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venerdì 16 febbraio 2018

Bologna ferita da fascisti e polizia che li protegge

Scontri in piazza Galvani a Bologna tra la polizia e antifascisti. Un centinaio di manifestanti, tra studenti e giovani , sono stati caricati dalle forze dell’ordine e allontanati dalla piazza dove si terrà la sera di venerdì un comizio del leader di Forza Nuova Roberto Fiore. Il bilancio è di sei feriti durante le cariche che hanno respinto i manifestanti e il traffico è stato bloccato nella zona.

Quattro studenti sono rimasti feriti e sono dovuti ricorrere alle cure dei medici. Ferito lievemente anche un agente rimasto contuso nel parapiglia che si è creato, e alcuni altri studenti raggiunti dalle manganellate. La manifestazione prosegue e le strade del centro interessate alle iniziative sono state blindate, con numerosi mezzi delle Forze dell’ordine in tenuta antisommossa.

Dopo la carica il corteo si è fermato per alcuni minuti in via Farini, poi ha sfilato per la strade della città fino a raggiungere piazza del Nettuno e si è fermato davanti al Sacrario dei partigiani. Proprio dove, alle 17, è previsto un altro presidio organizzato da Cgil e Anpi, al quale hanno aderito anche numerosi esponenti di Pd e LeU.

Le forze dell' ordine in tenuta antisommossa, prepotentemente schierate,atte allo sgombero dell' intera area adiacente,sono intervenute caricando e manganellando gli attivisti.
Il bilancio attuale dei feriti,sale a quattro.
Il quinto,un agente,non desterebbe particolari preoccupazioni.
A breve,innanzi al Sacrario dei Partigiani, avrà luogo un altro avamposto,firmato ANPI e CGIL.
Il centro di Bologna rimane blindato per impedire contatti tra le diverse fazioni.
Sull' accaduto,intervenuta anche la band," Lo Stato Sociale",indignata e incredula,che a breve si sarebbe dovuta esibire nel cuore emiliano.

Altro operaio assassinato a Pisa. Non esprimete cordoglio voi ipocriti maniaci di produttività

Un operaio è stato assassinato ai Cantieri navali Seven Stars di Pisa, di notte, lavorava in alto, senza le condizioni minime di sicurezza, si è schiantato al suolo. La strage continua e dilaga.1300 sono stati uccisi di lavoro l’anno scorso, già sono 150 dall’inizio di un 2018 che rischia di battere ogni tragico record. Non esprimete cordoglio voi ipocriti, che parlate sempre di produttività, mercato e impresa, che avete tolto le ispezioni e indebolito le leggi a tutela del lavoro, che lo avete reso ovunque precario e quindi sotto ricatto.

O lavori senza risparmiare la tua vita, o sei fuori. Questo è il ricatto assassino nel nome del massimo profitto. Tacete per una volta voi vili o complici che non volete neppure usare la parola sfruttamento per il lavoro. C’è una criminalità imprenditoriale e politica che è responsabile della strage di lavoratrici e lavoratori

E’indecente, intollerabile quello che sta accadendo. Una tragedia quasi quotidiana che colpisce famiglie, colleghi, intere comunità. Non vogliamo e non possiamo abituarci a questo bollettino di guerra. Non servono più frasi di circostanza, né appelli generici. Chi ne parla? Chi usa la parola sicurezza riferita alla prima e più drammatica realtà che ne è priva: il lavoro? E la strage criminale continua impunita.

giovedì 15 febbraio 2018

Come sta il lavoro? viaggio oltre le bugie dei media

Sebbene si continui a sbandierare la favola della ripresa economica, le condizioni materiali e oggettive che riguardano il mondo del lavoro sono sempre più drammatiche e sempre meno confortanti. Se è vero che la crescita del PIL sia su base trimestrale che rispetto all’anno precedente è tornata positiva, il ritmo è ancora decisamente flebile e decisamente modesto. Dopo dieci anni di crisi economica, aggravata da quella politica e sociale, l’Italia sta beneficiando (seppur in misura modesta) di una congiuntura economica internazionale favorevole. Pertanto, alla fine qualche beneficio riesce ad arrivare anche ad un sistema economico e produttivo che sta scivolando sempre più in basso all’interno della divisione internazionale del lavoro, verso quei settori a basso contenuto tecnologico e ad alta intensità di forza lavoro, dove lo sfruttamento e la precarietà del lavoro salariato risultano essere più marcati.

Di conseguenza di certo non è dovuto alle recenti riforme del mercato del lavoro, ovvero quella serie di interventi raccolti nel Jobs Act che riguardano principalmente l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e l’introduzione del contratto a tutele crescenti.

Fermandosi al dato statistico relativo all’andamento congiunturale della crescita del PIL si cerca di mantenere nascosti sotto il tappetto i disastrosi effetti del Jobs Act nel mondo del lavoro, in termini di diritti dei lavoratori e di qualità del lavoro. Non è “una tendenza incoraggiante” frutto dei “buoni risultati di Jobs act e ripresa”, ma semmai la drammaticità di una precarietà che si consolida come condizione sempre più diffusa e generale.

Una fotografia di queste condizioni è data dal rapporto Il mercato del lavoro: verso una lettura integrata 2017, sviluppato dalla tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal. La ripresa è affidata al segno più sulla crescita del Pil, che indica per l’Italia una variazione tendenziale positiva nel terzo trimestre 2017 dell’1,7%, ma molto minore della media Ue (+2,5%). Una ripresa che stando alle prime pagine del rapporto avrebbe accelerato e trainato il mercato del lavoro, tanto da aver permesso di recuperare “in buona parte, i livelli occupazionali della situazione pre-crisi”. Ma intanto rimane l’alto tasso di disoccupazione (11,2%), che pure se in calo risulta ancora ampiamente al di sopra di quanto si registrava prima della crisi e ben lontana dalla media dei Paesi dell’Unione Europea. A questo si aggiunge la crescente incidenza dei disoccupati di lunga durata.

Il tasso di disoccupazione a dicembre scende al 10,8% (-0,1 punti percentuali rispetto a novembre). Si tratta del livello più basso da agosto 2012. I disoccupati risultano 2 milioni 791 mila. A novembre 2017 gli occupati in Italia erano 23.183.000 con un aumento di 65.000 unità su ottobre e di 345.000 su novembre 2016. Secondo l’Istat si tratta del livello più alto dall’inizio delle serie storiche (1977). Il tasso di occupazione 15-64 anni è salito al 58,4% con un aumento di 0,2 punti percentuali su ottobre e di 0,9 punti su novembre 2016.
Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni a dicembre scende al 32,2% (-0,2 punti su novembre). Si tratta del livello più basso da gennaio 2012. Su base annua si conferma, invece, l’aumento degli occupati (+0,8%) pari a +173 mila. Ma la crescita annua si concentra tra i lavoratori a termine (+303 mila) mentre calano gli indipendenti (-105 mila) e in misura minore i permanenti (-25 mila).

Nonostante il numero degli occupati sia tornato ai livelli pre-crisi, al dato meramente quantitativo sull’occupazione è necessario affiancare un’analisi di tipo qualitativa, che si concentri principalmente sulle caratteristiche specifiche delle recenti assunzioni. Infatti dal 2008 ad oggi, si è assisto ad un incremento significativo delle forme contrattuali relative al tempo determinato, da quelle più “classiche” del lavoro interinale fino ai più recenti lavori a chiamata (job on call). Prima esistevano il contratto a tempo indeterminato e il lavoro in nero. Oggi invece troviamo, tutti perfettamente legali e fantasiosamente ribattezzati per disorientare i lavoratori: tempo determinato, somministrazione, a chiamata, apprendistato, part time, interinale, job on call, stage, ecc. Una lunga lista di forme di impiego che permettono di sfruttare i lavoratori e di retribuirli per poche centinaia di euro al mese.

Si delinea una condizione estrema di precarietà lavorativa che oggi investe il mercato del lavoro nel suo complesso. Infatti il lavoro sta diventando sempre più discontinuo per una platea di lavoratori sempre più estesa. I contratti a termine nel secondo trimestre di quest’anno hanno subito un incremento di quasi il 5%, quasi 6 milioni di attivazioni. Nel frattempo a rallentare è stata l’attivazione dei contratti a tempo indeterminato che nel terzo trimestre del 2017 mostra un saldo negativo (-10 mila). Intanto, nel secondo trimestre 2017 la durata effettiva dei contratti a termine non supera i 30 giorni nel 38% dei casi; oltre 340.000 contratti hanno avuto durata di un solo giorno.

Anche il neo-introdotto contratto a tutele crescenti (le cui tutele rimangono soltanto nel nome) non è riuscito ad invertire la tendenza del lavoro precariato. Anzi, è stato uno dei fattori che ha contribuito in misura sostanziale al peggioramento delle condizioni di lavoro e all’azzeramento delle tutele dei lavoratori. Infatti, esso si rivelato uno strumento perverso, poiché l’adozione di questo nuovo tipo di contratto è stata incentivata dallo sgravio fiscale contributivo per il datore di lavoro. Questo meccanismo si è tradotto in un aumento dell’occupazione “drogato” dagli incentivi, poi lentamente rallentato con la riduzione degli sgravi e con la loro definitiva cessazione.

Quello che rimane è il precariato diffuso e generalizzato, che sta diventando sempre più la forma contrattuale tipica, normale e quotidiana del rapporto di lavoro. Specialmente per quello che riguarda il mercato del lavoro giovanile, dove per lungo tempo si è sostenuto che la flessibilità in entrata ed esperienze a tempo determinato rappresentassero le Forche Caudine verso contratti stabili, il lavoro precario sta diventando uno stato permanente, privo di qualsiasi prospettiva e garanzia di un futuro certo.

Le recenti statistiche relative alla crescita del PIL e del numero degli occupati non sembrano rispecchiare le condizioni di vita materiali di una parte sempre più grande della popolazione: ai risultati modestamente positivi degli indicatori statistici fa da contraltare una situazione che sul piano economico sociale sta nettamente e costantemente peggiorando. Questo aggravamento è testimoniato da due tendenze che coesistono e si alimentano reciprocamente: la riduzione della retribuzione media per occupato e l’aumento del numero di ore lavorate. A fronte di un aumento del 3,1% del monte ore lavorate nelle imprese, nel frattempo, le imprese si sono viste ridurre il costo del lavoro (-0,1%) anche a scapito delle retribuzioni che diminuiscono dello 0,3%. La stagnazione delle retribuzioni è da attribuirsi al progressivo indebolimento della posizione contrattuale dei lavoratori durante la crisi, durante la quale la contrattazione è stata spesso al ribasso. Va inoltre considerata la diminuzione del salario indiretto e differito, ossia quello legato al welfare state, colpito duramente dalle politiche di austerità implementate dai vari governi sotto l’egida dell’Unione Europea.

Dicevamo della condizione giovanile. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni a novembre 2017 scende al 32,7%, in calo di 1,3 punti rispetto a ottobre. Lo rileva l’Istat spiegando che rispetto a novembre 2016 si registra un calo di 7,2 punti percentuali. È il tasso più basso da gennaio 2012. Il tasso di occupazione in questa fascia di età è al 17,7% con un aumento di 0,5 punti rispetto a ottobre e di 1,4 punti rispetto a novembre 2016. Tutto bene quindi? Insomma. Nonostante la discesa, la disoccupazione giovanile resta comunque la terza più alta d’Europa dopo Grecia (39,5% a settembre) e Spagna (37,9%). La più bassa si registra invece in Repubblica Ceca (5%) e Germania (6,6%). I dati sull’occupazione inoltre non tengono conto del fatto del deflusso costante verso l’estero di una quota crescente di giovani, né ancora una volta permettono di apprezzare la dimensione qualitativa.

Le assunzioni dei giovani sono in crescita ma con contratti a termine e retribuzioni più basse, sia rispetto agli altri blocchi anagrafici che alla media Europea. Crescono le assunzioni, cala la stabilità: il triennio 2015-2017 rispecchia l’andamento complessivo del mercato del lavoro con un calo delle assunzioni a tempo indeterminato che si contrappone a una crescita di quelle a tempo determinato. Il risultato è che si è passati alle 397.878 nuove assunzioni a tempo indeterminato per i giovani di 15-29 anni nel periodo gennaio-ottobre 2015 alle 235.600 dello stesso periodo nel 2017, con un saldo negativo di 144.278 assunzioni permanenti in meno, nonostante il viatico del contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act. Viceversa, i contratti a termine per i giovani under 29 sono cresciuti nello stesso periodo da circa 1,01 milioni del 2015 a 1,5 milioni nel 2017. Dato più specifico per i giovani nella fascia 25-29, che hanno visto aumentare le assunzioni a termine da 501.386 a 690.718 (+189,332) e calare quelle a tempo indeterminato da 222.727 a 132.288 (-90.439).

Nonostante il lieve miglioramento dell’occupazione complessiva degli ultimi anni, la forza-lavoro più fragile come i giovani poco qualificati e i cosiddetti NEET (coloro che non lavorano né studiano) restano indietro. Nel 2015 facevano parte dei NEET, il 17% della popolazione. Erano il 15% prima della crisi. Sempre in Europa, quasi il 40% dei NEET non ha completato il ciclo della scuola secondaria superiore e così la loro probabilità di trovare lavoro è addirittura inferiore (33%) a quella degli altri NEET (45%). In Italia, se prima della crisi i NEET erano circa il 16,5 per cento, quindi di poco superiori alla media europea, sono balzati a oltre il 27 per cento nel 2015. A nulla è servita la tanto sventolata Garanzia Giovani, azione coordinata a livello europeo per aumentare l’occupazione giovanile e contrastare proprio il fenomeno dei NEET. Benché sbandierata ai quattro venti, garanzia giovani non ha fatto altro che aumentare la precarietà, tant’è che i NEET sono addirittura aumentati rispetto a quando è partita. Come riportano i dati analizzati in un articolo del “Fatto”, meno della meta’ di coloro che si registrano per essere presi in carico dal programma riceve effettivamente un’offerta di “politica attiva”. Non basta. Di queste offerte, il 70 per cento sono tirocini retribuiti al massimo 500 euro mese. Tirocini che in realtà spesso e volentieri mascherano lavori veri e propri, come emerge dall’esperienza di tanti selezionati per il programma. E che sovente vengono pagati con mesi di ritardo, a causa dell’inefficienza delle regioni italiane nel gestire i fondi. Come riporta l’articolo, “Solo il 15%delle azioni di politica attiva, attesta il rapporto, si è tradotto in un’assunzione con il bonus occupazionale, cioè l’incentivo alle assunzioni a tempo determinato e indeterminato, che nell’ambito di Garanzia giovani sono agevolate con bonus pari rispettivamente al 100% e al 50% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro fino a un massimo di 8.060 euro l’anno”.

Insomma l’ennesimo regalo al capitalismo arruffone italiano, che da anni vivacchia di sussidi e sgravi a pioggia. Se è su queste basi che deve ripartire l’occupazione giovanile non si và avanti.

mercoledì 14 febbraio 2018

Che fare San Valentino? ITALIA-LIBERA.NET Vi guida

Cosa fare a San Valentino? Questa domanda ronza nella testa di tanti che vorrebbero sorprendere la loro dolce metà in qualche maniera ma le idee mancano e il tempo passa. Niente paura, mettetevi comodi, leggete ITALIA-LIBERA.NET e vedete se uno dei suggerimenti per un San Valentino alternativo può essere di vostro gradimento.

Chi fù San Valentino? il Santo degli Innamorati

Oggi è la festa dell’amore: in tanti già nei giorni scorsi hanno ultimato i preparativi e oggi c’è chi non sospetta sorprese, chi non ha voglia di festeggiare e chi, invece, indifferente alle ricorrenze, si “accontenta” di avere accanto una persona che lo/a ami incondizionatamente. Ancora prima di cioccolatini, rose, gioielli ed altri impensabili gadget che hanno trasformato il 14 febbraio nella sagra del consumismo, del materialismo e dell’eros sfrenato, al punto da dimenticare le reali origini della festa, è opportuno conoscere qualcosa in più su San Valentino.

martedì 13 febbraio 2018

#RimborsopoliM5S, chi di moralismo ferisce, di morale perisce

“Le bugie hanno le gambe corte, e con questa storia dei rimborsi, il M5S si autoproclama campione di farse. Pensavano di farla franca, di continuare a vestire i panni dei moralizzatori, dei primatisti dell’onestà e invece si sono dimostrati dei bugiardi senza vergogna.
Diceva con saggezza Pietro Nenni, che chi si mette a fare a gara a chi è più puro prima o poi troverà sempre qualcuno più puro che lo epura. Ecco. Se vogliamo capire in modo plastico il dramma politico vissuto in queste ore dal Movimento 5 stelle, prima ancora di mettere a fuoco le conseguenze dell’inchiesta delle “Iene” che hanno scoperto l’inganno di alcuni parlamentari grillini, che invece di restituire parte del proprio stipendio a un fondo di microcredito per le piccole e medie imprese, come avevano promesso ai propri elettori, hanno presentato per anni bonifici fittizi, revocati cioè subito dopo essere stati fatti, per un totale di circa 500 mila euro, o forse addirittura un milione d’euro, niente male.
Nello specifico, stando alle carte, i 5 Stelle dell'Emilia Romagna avrebbero versato al conto corrente numero 00000219222 ben 329.297 euro, la Liguria 145.704 euro, il Veneto 41.360 euro. Considerando gli importi versati dalle tre Regioni, si arriva a un totale di 516.361, che dunque non sarebbero stati elargiti da deputati e senatori. Dal M5S confermano all'Adnkronos che l'ammanco sarebbe in realtà più alto di quello riportato su alcune testate nei giorni scorsi e spiegano che è in corso l'accesso agli atti del Mef. M5S: "Abbiamo sbagliato i calcoli" - Il M5S in queste ore sta effettuando l'accesso agli atti del Mef per verificare lo stato dei versamenti al Fondo per le Pmi. "Abbiamo verificato - confermano all'Adnkronos dai vertici M5S - che sul fondo arrivavano bonifici non solo di deputati e senatori, ma anche di parlamentari uscenti e dei gruppi M5S di alcune Regioni. Pubblicheremo in chiaro tutti i dati e chi non ha versato verrà espulso". Ma alla base del caso ci sarebbe anche un errore nei calcoli. A quanto filtra dai vertici del Movimento all’Adnkronos, infatti, il dato visibile sul sito ‘tirendiconto.it’ - ovvero i 23.418mila euro che deputati e senatori avrebbero versato al fondo per le Pmi - sarebbe più alto di quanto effettivamente erogato negli anni dai parlamentari 5 stelle, il che farebbe scendere la forbice tra i numeri consultabili dalle tabelle del Ministero dello Sviluppo Economico (23.192mila) e il ‘tesoretto’ rivendicato dal Movimento. Secondo i vertici pentastellati, non ci sarebbe tuttavia del dolo in questo, ma la differenza tra la cifra sul sito ‘ti rendi conto’ e i soldi effettivamente versati sarebbe riconducibile a un errore nell’inserimento dati, fatti salvi i casi in cui sarà accertata l'intenzionalità da parte degli eletti. Come nel caso di Cecconi e Martelli, i due parlamentari 'pizzicati' dalle Iene. A occuparsi delle rendicontazioni, centinaia e centinaia negli anni, sottolineano ancora dai vertici 5 stelle, ci sarebbe stato un unico tecnico che avrebbe commesso degli errori.

Per capire la presa in giro da parte del m5s occorre tornare allo scorso dieci ottobre, a una scena epica di fronte a Montecitorio. In quelle ore, il Parlamento discuteva di legge elettorale, il Rosatellum era a un passo dall’essere approvato e nella confusione generale Alessandro Di Battista decise di uscire fuori dalla Camera e di andare in piazza a parlare alla sua ggente. La scena la ritrovate ovunque: Di Battista sale su un marciapiede, impugna un megafono, si guarda intorno, sorridente, e ringrazia tutti. “Mi sentite? Grazie. Grazie a tutti. Siete tantissimi. Grazie a tutti”. Brusii, fischi. “Grazie, grazie a tutti. Vedete…”, buuuuuu, “questa è l’ennesima legge che garantisce ai partiti politici”, buuuuu, “di nominarsi i parlamentari. Io mi auguro che”, buuuuu, “non si azzarderanno a mettere la fiducia, cosa che hanno fatto due volte nella storia: prima Mussolini con la legge Acerbo e poi De Gasperi con la legge truffa”. Neanche il tempo di sbagliare un congiuntivo e Alessandro Di Battista capisce che la folla che stava provando ad arringare non era una folla grillina ma era una folla figlia del grillismo: una folla deliziosa composta da No Vax incazzati, forconi indignati, neoborbonici assetati, sovranisti arrabbiati che all’improvviso, facendo proprio l’intero manuale del perfetto fustigatore grillino, in coro, guidati dall’ex generale Pappalardo, invitano Di Battista ad andarsene a quel paese: “Siete abusivi. Fuori. Dimettiti. State con la Goldman Sachs. Di Battista, hai rotto il c…”.

Le proporzioni sono diverse ma la scena vissuta a ottobre da Alessandro Di Battista di fronte al Parlamento è, in piccolo, la stessa identica scena vissuta oggi da Luigi Di Maio: il grillismo moralizzato, colpito dalle stesse armi oscene con cui il grillismo ha provato a demolire i propri avversari negli ultimi anni, moralizzandoli cioè con ogni mezzo a disposizione. In questo senso, la storia dei rimborsi tarocchi dei parlamentari Andrea Cecconi e Carlo Martelli – e non solo loro – può essere raccontata utilizzando due chiavi di lettura. La prima è quella utilizzata da gran parte degli osservatori che in queste ore ci sta raccontando che ah, quanto era bello il grillismo originario. E’ una chiave a sua volta grillina e suona più o meno così: lo vedi, questi grillini sono come tutti gli altri, imbrogliano i propri elettori, raccontano molte frottole, mettono in lista massoni anche se dicono che i massoni non li vogliono, mettono in lista picchiatori anche se dicono che i picchiatori non li vogliono, mettono in lista chi non rispetta il loro codice etico anche se dicono di non accettare chiunque non rispetti il loro codice, e alla fine sono lì a tradire i sani principi da cui erano partiti (una volta qui era tutto un vaffa, signora mia). La seconda chiave di lettura, invece, che è quella che proviamo a offrirvi, è una chiave più sofisticata. Ovverosia: non esiste una forma di moralizzazione buona e una forma di moralizzazione cattiva e non esiste un grillismo buono e uno cattivo. Esiste, molto semplicemente, una dannosa truffa politica chiamata moralismo, che un pezzo importante del nostro paese ha scelto da anni di considerare non un virus letale ma al contrario un utile antibiotico da somministrare all’Italia per provare a guarirla dai suoi mali. E in nome di questo principio, è ovvio, diventa moralmente accettabile solo chi sceglie di abbracciare alcuni valori chiave: l’approvazione della gogna, la denigrazione dell’avversario, la codificazione della cultura del sospetto, la trasformazione di ogni accusa in una condanna, la legittimazione di ogni battaglia politica combattuta per via giudiziaria, la benedizione di ogni forma di killeraggio giornalistico, la prevalenza dell’agenda moralista sull’agenda riformista e l’affermazione dell’idea che l’unica forma di onestà necessaria per un politico sia quella che compete non alla sua capacità ma alla sua morale.

Il grillismo, l’idea dell’uno vale uno, l’idea che la non competenza possa essere non un drammatico disvalore ma un formidabile valore, nasce proprio da questi princìpi. Nasce cioè dall’idea che per guidare un paese non sia necessario sapere far qualcosa, ma sia necessario essere solo genericamente “onesti”, solo genericamente “alternativi alla casta”, solo genericamente “alternativi a un sistema che non funziona”. Nasce, in sostanza, dall’idea che le uniche competenze necessarie per guidare un paese non siano quelle che appartengono a un preciso modello di governo, ma quelle che appartengono a un preciso modello di opposizione – e non è un caso che uno dei candidati su cui il Movimento 5 stelle ha scelto di investire in modo più generoso in questa campagna elettorale sia un particolare candidato, una ex Iena, ovviamente Dino Giarrusso, che, in attesa di essere moralizzato a sua volta, ha fatto delle campagne contro l’establishment un tratto distintivo del suo essere giornalista, fino a utilizzare la campagna del Me Too come se fosse una prosecuzione naturale, solo con altri mezzi, della battaglia giustizialista contro il sistema corrotto e marcio. Le uniche competenze sono queste: andate tutti a quel paese. Conta solo il moralismo. Conta solo l’anticasta. Conta solo la demolizione dell’avversario. Tutto il resto – ovvero la competenza, l’esperienza, il garantismo, la Costituzione, lo stato di diritto, il rispetto della privacy, la complessità della politica, il rispetto delle istituzioni – sono solo chiacchiere buone per qualche gargarismo. E’ chiaro? E’ chiaro. Questo giochino per qualche anno può funzionare – e funziona benissimo in quei paesi dove anche la classe dirigente triangola con i populisti a colpi di battaglie anticasta, ops – ma a un certo punto arriva sempre un momento in cui anche chi ha spacciato per antibiotico il virus capisce che un virus resta sempre un virus. E capisce, cioè, che se a un moralista togli il moralismo non resta più nulla.

NON serve un altro condono

Irrompe prepotentemente nella campagna elettorale la promessa di un ennesimo condono edilizio, pronto a sanare le tante costruzioni abusive sorte sul nostro territorio. Non tutte però, si dice chiaramente, solo quelle costruite abusivamente da chi si trovava in stato di necessità!
Il pensiero và a coloro costretti a dormire in baracche tirate su con materiali di risulta, a chi passa la notte sui cartoni in qualche angolo della città, agli sfrattati che non sanno dove andare a sbattere la testa, a chi ha occupato edifici a lungo abbandonati. Sono in stato di necessità e verrà loro condonato quel misero loco?  No.

lunedì 12 febbraio 2018

M5s sempre più nella kasta e Giggino di maio come scajola

AHAHHAH!.. giggino come SCAIOLA....Lo saprà il di maio che non vive piu in un loft di Trastevere ma ora ha un attico davanti al Colosseo?... Ma la cosa PIù ANCORA interessante è che lo stesso nuovo indirizzo domiciliare al colosseo assieme al suo comitato elettorale (il suo inseparabile mentore Vincenzo Spadafora, il suo alter ego Dario de Falco e il fedelissimo dei Casaleggio Pietro Dettori) tesoriere del comitato, originario di Pomigliano d’Arco e fedelissimo di Di Maio, di giggi corrisponde anche formalmente all'indirizzo dove si inviano le offerte al M5S oltre i 5mila euro...Casa e bottega insomma...

Ecco la coerenza che  piace ai 5s, l'uomo che vuole combattere i privilegi della casta sembra muoversi nel solco di chi la Casta l'ha rappresentata in tutta la sua essenza, quel Claudio Scajola, ex ministro forzista dello Sviluppo economico e degli Interni a cui la prestigiosa location all'ombra del Colosseo veniva pagata da qualcun'altro "a sua insaputa".

Secondo quanto riporta il Messaggero, il candidatopremier del Movimento 5 Stelle ha preso casa con vista sul Colosseo e a due passi dai Fori Imperiali. Una location comoda per raggiungere a piedi "il lavoro", preferita alla precedente e pittoresca abitazione di Trastevere, zona scelta da neodeputato 5 anni fa.

Stando alla dichiarazione di trasparenza depositata dal M5S al ministero dell’Interno lo scorso 19 gennaio nella parte della dichiarazione in cui vengono descritte le funzioni del capo politico si legge che Di Maio "è domiciliato in Roma, in via del Colosseo". L’indirizzo è anche lo stesso del "legale rappresentante" del Comitato M5S per le elezioni politiche indicato nel modulo per le donazioni sopra i 5 mila euro presente sul Blog delle Stelle.


Un m5s sempre più nel barAtro ideologico Dalle polemiche sulla casa a 7,75 euro del candidato senatore Emanuele Dessì, sulle spese pazze (oltre 4 milioni di euro per sole tre voci, cancelleria, trasporti e pasti, in poco meno di un anno e mezzo, secondo le affermazioni del Giornale riprese dal sito amministrato da Marco Canestrari, ex collaboratore della Casaleggio e autore di Supernova assieme a Nicola Biondo), sui buchi nelle rendicontazioni dei “big” Andrea Cecconi e Carlo Martelli.

E ancora l’ammanco di 226mila euro che risulterebbe confrontando le dichiarazioni di versamento dei parlamentari pentastellati sul sito tirendiconto.it e i dati effettivi del Ministero dello Sviluppo Economico, gestore del fondo per il microcredito (uno dei cavalli di battaglia degli autoproclamati onesti).
A conti fatti, le dichiarazioni di deputati e senatori grillini ammontano – come segnalano la Repubblica e La Stampa – a 23.418.354 euro, a fronte dei 23.192.331 euro puntualizzati dal Ministero. Ovvero una differenza, per l’appunto di 226mila euro.

Il buco nero dei finanziamenti pubblici (soldi NOSTRI) sul Mose


Corrosione e ossidazione delle cerniere. Buchi nei tubi sott’acqua. «Steli» da sostituire, cedimento dei cassoni sul fondale delle bocche di porto. E poi la lunata, la diga al largo danneggiata che rischia di crollare ancora. Il jack-up, nave attrezzata costata 52 milioni di euro che ancora non funziona, i sedimenti e i detriti che si accumulano sul fondale in quantità «superiore al previsto».Un corposo dossier sulle criticità del Mose è stato inviato dai commissari straordinari del Consorzio Venezia Nuova al ministero delle Infrastrutture e al Provveditorato alle Opere pubbliche, l’ex Magistrato alle Acque.

Per la prima volta vengono messi per iscritto dagli stessi responsabili guai e problemi operativi da affrontare con urgenza, lavori fatti male, emergenze che hanno bisogno di essere risolte per provare a concludere, pur con ritardo, la più grande opera italiana in costruzione. «Per risolvere le criticità riscontrate», scrivono l’avvocato Giuseppe Fiengo e l’ingegnere Francesco Ossola, amministratori straordinari del Consorzio, «ci vorranno almeno 94 milioni di euro». In mezzo ai problemi di finanziamento, ma anche delle necessità di trasparenza e di maggiori controlli dopo lo scandalo e gli arresti del 2014, siamo adesso a un punto di svolta della grande opera. Sarà possibile sistemare i guasti che emergono ora in modo ufficiale e i lavori «non fatti a regola d’arte» senza bloccare il destino del Mose? Sono dieci i punti critici segnalati nel dossier, con schede e fotografie che ne descrivono la natura e l’entità.

Previsioni di spesa per riparare i guasti, somma finale che si avvicina ai 100 milioni di euro. Una cifra che si aggiunge ai 5 miliardi e mezzo di euro già spesi, agli 80 richiesti ogni anno per la manutenzione. Riguardano il fenomeno della «risonanza», messo in luce dagli esperti e dalla società Principia; l’accumulo dei sedimenti «superiore al previsto» nella schiera di paratoie di Treporti. Un problema che, ammettono i dirigenti del Consorzio «ha effetti sul buon funzionamento delle paratoie interessate all’accumulo». Ma le criticità più gravi si riferiscono a i cedimenti del fondale e dunque alla «tenuta» dei giunti di collegamento fra i cassoni che sostengono le paratoie. «Nei giunti Gina e Omega» ci potrebbero essere deformazioni, con la necessità di sostituirli».

Una perizia è stata affidata alla società olandese Trolleberg e al professor Mattia Crespi dell’Università di Roma. Una «protezione supplementare» dovrà essere prevista anche per le cosiddette «barre di inghisaggio», nell’elemento femmina della cerniera, costruito dentro il cassone sott’acqua. Un elemento che ha grande importanza sulla tenuta dell’intero sistema, perché in pratica sostiene le paratoie. La soluzione individuata qui dagli esperti (Valentinelli, Paolucci e Ramundo) è quella di applicare una «pasta protettiva» sulla cerniera. Ed ecco al capitolo 5 la parte più delicata, oggetto anche di polemiche nei mesi scorsi. Adesso la relazione finale degli ingegneri ammette l’esistenza di problemi sul fronte della corrosione, e la necessità di correre ai ripari. «Durante i sopralluoghi», dice la scheda, «si sono riscontrati fenomeni di corrosione sugli elementi costituenti i gruppi di tensionamento, e in particolare sui tensionatori di Treporti».

La decisione finale della commissione (i professori Ormellese e Mapelli del Politecnico di Milano, l’esperto del Provveditorato ingegner Paolucci ed esperti internazionali in corrosione) è stata quella di cercare «steli sostitutivi», stavolta in «acciaio superduplex» al posto degli elementi originali.Il problema è il costo. Per sostituire le parti che non vanno sarà necessaria una spesa aggiuntiva di 34 milioni di euro. I tensionatori sulle quattro barriere di paratoie già installate alle bocche di porto sono infatti 156, più otto di «riserva». Dovranno essere sostituiti in occasione della manutenzione della paratoia (ogni cinque anni). Altri 3 milioni e 200 mila euro serviranno per riparare i tubi danneggiati sott’acqua. Nella bocca di porto di Malamocco un’ispezione del direttore lavori aveva scoperto l’esistenza di perdite nelle tubazioni sott’acqua e di ossidazioni. La causa, secondo le imprese Glf Grandi Lavori Fincosit che hanno eseguito i lavori a Malamocco, la mareggiata del febbraio 2015 con l’allagamento dei cassoni, non ancora ultimati. La Glf ha chiesto al Tribunale il rimborso per «l’evento eccezionale». Il giudice non ha ancora deciso e i lavori sono stati sospesi. L’incarico di riparare i tubi danneggiati è stato dato alla Technital – gruppo Mazzi – la società di Verona progettista del Mose

LA LUNATA A RISCHIO CROLLO
E IL JACK-UP DA 52 MILIONI

«La strategia per rifare lavori sbagliati. Al Lido la diga di sassi era franata 5 anni fa. Adesso si scopre che l’erosione la minaccia di nuovo. Cause e perizie infinite»

Venezia. È stata pensata «troppo piccola». E il Porto non la può usare per l’accesso in laguna delle grandi navi. Ma è danneggiata, e inutilizzabile anche per le navi medio piccole. La conca di Malamocco, altra grande incompiuta delle opere in laguna, è una delle dieci «criticità» segnalate al ministero. Situazione complicata.

La conca. Senza contare i nuovi progetti necessari al Porto – off shore e «mini off shore» a Malamocco – ci vogliono almeno 28 milioni di euro, stando alla scheda firmata dai responsabili del Consorzio, per riparare i danni e sostituire la porta lato mare della conca e «adeguare» la porta dal lato laguna. Anche in questo caso la «colpa» del danno viene attribuita a eventi meteorologici. «In occasione della mareggiata del 5-6 febbraio 2015», si legge nella scheda numero 6 – la porta lato mare della conca ha subito gravi danni, con conseguente disservizio». Consorzio e Provveditorato hanno allora dato incarico a esperti olandesi (l’istituto Marin) e alla società belga Sbe di progettare una nuova porta con le rotaie per lo scorrimento, 14 metri sotto il livello dell’acqua. E insieme l’adeguamento della porta lato laguna. Chi ha sbagliato? E chi pagherà i nuovi interventi?

Lunata. Altra emergenza – con annesso contenzioso legale e diffide incrociate tra Consorzio e imprese giacenti in Tribunale civile – la lunata di Lido. Qui la colpa è dello scirocco. E della perturbazione, si legge nella relazione tecnica, «che ha provocato il 31 ottobre del 2012 una violenta mareggiata con ingenti danni alla lunata di Lido». Non basta, perché un sopralluogo ha messo in luce «ulteriori criticità». Cioè i fenomeni di erosione in corrispondenza delle due testate, riparate dopo la mareggiata. Erosioni profonde anche tre metri, che mettono a rischio la staticità dell’intera opera. Altri due milioni di euro stanziati per le consulenze (professor Foti dell’Università di Catania, Ruol dell’Università di Padova, De Marinis e Tomasicchio del Provveditorato). E alla fine la decisione anche qui di intervenire su un progetto che evidentemente non aveva tenuto conto di alcune variabili. «Si farà un intervento di mitigazione dei fenomeni erosivi e di protezione del piede della testata», conclude la relazione.

Jack-up. Rizzuto, Micoperi e la società Rizzetti e Marino sono i consulenti a cui il Consorzio ha fatto ricorso per chiedere lumi sul non funzionamento del jack-up. Macchina costata 52 milioni di euro che doveva garantire lo spostamento e il trasporto delle paratoie dalle bocche di porto alla centrale di manutenzione dell’Arsenale. Progetto della Technital, messo in opera dalla padovana Mantovani. Il jack-up non si è mai mosso, per il cedimento di una gamba laterale e per problemi di stabilità in navigazione. Uno scandalo che poteva essere doppio. In origine il Consorzio di Mazzacurati e il Magistrato alle Acque di Cuccioletta avevano progettato di realizzare due jack-up. Oggi la posa delle paratoia è garantita da una semplice chiatta a noleggio.Affidabilità. L’ultima voce di spesa per risolvere una criticità che si annuncia strategica riguarda il «Controllo affidabilità complessiva del sistema». Occorrerà appunto garantire la gestione del ciclo di manutenzione delle paratoie, l’affidabilità dei mezzi e il funzionamento delle opere nel loro complesso. Impresa titanica, visti i precedenti.

domenica 11 febbraio 2018

I fascisti a cosa servono? a imporre il liberismo e farci morire di fame

Il killer nazifascista di Macerata ha ottenuto un successo travolgente. Il dibattito minimizza la  gravità del suo crimine, ignora le sue vittime e si concentra tutto sul “disagio sociale” provocato dai migranti. Le parole più inquietanti non le ha dette il fascista Salvini, ma il ministro Minniti. Egli infatti ha affermato che nessuno debba farsi giustizia da solo. Giustizia?  Sparare a persone individuate solo per il colore della pelle,  per il ministro degli interni sarebbe dunque una forma distorta di giustizia. Che magari dovrebbe essere lasciata allo stato. Minniti e tutti gli esponenti del governo non hanno mai usato la  parola razzismo, né tantomeno la parola fascismo,  per la tentata strage di Macerata. Lo stesso hanno fatto i mass media, che pure mostrano il Mein Kampf e i simboli nazifascisti dello sparatore e fanno cronaca del suo saluto romano, ma comunque mai usano la parola fascista. Bisogna andare sulla stampa estera per trovare questa parola, nei titoli che annunciano quanto accaduto da noi, che tra l’altro viene presentato come il primo atto di quel terrorismo che insanguina il resto d’Europa. Terrorismo fascista e razzista in Italia? Quando mai,  il problema sono i migranti dicono tutti, rinfacciandosi l’un l’altro di non saperlo affrontare. Traini ha già vinto.
Salvini e Casapound affermano che in Italia non c’è nessun rischio fascista e che chi usa questa parola lo fa solo per ragioni strumentali. Non è una novità, dal 1945 i fascisti si sono sempre mascherati in vario modo, spesso reagendo sdegnosamente a chi ricordava loro chi realmente fossero. Negli anni 70  mettevano le bombe e mai le rivendicavano. Ci pensava lo stato a coprirli e ad indirizzare altrove l’opinione pubblica. L’uccisione nella questura di Milano dell’anarchico Pinelli, assieme a Valpreda accusato innocente della bomba fascista di Piazza Fontana, aprì la via ad una lunga trama di stragi,  insabbiamenti e depistaggi di stato.
Il potere in Italia  ha sempre fatto leva sui  fascisti, li ha fatti crescere e  usati quando voleva diventare più autoritario, li ha colpiti quando voleva mostrarsi più democratico.  I mass media che indirizzano l’opinione pubblica verso i migranti, quando viene sfasciato lo stato sociale e dilagano disoccupazione e povertà, rinverdiscono quella caccia alle streghe che anche altre volte hanno scatenato. Non a caso oggi è stata creata la categoria dell’insicurezza “percepita”, quando tutti i dati statistici mostrano come delitti tremendi come quello di Macerata non possono portare ad alcuna generalizzazione,   anzi negano che la popolazione italiana sia oggetto di un’aggressione criminale generalizzata da parte dei migranti.
Non ci sono italiani che non trovano lavoro perché glielo hanno rubato i migranti, mentre tanti sono in mezzo ad una strada perché le multinazionali chiudono e migrano indisturbate a saccheggiare altrove. La popolazione residente sta calando, perché sono più gli italiani che emigrano perché non trovano un lavoro decente, rispetto a  coloro che vengono qui e che diventano schiavi sfruttati, da italiani naturalmente. Si dovrebbero combattere la disoccupazione, il degrado e lo sfruttamento del lavoro. Ma i razzisti parlano di sostituzione etnica addossando agli schiavi la colpa della schiavitù. Nulla di tutto ciò che è diventato senso comune è vero, ma è percepito così. Percepito come? Attraverso i mass media.

È il liberismo il male che ha fatto rinascere in Italia ed in Europa il fascismo. Anche di questo ne abbiamo già parlato, dopo la crisi del 1929 i governi democratici tedeschi adottarono la politica dell’austerità e del rigore di bilancio imposto dai trattati di pace e un insignificante gruppuscolo nazista sbeffeggiato da tutti conquistò il potere. Dopo la guerra lo stato sociale fu edificato come compromesso tra le classi, ma anche come garanzia di democrazia. La nostra Costituzione è antifascista perché promuove lo stato sociale contro la ferocia del mercato; ed è per i diritti sociali e del lavoro perché è antifascista. Decenni di politiche di smantellamento di quei diritti, nel nome dell’Europa e della globalizzazione, hanno divelto le basi materiali dell’antifascismo e  fatto risorgere i mostri.
È per questo  che il mondo PD non usa la parola fascismo, ma condanna genericamente e ipocritamente l’odio. Meglio condannare moralisticamente un sentimento,  che dover riconoscere i frutti marci della propria politica. E il M5S, che pure non è responsabile delle politiche economiche di questi anni, adotta ora lo stesso linguaggio del PD, evidentemente pensando che nessun partito che voglia governare, possa usare parole sconvenienti come fascismo e razzismo. Così da un lato ci sono quelli che  raccomandano di stare buoni, dall’altro coloro che giustificano il killer di Macerata.  La dialettica politica è tutta qui.
Certo i gruppuscoli fascisti non prenderanno mai il potere. Quando ci provarono nel 1970 con Junio Valerio Borghese, i loro protettori della Nato li convinsero a fermarsi e ad uscire dai ministeri dove erano entrati. I fascisti oggi non devono prendere il potere, ma aiutare il potere a fascistizzarsi. Cosa  che sta facendo benissimo, basti pensare alle leggi di polizia di Minniti. Il potere, italiano e UE,  per continuare con le politiche liberiste  di devastazione sociale, deve imporre un sistema sempre più autoritario ed intollerante. Se gli sfrattati si  organizzano, lottano, magari contrastano la polizia che li vuole sbattere fuori di casa, allora questa é inaccettabile violenza degli antagonisti e dei centri sociali. Invece se un fascista spara ai negri, questo è disagio sociale.  Se i poveri si ribellano vengono repressi, perché per il palazzo i poveri devono solo odiarsi tra loro. D’altra parte come farebbe il 1%,  che diviene sempre più ricco impoverendo il restante 99, come farebbe a comandare e a distogliere da sé l’indignazione popolare, se non volgendola verso i migranti oggi, domani verso chissa chi,

Non facciamoci illusioni, il guasto oramai è profondo. Anni ed anni di politiche liberiste e di diseguaglianza sociale, la resa della sinistra di governo al mercato, hanno diffuso una mentalità reazionaria di massa.  L’antifascismo non deve solo essere affermato , ma ricostruito. Non sarà semplice, ma soprattutto non sarà possibile se l’antifascismo non si rivolgerà contro il feroce potere degli affari che ci governa. Bisogna lottare duramente sia  contro le politiche di austerità liberiste, sia contro il risorgere del fascismo, chiamando ogni cosa con il suo nome, senza reticenze e senza paura. Ci vuole un antifascismo sociale, quello che ha  scritto la nostra Costituzione, finora ignorata e violata da tutti coloro che  hanno governato.