e il sangue.
Oggi non si sa: si dimentica; la storia recente non si studia a scuola e sulle stragi è caduto, col tempo, il pesante manto dell'oblio e del passato. Restano tutto sommato pochi, coloro che sanno chi sono, quegli 85 nomi incisi su una lapide, nella sala d'attesa della stazione centrale. E ad ancor meno sono le persone a cui interessa informarsi, dar loro un volto e una storia, un riscatto dal tempo trascorso e dall'ingiustizia.
"Chissà da quanto tempo è rotto" ed è come se quelle 85 persone non fossero mai esistite. Non si fossero mai trovate anche loro lì, in quella sala d'aspetto di seconda classe, in attesa di partire per le vacanze estive. Ferie programmate, un periodo di relax e divertimento, forse serenità, mete che non raggiunsero mai. Una valigia abbandonata sul tavolino strappò per sempre le loro speranze e aspettative. Le loro vite. 
Dentro quello che appariva solo come un innocuo bagaglio, vi era in realtà dell'esplosivo militare che, deflagrando, non lasciò scampo agli astanti. Erano le 10.25 e il tempo, a Bologna, si fermò.
La notizia rimbalzò in tutta Italia. A Roma, l'allora presidente del ConsiglioFrancesco Cossiga parlò di un'esplosione avvenuta per cause fortuite. La posizione ufficiale del governo era che, semplicemente, una caldaia dei sotterranei era esplosa.
Ci volle del tempo prima che i rilievi e le testimonianze raccolte dimostrassero la verità: non s'era trattato di un incidente, ma di un crimine, che qualcuno, fin dall'inizio, aveva tentato di insabbiare. E Cossiga non fu certo l'unico. Nel tempo si imboccò la pista di una strage rientrante a pieno titolo nella strategia della tensione, quel periodo d'Italia in cui il terrorismo, le mafie, i Servizi e la massoneria decidevano le sorti della popolazione, collaborando strettamente tra di loro e confondendo sempre più le acque, fintanto che della verità ultima non rimanesse traccia.
Ora si parla di reato di depistaggio. La commissione Giustizia della Camera ha dato il via libera. Il fatto che l'approvazione avvenga a ridosso dell'anniversario della strage la fa apparire come un contentino per quanti, da anni, richiedono che venga istituito e che sempre sono rimasti inascoltati. Se ci fosse stato prima, d'altronde, sarebbe stato più difficile per un personaggio come Licio Gelli deviare le indagini. Proprio lui, l'uomo chiave della storia occulta d'Italia, che fu in grado di unificare sotto la sua figura Cosa Nostra, massoneria e terrorismo. Ma sarebbe stato più complicato anche per i Servizi segreti italiani, il Sismi, i cui vertici, rappresentati, nel contesto, da Francesco Pazienza, Federigo Mannucci Benincasa, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte -gli ultimi due tra l'altro affiliati alla P2-, inscenarono svariati episodi atti a depistare le indagini per concluderle nel minor tempo possibile. Tra i più gravi, vi fu il posizionamento, su un treno a Bologna, di una valigia piena di esplosivo e contenente oggetti personali di due estremisti di destra, uno tedesco e uno francese. Musumeci, inoltre, fece in modo di produrre anche un falso dossier in cui segnalava gli intenti stragisti dei due neofascisti.
Malgrado o grazie a ciò, la pista sul terrorismo nero dietro la strage di Bologna fu battuta. E non solo: venne anche portata a compimento. 24 giorni dopo l'eccidio, la Procura di Bologna ordinò l'arresto di 28 militanti di estrema destra, appartenenti alNar. Tutti, compresi Roberto Fiore e Massimo Morsello, che poi divennero i fondatori di Forza Nuova, vennero però scarcerati un anno dopo.
Ci vollero altri 15 anni, prima che le manette tornassero a stringersi attorno ai polsi di qualcuno. Nello specifico, attorno a quelli di Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, entrambi militanti del Nar, condannati all'ergastolo come esecutori materiali della strage, nonostante, da sempre, si proclamino estranei e innocenti. Una tesi che, successivamente, trovò l'appoggio anche di Cossiga.
Con il trascorrere degli anni, infatti, il senatore democristiano cambiò idea: improvvisamente, a suo dire, non si era trattato di un incidente, ma di un attentato; non di estrema destra, ma del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che trovava ragion d'essere nei rapporti che i servizi italiani intrattenevano con il Medio Oriente nell'ambito del cosiddetto “Lodo Moro”. Pista, questa, venuta clamorosamente a crollare nei giorni scorsi, quando i pm di Bologna hanno depositato la richiesta di archiviazione per le posizioni di Thomas Kram e Margot Christa Frohlich, due terroristi tedeschi indagati. Secondo i magistrati, la presenza dell'esperto di esplosivi Kram a Bologna la notte prima dell'attentato è accertata, ma “quel solo e sorprendente fatto non è tuttavia sufficiente per ipotizzare in assenza di altri elementi” sul suo conto “una partecipazione alla strage della stazione”. Per i pm, poi, è tutta la teoria a non reggere, in quanto, secondo tale ipotesi, il legame tra terrorismo palestinese e Kram avrebbe dovuto essere il terrorista venezuelano "Carlos". Rapporto non solo indimostrabile, ma pure confutato dal diretto interessato.
Fu lui, Carlos, a sottolineare infatti come, non solo ai tempi della strage avesse già rotto da anni i ponti con il Fplp, ma che inoltre non vi sarebbero stati motivi, per gli arabi, di colpire degli innocenti italiani: avrebbero solo rischiato di danneggiare i rapporti tradizionalmente buoni tra la Palestina e il nostro paese. Secondo lui, dunque, a Bologna a colpire furono piuttosto piuttosto la Cia e il Mossad, così da punire l'Italia e distoglierla dai propri interessi “antiatlantici” e “filoarabi”.
Necessario, in tal contesto, ricordare come, appena trentacinque giorni prima era, avvenuta la strage di Ustica e, secondo questa ipotesi, il Dc 9 sarebbe stato colpito inavvertitamente mentre nei cieli sopra l'Italia imperversava una feroce battaglia aerea finalizzata a difendere Gheddafi, in quelle ore in volo.
Fili che si intrecciano e che, anziché portare ad un'unica trama, si allontanano dal fulcro, ingarbugliandosi e distogliendo dalla verità. La stessa verità che i parenti delle vittime della strage invocano: non si arrendono, nonostante il tempo trascorso e le troppe storie raccontate e mai accertate.
Sono gli stessi ancora in attesa di un risarcimento che continua ad essere promesso e mai mantenuto, gli stessi che, passando in piazza della Medaglia D'Oro e rivolgendo lo sguardo all'orologio, non si domandano da quanto tempo sia fermo.
Lo sanno benissimo.
34 anni, trascorsi, minuto per minuto, senza giustizia.

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