BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA

domenica 17 giugno 2018

succede che...

Succede che un medico di fronte a salvare una vita o rispettare le scelte più o meno logiche e religiose del paziente sceglie la prima: perchè salvare una vita lo considera un suo dovere a prescindere dalle volontà del malato, il medico non ha rispettato il diritto di morire di una persona, diritto che è negato dalla sua religione, ..un medico può tradire il suo senso della vita? Può tradire il fatto che può e deve tentare comunque di salvare una persona? Un medico può poi dimenticare che poteva fare, ma non ha fatto? Un medico può dimenticare il suo giuramento? Il medico è stato condannato per non aver rispettato le volontà della paziente, testimone di Geova, con tutti i vincoli, paure, ossessioni che tale religione impone…Caro medico se la donna fosse morta perchè ti sei sentito in dovere di rispettare la sua scelta: saresti stato accusato ugualmente…Insomma medici ed insegnanti sono sotto tiro di follie nonché sopratutto i primi di denunce …è un modo alla fine di tentare di far quattrini…l’etica oggi è questa: qualunque occasione è buona per richiedere risarcimenti a torto o a ragione…Qualunque occasione è buona sulla pelle altrui…La scelta della signora era una sorta di eutanasia religiosa  e/o fanatismo religioso…In ogni caso sempre il medico avrebbe pagato. Oggi la cosa migliore è evitare di chiedere: “come stai?” Il rischio che si venga accusati di interesse verso l’altro sono molti rispetto al menefreghismo, tranne che ovviamente non serva per farsi vedere “altruisti”, ma solo a parole e poi in ogni caso scaraventare il problema sulle spalle di altri o dimenticarsene al più presto o ricambiare con una sfilza di problemi propri.
Altra follia tutta nostra, o meglio di una fazione di vecchi (e poi anche non tanto) nostalgici o di giovinastri dalla “solida” intoccabile ignoranza e tronfi della loro cecità mentale: Un gran vociare: Come una via (nel senso di strada!) intitolata ad Almirante? Vergogna, fascisti e bla..bla..bla, quak, quak, coccodè…  Bene tu, si proprio tu che sbraiti, tu da collettivo, fazzoletto rosso, pugno chiuso, centro sociale, voglia di lavorare? Boh…Cortei ed abbasso la polizia, italiani fascisti! …e tutte queste belle cose, tu che magari vivi in un appartamento un po’ umido, di 50 mq, poca luce, zona depressa e paghi 450 euro al mese, se ti dicessero: L’abbiamo sorteggiata e ha vinto: Appartamento in zona centrale, 150 mq. ampia terrazza panoramica, posto auto, riscaldamento autonomo, cucina attrezzata di tutto, idromassaggio….l’unico onere un contributo alle spese condominiali di 70 euro al mese, l’appartamento è sito in Via Almirante…Tu, si proprio tu che starnazzi che fai rifiuti??? Dimmi rifiuteresti? Spiegando che: in Via Almirante ci vadano ad abitare i fascisti…fascisti carogne, tornate nelle fogne!! (Si perchè sono un po’ rimasti indietro….)…oppure preso da un impeto più che mai di sinistra diresti: grazie, ma in via Almirante vi mando 10 libici ed io vado ad occupare velocemente il loro sottoscala, per il quale dovrò pagare solo 300 euro al mese….
La consapevolezza di fare la figura degli imbecilli non sfiora mai…
Riccarda Balla

Il #M5S a Roma (e in italia) ha perso la verginità?

Lanzalone che la stampa ha ribattezzato il mister Wolf (citazione da Pulp Fiction), il probleM solver del M5S.  Battesimo non senza ragione, lo stesso Di Maio ha riconosciuto che Luca Lanzalone era stato premiato con la presidenza di Acea per il molti problemi risolti e appianati a favore e vantaggio di M5S, anzi appianati e risolti su incarico M5S.

Com’è che nessuno chiede le dimissioni di questo governo truffaldino e omertoso?? #uominieno

Il rapido smascheramento degli affari sporchi M5S-Lega. L’impostura del «grande cambiamento». E’ durata poco la credibilità del governo M5S-Lega i cui leader Di Maio e Salvini avevano promesso agli italiani il più grande cambiamento politico dal 1945. Hanno continuato e continuano a gridare gli slogan della campagna elettorale dicendo che spazzeranno via il marciume dei governi passati, la corruzione, tutti i meccanismi dei favori agli attori forti, che non avrebbero mai permesso l’accesso al potere alle persone sotto inchiesta e tantomeno condannati …

venerdì 15 giugno 2018

Le disuguaglianze Italiche crescono....

E l'Italia si scopre divisa in due tronconi, uno ricco e uno povero. Nelle città del Nord, in particolare del Nord-ovest, ci sono le più alte retribuzioni medie annue dei lavoratori dipendenti. Nel 2016 il reddito medio di un lavoratore dipendente nel Nord è stato di circa 24.400 euro, contro i 16.100 euro di un lavoratore del Meridione: una differenza di oltre 8mila euro annui che in qualche modo indica la diversa struttura dell’occupazione e delle retribuzioni, ma anche la maggiore continuità o discontinuità nella partecipazione all’occupazione dipendente che connota le due aree del Paese.

A documentarlo è l’Istat, sottolineando come l’attuale divario sia associato a dinamiche molto diverse nei territori. Se è vero che le retribuzioni medie annue risultano cresciute , esse sono cresciute con velocità notevolmente diverse: +11,4% al Nord, +3,4% nel Mezzogiorno. Ma il divario iniziale, che nel 2009 misurava 6.300 euro a vantaggio del Nord sul Meridione, si è quindi notevolmente accentuato, come tutti gli altri indicatori delle disuguaglianze nel nostro paese.

Oltre che ampia, la differenza tra le aree del paese è netta: le prime 22 province in termini di reddito da lavoro dipendente sono tutte del Nord, ad eccezione di Roma, che è terza in Italia con 23.300 euro circa, dopo Milano (29.600 euro circa) e Bologna (25.600 euro circa); nessuna provincia del Centro o del Nord occupa la coda della distribuzione, in cui invece si concentrano tutte le province della Calabria e della Campania tranne Napoli; Foggia, e Lecce per la Puglia; Matera in Basilicata; Trapani, Messina, Agrigento, Enna e Ragusa in Sicilia; le province sarde di Sassari e Nuoro. Differenze si osservano anche all’interno delle aree, in particolare nel Nord-ovest e al Sud della Penisola, con intervalli che vanno dai 29.600 euro di Milano ai 16.700 circa di Imperia, dai 19.600 di Chieti ai 12.100 di Vibo Valentia. Il reddito da lavoro dipendente nella provincia in maggiore vantaggio, Milano, è circa due volte e mezzo quello della provincia più svantaggiata in assoluto, Vibo Valentia.

Le differenze territoriali vengono invece mitigate dall’importo medio annuo delle pensioni, pari a circa 17.700 euro in Italia nel 2015, più elevato al Centro (18.800 euro circa) e più basso al Mezzogiorno (15.600 euro circa), rispetto ai salari la differenza scende quindi da 8mila a poco più di 3mila euro. La differenza si è accresciuta di poco negli ultimi anni, data la minore dinamicità di questa fonte di reddito che, rispetto al 2011, è cresciuta di appena l’1,1% sia in media nazionale che ripartizionale. La graduatoria delle province è compresa tra il massimo di Roma (21.500 euro circa) e il minimo di Crotone (13.500 euro circa). Il netto divario Nord-Sud è confermato dalla distribuzione provinciale: nella coda della distribuzione si trovano soltanto province del Mezzogiorno, ad eccezione di Fermo (14.600 euro circa), nella parte più alta soltanto province del Nord e del Centro. Tuttavia si riscontrano differenze particolarmente ampie tra le province del Nord-ovest, comprese tra il massimo di Milano (21.300 euro circa) e il minimo di Imperia (16mila euro circa).

Perchè dovremmo aprire i porti?

La parola porto deriva, attraverso il latino, dal greco poreytòs, in cui riconosciamo la stessa radice che troviamo in pòros, che significa passaggio: il porto quindi non è mai una destinazione, ma un luogo – o magari un momento – di passaggio, da un luogo a un altro, da una condizione a un’altra. Dovrebbero ricordare questa semplice definizione sia il ministro che in questi giorni ha dichiarato che i porti italiani saranno chiusi, sia i sindaci di grandi città sul mare che, magari solo per fare polemica contro il partito di quel ministro o forse perché ci credono davvero, hanno detto che vorrebbero aprire i porti delle loro città. Ma dovrebbero ricordare questa definizione anche le autorità francesi che hanno creato a Calais, un porto così importante per la storia di quel paese, un grande campo, chiamato significativamente The Jungle, che – nonostante sia ufficialmente chiuso – è ancora una destinazione per troppe persone.
Quel ministro ha certamente l’autorità per “chiudere” un luogo fisico, una banchina dove dovrebbe attraccare una nave, come io ho il permesso di dire che questa decisione è sbagliata, tragicamente sbagliata, perché è immorale il divieto di attracco e quindi di sbarco di una nave dove si trovano 629 persone, tra cui bambini, donne in gravidanza, persone malate. Non credo che un sindaco abbia il potere di aprire quel luogo che il ministro ha chiuso, ma il tema non è il luogo fisico e chi ne abbia le chiavi.
Un ministro non può impedire un passaggio da una condizione a un’altra. L’uomo – o la donna – che decide di lasciare il proprio paese perché in quel luogo non ci sono più le condizioni politiche, economiche, sociali, per vivere, non è più un cittadino sottoposto alle leggi del suo paese, ma un esule, che quelle regole non può più – o non vuole più – rispettare, e che quindi deve essere sottoposto a nuovi doveri, ovviamente in cambio di nuovi diritti. L’uomo – o la donna – dal momento che è partito diventa qualcun altro, qualcuno a cui noi dobbiamo garantire precisi diritti, come ci insegnano già gli antichi. E hanno ancora più diritti quelli che nel linguaggio burocratico chiamiamo “minori non accompagnati”, ma che poi sono bambine e bambini, le cui famiglie hanno una sola possibilità e devono scegliere: uno solo può fare quel viaggio, per uno solo ci sono i soldi, e viene scelto il più debole, quello che soffrirà di più, ma anche quello che potrà vivere di più. Anche qui c’è un passaggio, quel bambino – o quella bambina – diventa un orfano.
Naturalmente non tutti quelli che partono hanno questi diritti, alcuni non li hanno mai avuti – se non il diritto di essere salvati in caso di imminente pericolo – perché il loro obiettivo è lasciare un paese, dove magari stanno davvero male anche loro, ma per commettere dei reati, e con l’intento di non rispettare le leggi del paese in cui vogliono arrivare. Compito di un ministro sarebbe quello di organizzare un sistema di controlli rapido, efficiente e sicuro, attraverso cui separare il grano dal loglio. A parte che fare una cosa del genere è difficile, e richiederebbe tempo – tempo che immagino il ministro non abbia, visto che è sempre in giro a fare dichiarazioni – fare questo sarebbe controproducente per quel ministro, dal momento che il suo partito per ottenere voti ha bisogno che arrivino stranieri in maniera irregolare. Ma soprattutto quelli che votano per quel ministro hanno bisogno di stranieri senza diritti, altrimenti non saprebbero chi far lavorare nei loro campi o nelle loro fabbriche con paghe da fame o non saprebbero a chi affittare in nero le loro case. E allora qui assistiamo a un altro passaggio, quell’uomo – o quella donna – da esule che era, diventa uno sfruttato; e si tratta di un passaggio su cui il ministro e i suoi elettori chiudono volentieri un occhio.
Quando il ministro urlerà ancora che i nostri porti sono chiusi, noi dovremo rispondergli che ci sono cose che non può fare, ci sono passaggi su cui non può intervenire e che non può chiudere.
Ma il porto deve essere un luogo e un momento di passaggio non solo per quegli uomini e quelle donne che stanno arrivando, ma anche per noi, che apparentemente rimaniamo fermi qui. Abbiamo bisogno di riconoscerci come uomini e donne che passano attraverso dei porti: è il passaggio che facciamo, o che dovremmo fare, da spettatori inermi ad attori, da consumatori a cittadini, da schegge di una comunità chiusa ed egoista a gocce in una fratellanza solidale sempre più ampia. Dei porti si può avere paura, perché è più facile stare nella sicurezza delle proprie case, nelle certezze che ci siamo costruiti, mentre ogni passaggio ha in sé un rischio. Lo sanno bene quelle donne e quegli uomini che accettano ogni giorno per sé e per i propri figli un pericolo che paralizzerebbe tanti di noi. Per questo dobbiamo andare loro incontro, dobbiamo capirli, dobbiamo riconoscerli come fratelli: quei porti li dobbiamo aprire a loro, ma anche a noi.

giovedì 14 giugno 2018

Caporalato in Sicilia: gli immigrati schiavi

Lavoravano per 3 euro all’ora nelle campagne di Marsala e di Mazara del Vallo, ricevevano pane duro a pranzo e a cena, venivano sfruttati anche per 12 ore al giorno

. E’ quanto sono stati costretti a subire diversi lavoratori immigrati, clandestini e regolari, reclutati da due agricoltori di Marsala (Trapani), padre e figlio, rispettivamente di 68 e 35 anni, arrestati oggi dalla Polizia di Trapani.

I due sono finiti ai domiciliari su ordine del GIP di Marsala con l’accusa di sfruttamento della manodopera aggravato e in concorso. Il Giudice ha disposto anche il sequestro preventivo di due vigneti e di un vasto oliveto, di proprietà degli arrestati, dove venivano fatti lavorare gli immigrati.

Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Procura della Repubblica di Marsala, sono durate sei mesi e hanno accertato che i due “caporali” sfruttavano gli immigrati facendoli lavorare non solo nelle loro aziende, ma anche mettendoli a disposizione di altri agricoltori di Mazara del Vallo e di Marsala. Quasi ogni mattina andavano a prelevarli con le loro macchine e li portavano nei campi per fare la vendemmia, la raccolta delle olive, della frutta e della verdura.

Sono state le intercettazioni e le telecamere installate dagli investigatori a inchiodare i due responsabili. Padre e figlio svolgevano rapide ‘contrattazioni’ con gli immigrati sulla paga oraria, sulle ore di lavoro e sul cibo e decidevano quale lavoratore impiegare: chi “faceva troppe storie” sul compenso o sul cibo veniva subito “scartato”.

Dalle indagini della Polizia di Stato è emerso che gli arrestati sfruttavano la manodopera almeno da tre anni, facendo fare turni di lavoro massacranti che iniziavano alle 5 del mattino.

Tre euro era la paga oraria massima oltre alla “mangiarìa“, cioè il panino che i due “caporali” davano ai lavoratori come pasto della giornata, non sempre previsto se la paga era un pò più alta. Spesso, però, il pane era duro e scarso; per questo motivo, alcuni degli immigrati sfruttati si lamentavano, chiedendo almeno del pane più morbido e più abbondante.

I terreni sequestrati dalla Polizia saranno confiscati dallo Stato, perché utilizzati per compiere il reato di sfruttamento della manodopera.

Loro si facevano chiamare “padrone“, e agli immigrati ridotti praticamente in schiavitù avevano assegnato i nomi dei giorni della settimana, come il “Venerdì” di “Robinson Crusoe”, il romanzo del ‘700 di Daniel Defoe. Dalle indagini è emerso che i lavoratori si rivolgevano ai due uomini chiamandoli “padrone” e, questi, a loro volta li chiamavano con i nomi della settimana: “giovedì” era il nome assegnato ad uno degli uomini sfruttati.

Gli immigrati venivano prelevati da un capannone nelle campagne di Marsala, dove vivevano in pessime condizioni igienico sanitarie, o erano reclutati direttamente nei centri di accoglienza per migranti.

Il licenziamento di Lavinia Flavia Cassaro è un atto vile, A LEi va TUTTA LA NOSTRA SOLIDARIETA' E RICONOSCENZA #IOSTOCONLAVINIA

Nella giornata di martedì 12 giugno è arrivata alla maestra Cassaro di Torino la lettera di licenziamento. La pro che in piazza, quindi non in orario di servizio, aveva contestato Casa Pound all’interno di una manifestazione antifascista, subisce dopo il linciaggio mediatico anche il licenziamento in tronco dall’Ufficio Scolastico Regionale.

La pervicacia e l’atteggiamento vessatorio verso la maestra Cassaro non sono solo frutto di coincidenza, non sono solo misure sproporzionate rispetto al comportamento tenuto in piazza dalla Cassaro; il licenziamento è un provvedimento politico che sapevamo sarebbe arrivato. La maestra “estremista”, la “cattiva maestra”, l’insegnante “contrastiva” è stata punita. L’eccitazione di chi pensa che la democrazia di questo paese debba essere imbrigliata da disciplina e obbedienza è evidente, così come è chiara l’intenzione di avallare e legittimare il comportamento di chi in piazza, con autorizzazione delle questure o delle prefetture, inneggia all’apologia del fascismo, nonostante ciò sia considerato reato dalla nostra Costituzione.

Non si può assistere in silenzio al succedersi di questi eventi. La vita dei lavoratori della scuola al di fuori del posto di lavoro non può essere soggetta alla discrezionalità dell’istituzione scolastica. La maestra Cassaro quando non è a scuola in servizio è una libera cittadina che esprime liberamente il proprio dissenso critico perché in Italia non esiste il reato d’opinione. La difesa della collega Cassaro, alla quale continua ad andare tutta la nostra solidarietà, non può e non deve passare dall’argomentazione su quanto sia più o meno sproporzionata la pena che il suo datore di lavoro le vuole comminare.

Si comprende molto bene, quindi, quali siano le finalità politiche di questo decreto di licenziamento che ci riguarda tutti, perché al di fuori delle mura scolastiche i lavoratori sono cittadini che vogliono rimanere attivi, non vogliono arrendersi e non staranno a guardare lo smantellamento dei diritti democratici sanciti dalla Costituzione nata dalla Resistenza.

Riflessioni sulla situazione della classe operaia in Italia

Tre lavoratori morti ammazzati in pochi giorni: un bracciante, vittima delle condizioni schiavistiche create dalla pressione della grande distribuzione sulla produzione agricola gestita da mafie e caporali in Puglia e Calabria; un operaio delle Acciaierie venete investito da una colata di acciaio fuso e un operaio schiacciato da un muletto in Piemonte. Nel frattempo, un operaio della Fiat, licenziato insieme ad altri cinque colleghi per aver protestato contro chi ristruttura le aziende sulla pelle dei lavoratori – nel caso specifico dopo il suidicio di una cassaintegrata – si cosparge di benzina a Napoli e tenta il gesto estremo.

mercoledì 13 giugno 2018

Guardiamo oltre.... c'è poco di gradevole da vedere

Cerchiamo di sottrarci al rumore di fondo e proviamo a guardare da fuori il nauseabondo pasticcio europeo aperto da Salvini con la “chiusura dei porti” alle navi delle Ong con persone a bordo.

In estrema sintesi: al rifiuto italiano – che viola diverse leggi internazionali e ovviamente la più antica “legge del mare” – ha fatto seguito la mossa di marketing del neopremier spagnolo Sanchez e un inedito scontro con la Francia a colpi di “vomitevole”, che non è esattamente il linguaggio diplomatico normale. Specie tra paesi civili.

Ci stiamo salvinizzando

Matteo Salvini si è preso il centro della scena politica alla sua maniera per fare la sua personalissima campagna elettorale e per continuare a coltivare la sua tanto irresistibile, quanto estremamente pericolosa, ascesa usando spudoratamente il ministero dell’interno come fosse un ministero della propaganda qualsiasi.

Per lui, Stato e partito si sovrappongono. Vi ricorda qualcuno? Se potesse, farebbe come Erdogan, ma sa che ancora non è il momento. Però ci sta lavorando, e sodo. Il resto, gli utili idioti, gli stanno facendo da confuso e soccombente contorno.

Ma cosa tiene insieme Lega e Movimento 5 Stelle? Sicuramente una vaga promessa elettorale di ripristino di alcuni diritti sociali perduti e l’offerta altrettanto vaga di “protezione” davanti alle incertezze di un mondo sempre più complesso e sempre più veloce. Le manterranno? A sentire il loro ministro dell’economia Tria, totalmente prono ad euro, pareggio di bilancio ed austerity, parrebbe proprio di no.

I risultati delle amministrative già certificano il primo importante crollo di consensi verso la gestione Di Maio e l’evidente, sostanziale, subalternità dei 5Stelle all’inarrestabile protagonismo della Lega di Salvini. E tuttavia, andrebbe ricordato che quei diritti sociali sono stati spazzati via proprio dai governi di “sinistra”. Quella “sinistra” che ora scalpita con la solita retorica umanitaria sul tema dei migranti e dell’accoglienza. Ma è solo retorica, per l’appunto, null’altro che vuota retorica.

Quella stessa retorica “umanitaria” usata massicciamente per giustificare tutte le guerre d’aggressione neocoloniali degli ultimi trent’anni sotto l’egida della NATO; guerre che, insieme al traffico d’armi, alla selvaggia globalizzazione neoliberista ed all’incessante saccheggio delle risorse di quei paesi, hanno ridotto alla disperazione ed alla fame le moltitudini di esseri umani che ora cercano una speranza di salvezza solcando i mari in imbarcazioni fatiscenti, con altissimo rischio di crepare.

La “sinistra”, ovvero, quella strana cosa che si fa chiamare ancora così, ha aperto autostrade al progetto razzista e neofascista di Salvini per mezzo del suo uomo nuovo (si fa per dire) Marco Minniti. Proprio ora che Salvini ha preso il centro della scena con la vergognosa vicenda della nave “Acquarius” e con i suoi fiammanti e deliranti tweets, andrebbe ricordato che fu l’accordo italo-libico del 2 febbraio 2017, voluto e firmato da Minniti e Gentiloni, a permettere la detenzione dei migranti nei lager gestiti dalle mafie libiche in affari con i trafficanti di esseri umani (e la mano libera alle motovedette libiche contro i soccorsi in mare). Luoghi in cui, secondo l’Alto Commissariato dell’ ONU per i diritti umani, si praticano sistematicamente indicibili violenze, stupri e deprivazioni di ogni genere, anche nei confronti di minori.

Certo, nell’ascesa di Salvini andrebbe ricordato anche il ruolo nefasto del sistema mediatico mainstream che, oltre ad avere fatto di uno scaltrissimo cialtrone un “grande leader politico”, ha quotidianamente alimentato una narrazione tutta incentrata sulla criminalizzazione dello straniero e sulla rabbia della “gente” che ha fatto da tappeto perfetto per i deliri razzisti salviniani.

E tuttavia, mai come in questo momento, andrebbero tenute presenti le responsabilità politiche e culturali della così detta “sinistra” che hanno fatto da indispensabile premessa alla deriva neorazzista in atto; in primis, la situazione di pesante degrado ed abbandono in cui sono state lasciate, per decenni, le periferie dei grandi agglomerati urbani ed in cui sono esplose le inevitabili contraddizioni usate da destra e fascisti per imporre la propria visione securitaria, razzista e neoidentitaria.

Una visione che di recente abbracciata anche una certa “sinistra” che aveva trovato nel discepolo di Cossiga, Marco Minniti, un nuovo appassionato interprete ammirato anche a destra. I suoi decreti su immigrazione e “decoro urbano” sono già pietre miliari delle politiche classiste, razziste e securitarie di questo paese avendo dato la stura alle peggiori pulsioni e pratiche nei confronti proprio nei confronti dei più poveri e dei più deboli.